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“Non restate a metà del guado”. Lettera aperta a Cicchitto e Biondi

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Caro Fabrizio, caro Alfredo,

ho letto l'articolo con il quale annunciate la scelta di non essere in piazza il 12 maggio per manifestare a favore della famiglia. Ne apprezzo molte delle argomentazioni e, ancor più, il rispetto per la propria vicenda biografica che traspare in controluce. Non ne comprendo, invece, il senso politico. Nel vostro articolo ammettete che le argomentazioni dell'appello dei promotori rispondono a criteri di assoluta laicità, al punto da trovarvi d'accordo con esse. Affermate anche che la manifestazione per "l'orgoglio laico" di Piazza Navona rappresenta, nella sua essenza, una reazione d'integralismo laicista. Vi rifiutate, però, di trarre le dovute conseguenze da queste vostre premesse.

In altri termini, vi rifiutate di prendere atto che nel mondo laico italiano è in corso uno scisma che si fa sempre più profondo. E questo è il risultato dell'evoluzione storica del nostro Paese, oltreché del mutamento che l'agenda politica ha subito nei primi anni di questo nuovo millennio. Sono trasformazioni che vengono da lontano, dalla fine degli anni Settanta. Quelle che concernono il nostro Paese hanno iniziato a manifestarsi già ai tempi della presidenza del Consiglio di Bettino Craxi, quando il nuovo testo concordatario ha affermato la fine dell'originario separatismo tra Stato e Chiesa. Poi la nascita di Forza italia - il primo grande partito della storia d'Italia dove cattolici e laici si sono ritrovati "costituzionalmente" insieme - ha accelerato quell'evoluzione. Tutto ciò ha interagito con le grandi trasformazioni del mondo provocate innanzi tutto dalla fine del comunismo. Non c'è solo lo scontro di civiltà proclamato dall'islamismo radicale che utilizza l'arma del terrorismo di massa, al quale voi fate riferimento, dal quale è necessario difendersi. C'è anche il progressivo trasferimento del più grande progetto d'ingegneria sociale che la storia dell'uomo abbia mai conosciuto in una dimensione antropologica. Ieri si pretendeva di costruire il paradiso egualitario. Oggi si vorrebbe che l'uomo possa determinare ogni momento della propria esistenza, dal concepimento fino alla morte. E, quel che è peggio, lo si vorrebbe codificare attraverso una serie interminabile di diritti che si autoalimenta. Lungo questa deriva, inevitabilmente, ad essere messa in forse è la libertà della persona che, come voi sapete, non può proprio rinunziare all'incertezza del futuro.

Queste novità epocali hanno modificato in profondità il rapporto tra Chiesa e politica, e ciò non poteva non avvenire. La circostanza che gli argomenti di più bruciante attualità politica stiano oggi investendo i capisaldi del magistero ecclesiastico ha contribuito a far saltare la "mediazione" che alla Chiesa italiana è stata a lungo assicurata dal partito unico dei cattolici. Oggi, mentre impazza il dibattito su bio-politica, eutanasia, "dico", è più facile comprendere perché ciò sarebbe accaduto, con ogni probabilità, anche se la DC non fosse morta. Ma il fatto che la Chiesa parli il proprio linguaggio dal pulpito, anziché attraverso un suo braccio secolare, non dovrebbe dispiacere ai laici come me e come voi. Certo, questa novità pone il problema della rilevanza pubblica della religione e fa diventare cruciale il seguente interrogativo: è legittimo o meno che essa intervenga in questa sfera? Voi, mi sembra di comprendere da quanto scrivete, laicamente non ne dubitate.

A escludere l'eventualità, invece, sono i laici d'un temp che vorrebbero una nuova edizione della Chiesa del silenzio, trait d'union tra comunismo e secolarismo. Di fronte alla portata del loro attacco, sia sul piano culturale che su quello politico, non si può rimanere equidistanti. Quando la Chiesa ha ragione, bisogna correre il rischio di stare con la Chiesa in nome della libertà e della laicità. Ciò non significa altro che riconoscerne il diritto all'influenza sociale e, in cambio, riceverne la garanzia che la Chiesa non faccia politica in senso proprio, né direttamente né per interposto partito o schieramento.

Nessuno si è mai autodefinito "laico devoto" se non per il gusto tutto laico di sfidare la provocazione dell'avversario. E anche per questo, nessuno chiede abiure e tanto meno cambiali in bianco. Non è in discussione il passato e le libertà che sono state conquistate nei decenni dal Sessanta al Novanta. La mia apprensione è per il futuro e per il rischio inedito che sotto una patina di progressismo si nasconda una nuova versione della "presunzione fatale". Anche per questo non bisogna aver paura di accettare la sfida che ci proviene da nuovi, ma in realtà già superati, anticlericali e contribuire a rinnovare l'idea di laicità alla luce delle novità epocali che la storia del mondo ci sta proponendo. Io non ho paura di risultare oggi irriconoscibile, perché i contorni di una nuova laicità si fanno ogni giorno che passa più chiari.

