Non perde solo Bertinotti: si è chiuso il secolo della sinistra

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Non perde solo Bertinotti: si è chiuso il secolo della sinistra

Non perde solo Bertinotti: si è chiuso il secolo della sinistra

15 Aprile 2008

Il lungo secolo della sinistra si è bruscamente chiuso ieri. Il dramma è che la sinistra
non lo capirà mai e men che meno lo capiranno Walter Veltroni e Massimo D’Alema.
Pure, le urne  hanno dato un messaggio
chiaro e netto: la maggioranza netta, visibile degli operai, degli strati
popolari, del proletariato, come si diceva nel novecento, si sono riconosciuti
nel Pdl e nella Lega, hanno assegnato loro la propria rappresentanza
istituzionale.

Tutti
tesi – col solito ritardo di trent’anni – a conquistare il centro dello
schieramento, Veltroni, D’Alema e il loro loft hanno perso contatti con la
propria base elettorale tradizionale. Si guardi all’Emilia, alla Liguria, alla
Toscana, oltre che alla Lombardia%2C al Piemonte e al Veneto, e si vedrà subito
che la sinistra è stata abbandonata proprio dal suo “zoccolo duro”; né i vari
Calearo e Colaninno le ha aperto le porte del tanto agognato ceto medio e ceto
imprenditoriale.

Nel
27% della Lega in Veneto non c’è solo il “popolo delle partite Iva”, e così
non è nel risultato straordinario della Lega e del Pdl in Emilia. In Liguria,
per dare una notizia apparentemente minore, la sconvolgente scoperta – per loro –
che l’operaia val Bormida, in quel di Savona, è passata quasi in blocco al
Pdl-Lega, con tutta la provincia. Guardando a questi dati, si comprende come la sconfitta vera, epocale, non è affatto solo di Bertinotti: la sinistra
nelle sue due anime, quella massimalista e quella riformista, non sa più
parlare agli operai, ai lavoratori, ai proletari. Berlusconi, invece, sa
parlare il loro linguaggio, e con lui Bossi e anche l’anima sociale della
destra di An.

Bastava
leggere il sondaggio non elettoralistico di Ivo Diamanti su Repubblica di
qualche settimana fa per capirlo. Tra i giovani sotto i 30 anni, Veltroni è
davanti a Berlusconi di 5 punti, ma solo se sono ancora all’Università,
ideologizzati, buonisti, privi di un sano raccordo con la realtà. Appena
entrano nel mercato del lavoro, in fabbrica, negli uffici, al collocamento, di
colpo capiscono come gira il mondo e tra gli under trent’anni che lavorano
Berlusconi recupera ben 20 punti e passa in vantaggio di 15 su Veltroni.

E’
dunque finito, come si sa, il secolo delle
ideologie, ma anche quel secolare  legame
ferreo, naturale, voluto, tra la sinistra e i lavoratori. Una scelta favorita
dalla follia tutta italiana di una casta sindacale che snatura la stessa
ragion d’essere della rappresentanza sindacale e gonfia i suoi iscritti sino al
54% di pensionati. Cgil, Cisl e Uil e la loro casta dirigente devono rendere
conto innanzitutto a questa platea di consensi, poi all’enorme esercito di
dipendenti statali, e solo in seconda istanza ai lavoratori in senso
“marxiano”. Per usare il loro schema d’analisi – mai sostituito da uno nuovo e
moderno – la sinistra rappresenta in Italia la rendita, non il lavoro. Non certo
la rendita finanziaria o agraria, ma quella garantita dall’immenso latifondo
delle casse del Tesoro, rimpinguate delle quote di reddito del lavoro
dipendente.

Questo
è il Welfare di Visco e Bersani: distribuzione parcellizzata di rendita in
cambio di consenso sociale. Da qui l’oblio della classe operaia, dei lavoratori
e delle loro esigenze a fronte di una modernità che – vista dal Loft – è un
confuso minestrone che unisce la svampita Madia, al generale che odia i froci,
al più duro rappresentante…del sindacato dei padroni!

