Non scambiamo lo stato etico con l’etica dello stato che decide della vita

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Non scambiamo lo stato etico con l’etica dello stato che decide della vita

Non scambiamo lo stato etico con l’etica dello stato che decide della vita

28 Marzo 2009

Cari amici,

la relazione del presidente Berlusconi e l’intervento del presidente Fini ci dicono che veniamo da lontano.

La storia della nostra patria aspetta ancora di essere scritta, libera dalle categorie della cultura egemone. A lungo ci hanno voluto far credere che l’Italia abbia proceduto in linea retta verso presunte sorti progressive, con un inevitabile sbocco a sinistra.

Non è stato così. La storia politica del nostro Paese è stata una sola, ed è iniziata con lo Stato unitario. E nel secondo dopoguerra il percorso è stato difficile, talvolta drammatico. La storia ufficiale che ci è stata raccontata non corrisponde alle passioni e alle profonde contraddizioni della società italiana.

Quanti non hanno accettato di aderire alle sorti progressive, quanti riconobbero nella Costituzione un nobile compromesso emergenziale e non il mito fondante dell’unificazione obbligatoria tra masse cattoliche e comuniste, dovettero muoversi in spazi angusti.

Quando hanno calcato la scena pubblica, lo hanno fatto vestendo i panni dei figli di un Dio minore.

Quando hanno interpretato da cittadini il proprio anticomunismo esistenziale, il liberalismo spontaneo, il sano conservatorismo, il progressismo non ideologico, hanno dovuto turarsi il naso.

Per quasi mezzo secolo, al di sotto dell’Italia ufficiale è corso un fiume carsico. Ne hanno fatto parte quei resistenti che lottando contro una dittatura si sono rifiutati di farlo in nome di un altro totalitarismo, e per questo sono stati perseguitati dai comunisti.

Ne hanno fatto parte coloro che hanno visto in De Gasperi un padre rifondatore e non un servo degli americani.

Ne hanno fatto parte intellettuali come Augusto Del Noce e Nicola Matteucci, che hanno creduto nel dialogo tra cattolici e liberali anche quando sembrava che i cattolici fossero condannati all’abbraccio con i comunisti.

Ne hanno fatto parte quanti, come Renzo De Felice, hanno avuto il torto nel loro lavoro di non pagare il tributo all’antifascismo di regime. E quanti, in politica, hanno creduto che esistesse un’alternativa all’incontro tra cattolici e comunisti secondo gli schemi della democrazia progressiva.

Bettino Craxi è stato colui che con più decisione ha tolto un mattone alla base del nostro Muro. Non gli hanno perdonato di aver posto le premesse perché il sistema cambiasse, e lo hanno sotterrato sotto le sue macerie.

Il paradosso è che, dopo l’89, gli sconfitti della storia hanno avuto la pretesa di voler chiudere la partita da vincitori.

In quel momento il coraggio di Silvio Berlusconi e la nascita di Forza Italia hanno consentito al fiume carsico di manifestarsi, di trovare finalmente una rappresentanza, di scoprire l’orgoglio dell’appartenenza.

Ecco le premesse della “rivoluzione liberale”. Ed ecco perché dal 1994 al 2008 abbiamo assistito ai tentativi di eliminare colui che era considerato un intruso, un corpo estraneo, nell’illusione che il grande popolo finalmente venuto alla luce potesse tornare nelle catacombe.

Per questo, il 2008 è stato per tutti noi “l’anno mirabile”: grazie al risultato elettorale, grazie alla generosità degli amici di An e delle altre forze che oggi confluiscono nel PdL, alla conseguente semplificazione politica, stiamo segnando un punto di non ritorno. Diamo forma ufficiale a qualcosa che esiste da tanti anni. Il PdL, infatti, è nato prima nella testa dei cittadini del centrodestra; dunque sul predellino di un’auto dal quale è stata rilanciata la speranza che la rivoluzione liberale non andasse dispersa.

Si è trasferito nelle urne grazie agli elettori, e quindi nei gruppi parlamentari, dove abbiamo imparato a conoscerci e a riconoscerci appartenenti allo stesso modo di concepire la vita, ancor prima che la politica.

Solo alla fine si ritrova come partito che dà sostanza a quel cambiamento carismatico e democratico fondato sulla forza del leader e sull’accordo con una classe dirigente in grado di irradiarla sul territorio: cosa che da noi fa ancora tanto scandalo ma che in altri Paesi europei è invece avvenuta da tempo.

Tutto ciò passa per l’approvazione di statuti e la fissazione di regole, ma ci vorrà qualche anno affinché il modello organizzativo si assesti.

Assai più importante, in questa fase, è interpretare la nascita del PdL come l’epicentro di una rivoluzione che consolidi quel rapporto tra sovranità popolare e potere che è la vera bestia nera delle oligarchie che dopo aver governato a lungo iniziano ad assaporare la sconfitta.

