Non possiamo permetterci il prezzo della fine del petrolio

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Non possiamo permetterci il prezzo della fine del petrolio

08 Settembre 2009

Nel corso degli ultimi 150 anni il petrolio è diventato la madre di tutti i mali dell’umanità. L’hanno accusato di scatenare guerre tra le grandi potenze, di averci reso schiavi delle petrocrazie arabe, di attentare all’ambiente e alla salute del pianeta Terra. Poi, da quando s’è diffusa la teoria del “picco di Hubbert”, è iniziato anche il terrorismo psicologico sulla sua fine prossima ventura – c’è chi dice a breve termine e chi, più prosaicamente, perché verrà superato da altre fonti di energia, che sia fratello gas o le rinnovabili.

Il merito principale di Il prezzo del petrolio, un prezioso saggio scritto da Massimo Nicolazzi ed uscito quest’anno per Boroli Editore, è di spazzare via le tante idée recue che si sono accumulate su questa risorsa energetica che ha trasformato radicalmente il nostro modo di vivere. La rivoluzione del petrolio, come quella del carbone, o dell’acciaio, tanto per fare un paio di esempi, è innanzitutto utile a una periodizzazione storica. Definisce un’epoca, ci parla della Storia moderna e contemporanea. Ed è così che Nicolazzi – ex uomo di Agip-Eni, poi in forze alla russa Lukoil, e attualmente amministratore delegato di Centrex Europe & Energy Gas a Vienna – ci racconta con la passione dell’insider questa storia fatta di successi e miopie, speranze e disillusioni.

Ne è passato di tempo da quella domenica d’agosto del 1859 quando il sedicente “Colonnello” Edwin L. Drake vide per la prima volta sgorgare l’olio nero dal pozzo che stava perforando in Pennsylvania. Una vicenda, quella di Drake, che potremmo paragonare a quella di eroi maledetti resi immortali sul grande schermo, che siano l’oscuro Daniel Plainview (Daniel Day-Lewis) de Il petroliere di P.T. Anderson (il film tratto dal romanzo Petrolio di Upton Sinclair), o il Jett Rink (James Dean) de Il gigante di George Stevens. Perché il petrolio, per lungo tempo, è stata una storia americana. Di piccoli e piccolissimi produttori, ma anche di grandi e potenti famiglie, e naturalmente delle multinazionali su cui si è scritto e detto tutto il male possibile. Una saga di capitani d’industria o semplici avventurieri scesi in Texas in cerca di fortuna.

Ad un certo punto entrano in scena i Paesi dell’Opec, i ricchissimi giacimenti del Medio Oriente e del mondo arabo, quelli che da un giorno all’altro hanno reso miliardari gli spensierati sceicchi dell’Arabia Saudita e del Golfo Persico. Nicolazzi, che non è uno sprovveduto, ma al contrario sa bene qual è l’importanza geopolitica e strategica dell’oro nero, spiega come e perché sono scoppiate e sono state combattute le guerre per il petrolio. Nello stesso tempo però è in grado di sventare la propaganda antiamericana che vede nel petrolio l’unica causa del conflitto iracheno: gli Usa che, rovesciato Saddam, avrebbero preso il controllo delle riserve e delle risorse mesopotamiche spacciandosi per liberatori quando invece erano solo dei nuovi colonizzatori.

“Se questo è l’unico valore, il problema è che si poteva fare meglio, e senza guerra – scrive Nicolazzi – Il regime di Saddam era molto più ansioso di riaprire al Big Oil di quanto non sembri il governo attuale. Lukoil a West Kurma, Elf a Majun, Eni a Nassirya. A ciascuno il suo giacimento. Mancava solo la firma, e ce l’avrebbero messa il giorno stesso in cui si toglieva l’embargo. E per quel giorno sarebbero stati certamente pronti al via anche Shell, Total e China National Oil Corporation. Se l’amministrazione americana avesse dato disponibilità alla rimozione dell’embargo, le sue società petrolifere sarebbero state portate in festa per Baghdad…”. Invece la guerra è stata combattuta anche e soprattutto per altre cause, più o meno nobili o ideali che siano.

Complesso, persuasivo, ironico, il libro di Nicolazzi è un saggio destinato a un target di lettori assai diversificato. I neofiti ci troveranno lo spirito d’avventura; i geologi un mondo a loro familiare, fatto di rocce, trivelle e perforazioni; gli economisti il lessico del management, convinti che quella del petrolio oggi è soprattutto una questione di prezzi, domanda e offerta, leggi del mercato. Politici, storici ed esperti di strategia, ripasseranno le date vecchie e nuove di piccoli e grandi giochi. Con una chiosa fondamentale. Il petrolio non finirà, come dicono le cassandre del catastrofismo contemporaneo. Costerà di più, serviranno nuove e più avanzate tecnologie per cercarlo, trovarlo e produrlo, ma al di là dell’altalena dei costi – e al di là che ci sia o meno un dirompente shock petrolifero alle porte – la nostra società non è ancora pronta a rinunciarvi. Non possiamo permetterci il prezzo della fine del petrolio.