All’opposto,
la cultura berlusconiana, sia pure così istintiva, non sistematizzata, sa
cogliere l’immediatezza del consenso attraverso la sua formazione televisiva,
perché fare televisione, altri non è che sapere “conquistare egemonia”. Questo
non verrà mai compreso da un Loft che è
ancora convinto che il fenomeno Berlusconi sia nato “perché Craxi gli ha
regalato le frequenze”, tanto che dovremo ancora aspettare i sempre più
canonici 20 anni sino a quando Walter Veltroni non farà autocritica per il suo
sciaguratissimo referendum per distruggere Mediaset, che pure è già del 1994,
all’insegna della parola d’ordine demenziale “non s’interrompe un’emozione”,
sintesi eccelsa del nulla culturale di Veltroni che non si è neanche accorto
che la letteratura è essenzialmente fatta proprio di questo.

In un simile contesto si colloca l’ulteriore disastro compiuto da Veltroni. E’
assolutamente vero che il fiasco epocale della Sinistra Arcobaleno e di Bertinotti
è opera innanzitutto della Sinistra Arcobaleno e di Bertinotti. Ma è anche
assolutamente vero che Veltroni non ha saputo prendere la mira, calibrare il
tiro, creare le condizioni nel paese per operare un divorzio tra le due anime
della sinistra che non fosse giacobino. Al solito, invece, il Pd ha usato la
via breve della ghigliottina di una legge elettorale pazzotica, per raggiungere
il suo fine e il risultato sarà disastroso anche per il Loft. Da oggi, depurata
della fetta consistente di operai e lavoratori che sono passati a Berlusconi e
Bossi, abbiamo una sinistra radicale e massimalista, forte del 4-8% del corpo
elettorale (cioè 2-3 milioni di adulti, neo assenteisti inclusi) assolutamente
priva di rappresentanza politico-istituzionale. Un problema non piccolo per il
paese, enorme per il loft. L’Italia è l’unico paese non latino americano in cui
la sinistra massimalista e parolaia si è fortemente radicata (tanto da essere
riuscita ad assorbire pure il fenomeno ambientalista e verde, a differenza che
in Germania e Usa). Per di più, con una sovrarappresentazione incredibile nel
mondo della cultura e del giornalismo (questo sì, lascito velenosissimo del
’68), sovente, con livelli di reddito quasi milionari (in euro).

E’
una sorta di immensa “Isola che non c’è” in cui questi milioni di Peter Pan si
pasciono “della frase”, con una sinergia – di nuovo tutta italiota –  con consistenti componenti cristiane
post-conciliari. Rapporto con la realtà: vicino allo zero. Senso di
responsabilità: tendente allo zero. Fausto Bertinotti è stata l’icona perfetta,
col suo percorso dal sindacalismo duro e puro al cashmere, di questo mondo.
Mondo che peraltro ha saputo portare in piazza nel 2003 – Berlusconi non lo
dimentichi – milioni di persone contro la guerra in Iraq.

Bene,
questo mondo oggi è afono. Può darsi che abbia ragione Cossiga e che questo
faciliterà il riproporsi di fenomeni eversivi di piazza e anche di terrorismo
(è già successo, ma negli anni settanta, quando in Italia fu negata
rappresentanza istituzionale al ’68, mentre in Germania – e in qualche modo
anche in Francia – quel movimento trovò dei formidabili “compagni di strada” in
Brandt e Mitterrand. Ma questo si vedrà).

Quel
che ora è certo, è che l’ineffabile Madia, il generale nemico dei froci,
Colaninno e Calearo, assieme a Veltroni, si troveranno in qualche modo a dovere
interloquire con questa vasta area sbandata. Ed è altrettanto certo che di
questa interlocuzione si farà carico innanzitutto Massimo D’Alema, a cui il
loft non piace, che vorrebbe morire socialdemocratico (fantastica nemesi per il
suo Dna leninista) e che da oggi scava lentamente il terreno sotto il suo
amico-nemico. La frase che ieri è risuonata alla fine di tutti i Tg che davano
notizia della idilliaca atmosfera che si respira nella direzione del Pd è
perfetta e evoca antichi, terribili fantasmi: direzione collegiale. Esattamente
la stessa evocata da Breznev, Cossyghin e Suslov nei confronti di Nikita
Krusciov e lo schema d’azione – si può scommetterci – sarà identico: un annetto o
due di “direzione collegiale”… e poi un giorno, d’improvviso, le foto del buon
Walter scompariranno dai muri, sopra le scrivanie del loft. E si tornerà al
Bottegone. A quell’immenso “Bottegone che non c’è”, dell’immaginario di una
sinistra che nelle sue due componenti non ha mai saputo fare i conti con sè
stessa, con la propria storia, con i propri fallimenti.