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Non si può investire nel Paese delle banane

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Immaginatevi di essere negli uffici con vista sul Tamigi di un fondo di investimento londinese o di una grande azienda multinazionale americana e dover valutare di investire qualche miliardo di euro in Italia. E’ lecito porsi, come per tutte le grandi decisioni di investimento, qualche domanda sul cosidetto Sistema Paese.

Investireste in un Paese in cui lezioni di governance aziendale e libero mercato vengono tenute durante l’asssemblea degli azionisti di una grande azienda da Beppe Grillo, giullare d’annata e predicatore indefesso, con blog d’ordinanza e palasport pieni? Investireste in un Paese dove tra un tintinnio di manette e un altro, il Ministro della Repubblica Antonio di Pietro disquisisce di reti e di interesse nazionale e nel bel mezzo di una trattativa tra Abertis e Autostrade decide, o meglio minaccia che forse è il caso di cambiare le regole sulle concessioni, con buona pace della relativa authority e gli sberleffi dell’Unione Europea? Investireste in un Paese dove all’unisono Primo Ministro, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dello Sviluppo Economico più o meno candidamente, invitano investitori esteri con in mano dollari sonanti, a fare attenzione, perchè italiano (possibilmente amico loro) è meglio e comunque esiste la necessità di cambiare le regole in corsa, inducendo quindi gli investitori stessi a recedere perchè – dicono – questo è il Paese delle banane? Investireste in un Paese dove la Banca X è azionista dell’azienda Y che è indebitata con la Banca Z che ha un patto di sindacato ancora con la Banca X, che insieme con alcuni azionisti dell’azienda Y controllano il grande quotidiano “Corriere XYZ”, sempre prodigo di consigli elettorali, il tutto ordito dalla solita Goldman and Sachs con i consigli del Primo Ministro ex-consulente? Investireste in un Paese dove la terza carica dello Stato in tuta blu e sciarpa di cashimire, definisce “devastato ed impresentabile” il sistema delle imprese?

In mezzo a questo scenario surreale, il Presidente del Consiglio Romano Prodi propone “un piano per attrarre capitali esteri”, come a dire a chi vuole investire in Italia, aspettate, ripassate fra qualche anno, ora devo cambiare le regole e fare qualche telefonata agli amici.

Deriva latino-americana la chiama qualcuno, modello “nigeriano” la definisce qualcun altro, ma è il solito sistema di sempre, fatto di guitti burocrati che usano il loro potere per conservarlo, dove l’economia delle relazioni ha sostituito l’economia dei bilanci e le leggi del mercato, dove i patti di sindacato sono la sola governace che si conosca. Il Sistema Paese scivola inconsapevole nelle classifiche di competitività dietro Trinidad e Tobago, in un assetto dove non ci sono più grandi imprese, dove non ci sono né investitori istituzionali (il TFR ovviamente va all’INPS) né investitori esteri, dove la libertà economica è scritta solo sui libri e si considerano liberalizzazioni gli orari di apertura dei barbieri.

E intanto loro si occupano di scatole cinesi con l’aiuto dei soliti banchieri ex-bambini prodigio, e riusciranno anche stavolta a fare gli affari loro.

 

 

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