Le ragioni che anche voi condividete saranno rappresentate il 12 maggio in piazza San Giovanni da un piccolo manipolo di laici. Avremo così messo un altro seme e, quel giorno, non esisterà solo Piazza Navona a rappresentare le ragioni della nostra tradizione culturale. Restare a metà del guado serve solo a salvarsi la coscienza: quanto di più clericale si possa concepire. So bene che non è né il vostro abito (così come non lo è di tanti che indossano quello talare) e tanto meno la vostra abitudine. Per questo vi aspetto. Laicamente vostro, Gaetano Quagliariello

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3 COMMENTS

  1. ecco il punto: salvarsi la coscienza
    Sarebbe fin troppo facile, per me, e fin troppo scontato, asserire la totale fondatezza delle argomentazioni del Sen. Quagliariello, di cui, in questo caso, apprezzo anche il coraggio umano e civile di uscire da quella violenta cortina fumogena, presente anche in FI, secondo la cui scia non esisterebbero più bianco e nero, vero e falso, ma priorità politiche, tattiche, tatticismi, “ora dico questo, ma…” e “sì, però…”, formule comunicative che sono ben note a chiunqque abbia un minimo di dimistichezza con il double bind di Bateson: si chiama fenomeno della scissione. E parto da qui: rileggo lo scisma pubblico dei laici in Italia sotto specie di scissione interna alla coscienza. Che produce un esito a dir poco singolare: quanto più la coscienza è affermata, chiamata, concupìta, tanto più essa viene esonerata dallo stato di piena avvertenza, di conoscenza piena della realtà, della res piena della verità e della vita. Ora, laico è chi cerca la verità, secondo il modello di Tommaso Moro: amicus Plato, sed magis amica veritas. Il che non significa esibire dissensi facili nelle sedi istituzionali, ma vuol dire fatica del concetto, senso morale della scelta, opzione fondamentale. Categorie che, nell’universo liberale non radical-libertario, si vedano Tocqueville e Hayek, equivalgono a porsi per opporsi. Qui se pose s’oppose, ecco la parola secca e muscolare di Maritain. Il confliggere può essere sì sterile, quando è colonizzato dallo scisma pubblico che si traduce in scissione individual-psichica-comportamentale; ma può anche fecondare un nuovo universo concettuale e politico, quando non si stanchi di ricercare le ragioni dell’azione, della milizia civile, alla quale siamo chiamati oggi. Senza voler indulgere in un outing massmediatico, ma io sono tanto cattolico quanto laico, perché làos vuol dire popolo e il popolo ha assunto la figura che la cristianità storica, intendo: storica, carnale, evidente, le ha conferito. Il XXI° secolo è ils ecolo della singolarità che sceglie e si intrattiene con gli opposti inconciliabili di ieri e dell’altro ieri: complexio oppositorum. Ecco perché la laicità è rischio e dramma, come Bonhoeffer aveva presentito di fronte alla forca nazista. Non tanto un cristianesimo non più religioso, ma un’azione fondata sulla coscienza del saeculum, della storia. Chi dice “secolarizzazione” e pensa allo scientismo tecnocratico e basta mente a se stesso oppure ignora che anche Giovanni Paolo II, proprio sulla scorta di Bonhoeffer, fece una sorta di apologia della secolarizzazione, tematizzando gli esiti concreti, oggettivi, mondani della cristianità. Non si tratta di erudizione, ma di novità da considerare e riconsiderare, senza temere di dissociarsi. Fuori dalla zona di comfort, dove la parola è novità e l’azione non rassicura, ma scompagina. A partire dal presente. Di devozione laica si ragiona se e solo se si esca dalla comfort-zone. Questo è il punto. Hic Rhodus, hic salta. Grazie. R.I.

  2. Quagliarello non è un laico nè scrive da laico
    Sono da sempre di centrodestra e sinceramente mi preoccupa questo pensiero unico in materia etica della mia parte politica, si invoca libertà di coscienza ma si ci accoda alle tonache della Chiesa ogni volta che questa fa un fischio. La cosa vale specie per Forza Italia che era nata come partito moderno e liberale,e ultimamente sembra una copia scolorita e clericale della DC. Quindi la mia solidarietà a Biondi, Cicchitto e a tutti coloro che come me da destra decidono consapevolmente di non partecipare nè sostenere il FamilyDay. E tutto il mio dissenso a questi presunt(uos)i laici come Quagliarello di cui si deduce facilmente da frasi tipiche dell’ideologismo cattolico alla Buttiglione (o alla Ruini, se si preferisce),come “Oggi si vorrebbe che l’uomo possa determinare ogni momento della propria esistenza, dal concepimento fino alla morte.”, l’alto grado di laicismo.
    Se essere laici vuol dire qualcosa, vuole dire non prestarsi a strumentalizzazioni della Chiesa come il FamilyDay.

  3. Laicità liberale
    Grazie, d’accordo su tutto, specie sul fatto che il vero laico liberale deve saper rischiare di schierarsi con la Chiesa quando questa ha ragione. E mi permetto di aggiungere che il vero laico liberale deve saper rischiare anche di andare contro la Chiesa quando questa a torto.

    es

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