Da qui derivano per noi tre conseguenze. Di ordine interno, di sistema e nel rapporto con le altre forze politiche.

All’interno: diamo tempo al tempo, non ci fossilizziamo sulla ricerca del modello perfetto. Come nei gruppi parlamentari, diamo spazio al cuore e alla voglia di incontrarci e di conoscerci.

Per quanto riguarda il sistema, dobbiamo sapere che la costruzione di un grande partito nazionale mentre i tessuti sociali si slabbrano è il consolidamento della semplificazione chiesta dagli elettori, ma dev’essere anche la premessa per una riforma che finalmente scriva le tre pagine che i padri costituenti affidarono alle generazioni successive: rafforzamento dell’esecutivo, definizione della forma di Stato, riforma del bicameralismo. La modernizzazione dell’Italia passa attraverso la riforma della Costituzione, ha ragione Gianfranco Fini. Serve al Paese, serve al PdL. E se non ora, quando?

Infine, il rapporto con le altre forze. Bipartitismo non significa l’eliminazione di partiti come fossero metastasi. Ai nostri avversari diciamo: l’obbiettivo è un sistema in cui la maggioranza è riconosciuta e l’opposizione è governo in attesa; per questo non delegittima, non vaneggia di autoritarismo dolce o di altre astruse teorie post moderne destinate a finire nella pattumiera di quelle formule vuote di cui sono ricolmi gli armadi della sinistra.

Se a tutto questo si crede veramente, bisogna dimostrarlo, dando continuità alle scelte coraggiose compiute al momento delle elezioni, senza rigurgiti giustizialisti, senza confidare nelle scorciatoie.

Per quanto riguarda gli amici della Lega, dobbiamo valorizzare ogni giorno ciò che ci unisce, che non è poco; riconoscere il valore di una classe dirigente diffusa fatta di liberi e laboriosi cittadini che offrono sul territorio il loro impegno per il bene comune. Ma dobbiamo anche accettare un rapporto di leale concorrenza; sul terreno tattico, finché saremo due partiti. E sui territori, dove dobbiamo tornare a farci sentire.

Ma anche sul terreno strategico, perché noi non possiamo tradire il Mezzogiorno e nemmeno illuderci di risolvere i suoi problemi solo attraverso quel federalismo che è lo strumento dell’intervento, non tutto il contenuto.

E poi, perché noi puntiamo su un sistema di grandi forze nazionali che accetti le particolarità territoriali, non su un sistema in cui i partiti territoriali rappresentino il centro e quelli nazionali siano ridotti a residui.

Infine l’Udc, il partito che ci è insieme più distante e più vicino. Ad un centro occupato dagli elettori loro contrappongono una vocazione minoritaria. Questo ci divide oggi dagli amici dell’Udc. Laddove invece, sul versante delle grandi sfide del XXI secolo, parliamo all’unisono.

Concentriamoci dunque su queste sfide; su quei principi del popolarismo europeo che ci vedono combattere sullo stesso fronte contro il costruttivismo antropologico degli orfani del comunismo, che dopo aver fallito sul piano dell’ingegneria sociale vorrebbero trasferire le loro ricette nell’ingegneria antropologica, chiudendo il futuro, ideando piani quinquennali sul corpo delle persone, insomma rivendicando la possibilità che l’uomo progetti la sua esistenza dalla culla alla bara, anzi prima della culla e dopo la bara, togliendo così alla vita ogni incertezza ma anche ogni meraviglia.

Lo dico senza polemica: cari amici, il vero Stato etico è quello in cui, con la scusa dell’assenza di una legge specifica, un tribunale si arroga il diritto di determinare la morte di una persona basandosi sul suo presunto stile di vita! Il vero stato etico è quello olandese, in cui dopo decenni di sentenze che conducevano la società civile lungo il pendio scivoloso dell’eutanasia il Parlamento è stato costretto a prendere atto della situazione cambiando la legge. E’ l’etica di uno stato padrone dei corpi, che decide “tu sì” e “tu no”, che si arroga il diritto di scegliere tra chi ha le qualità per vivere e chi non ne ha, chi è persona e chi no.

Contro questa deriva nuova ma dal sapore antico del totalitarismo, laici e cattolici possono rispondere all’unisono, parlando lo stesso linguaggio. Che è il linguaggio della libertà; una libertà sempre imperfetta e fallibile. Ma pur sempre il miglior lessico che fin qui l’uomo abbia mai parlato.

E’ questo l’unico modo per vivere il nostro partito. Amici, non facciamoci ingannare: chi ci chiede ossessivamente cosa farà dopo Fini, cosa succederà dopo Berlusconi, ci ripropone i cascami di un pensiero per cui quel che verrà deve essere programmato, pianificato, vincolato. Noi la nostra storia l’abbiamo costruita proprio contro quei cascami. Quel che verrà lo diciamo con le parole di Mogol: “lo scopriremo solo vivendo”. E questa nostra storia noi vogliamo viverla fino in fondo e senza paura.