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Tremonti no

Non si può più credere alla favola del posto fisso

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Caro direttore,

alcuni mesi fa hanno riscosso una certa attenzione le attività di un gruppo di ragazzi aggregatosi spontaneamente su Facebook, "Io non voglio il posto fisso, voglio guadagnare". L'idea che aveva catalizzato l'attenzione dei media era tanto semplice quanto dirompente. Ecco un gruppo di giovani, pronti ad accettare fino in fondo le sfide e i rischi della flessibilità, perché ne comprendono appieno il potenziale. Pronti a giocarsi la partita della vita, in un mondo segnato da una crescente incertezza, cercando opportunità e non aiuti.

Ora Giulio Tremonti rilancia tutt'altro genere di valori. La triade è posto fisso, Inps e famiglia. Da un po' di tempo in qua Tremonti cerca di declinare in salsa italiana un certo conservatorismo. Le intenzioni sono (forse) buone, l'esito è paradossale.

Se c'è un evidente nemico della famiglia come istituzione, è lo Stato sociale. Il welfare state ha progressivamente eroso gli spazi della famiglia e dei corpi intermedi, portando lo Stato a intermediare il vasto campo della solidarietà. Parafrasando Gertrude Himmelfarb, l'espansione del welfare ha fatto sì che la compassione non fosse più "un sentimento morale" quanto piuttosto un "principio politico".

La famiglia è uscita sconfitta dal confronto con lo Stato. La sua funzione educativa si è impoverita con l'avanzata della scuola pubblica e obbligatoria. I legami intergenerazionali che la sostenevano si sono sfilacciati con l'imporsi dei sistemi previdenziali pubblici. Lo Stato ha vinto promettendo l'emancipazione dei figli dai padri. In questo processo, nel mutamenti di valori delle generazioni, non ha contato soltanto il welfare. Ma allo Stato (perdonate la banalizzazione) senz'altro ha fatto comodo proporsi come unico punto di riferimento di un individuo solo, privo di quell'ancoraggio sociale che tradizionalmente la famiglia e i corpi intermedi offrivano.

Il posto fisso era la precondizione per farsi una famiglia quarant'anni fa: quando si studiava di meno, si andava a lavorare presto, ci si sposava prima (e ci si sposava verosimilmente una volta sola). Di quell'equazione, il posto fisso è l'unico termine rimasto al suo posto. Che il contesto sia irrimediabilmente cambiato, dovrebbe essere evidente.

E se il Ministro dell'Economia ha nostalgia di una famiglia "forte", a tutto dovrebbe guardare fuorché all'INPS: che invece in Italia incarna un pilastro di quello Stato sociale che alla famiglia ha dichiarato guerra.

Immaginare un "nuovo modello sociale" è certamente una sfida interessante. Ma bisogna accettare che quel modello sociale sia nuovo.

Lo Stato deve fare un passo indietro, perché quelle funzioni che esso ora svolge (male) in monopolio vengano riassorbite dalla famiglia e da altre istituzioni sociali spontanee. Bisogna anche essere consapevoli che la cultura è cambiata, che non si può conservare qualcosa che non c'è più, che le famiglie "forti" di una volta (coi loro pregi, e coi loro difetti) non possono più tornare. Chi crede di avere dei valori forti deve anzitutto trovare la determinazione di proporli, come esempio e modello di vita, agli altri. Allo Stato, si può chiedere al massimo di non mettersi di mezzo.

Chi crede che basti garantire il posto fisso per avere torme di ventenni che mettono su famiglia e figliano, o mente anche a se stesso o ha proprio sbagliato film.

 

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8 COMMENTS

  1. Non si può credere alla favola del posto fisso
    Ho appena letto l’articolo di Francesco Forte. Non mi pare che Tremonti sia orientato verso la ricostituzione del stato sociale fondato sulla triade posto fisso, INPS e famiglia. Non è questa la triade proposta e la dimostrazione sta nel fatto che, tra i sindacati, l’orientamento di Tremonti non è piaciuto ad Epifani.
    In modo sintetico interpreterei le parole del nostro Ministro dell’economia in modo opposto, accennando ad un sistema che non arriva alla famiglia attraverso il lavoro, ma, viceversa, dalla famiglia protetta da un sistema di sicurezza sociale efficiente, arrivi a creare le opportunità perché il prodotto dell’impresa e del lavoro aumenti e si stabilizzi eliminando la differenziazione tra lavoro autonomo e dipendente. In tal modo non avremo più sedie riscaldate solo nel giorno di paga, ma imprenditori e lavoratori dipendenti che ridanno da fare per coniugarsi, fare figli e badare ai nipotini con l’apporto anche della solidarietà da considerare collante essenziale al funzionamento del sistema stesso.
    A mio parere sarebbe opportuno che questo concetto sia esposto nel modo più chiaro ed elementare perché la solidarietà si ottiene solo attraverso l’acquisizione di convincimenti capibili e condivisi (in barba ad Epifani).

  2. La legislazione degli ultimi
    La legislazione degli ultimi anni è costata anche sangue.Evidentemente, inutilmente,secondo Tremonti.L’Italia è agli ultimi posti per competitività.C’entra nulla la mentalità da posto fisso?Ci siamo rassegnati a non vedere la rivoluzione liberale promessa nel 1994 da Berlusconi.Ci siamo rassegnati a vedere il thatcheriano più bravo della Thatcher, che la Thatcher se la sogna.Possiamo plaudire non a Tremonti ma ai ragazzi di facebook?

  3. Non si può più credere alla favola del posto fisso
    Intanto il posto fisso non e’ una favola, e’ una necessita’ anche per l’industria. Immaginatevi di dover fare ogni due o tre mesi un corso interno per i nuovi dipendenti che vanno e vengono velocemente tra un’azienda e l’altra ed i capo uffici che si mettono le mani sui capelli perche’ ogni volta devono ricominciare da zero a reinsegnare le cose. La mobilita’ e’ un’ inganno perpetrato ai danni dei lavoratori e alle piccole e medie industrie (che sono il principale apparato produttivo in Italia e non sono ingrassate con i soldi degli italiani come lo sono le grandi aziende paraculate) perche’ altrimenti il gioco della globalizzazione non avrebbe retto per molto. Anche la globalizzazione e’ un inganno per spogliare le nazioni dai loro reparti produttivi e di conseguenza spogliarli delle pensioni e dei consumi interni: se il lavoro si svolge all’estero ovviamente le tasse non vengono incamerate dalla nazione il cui apparato produttivo e’ costretto a delocalizzare ed il denaro guadagnato non viene ridistribuito nel mercato interno della stessa. Per cui signori o si cambia registro e si ritorna all’autarchia o fra poco ci saranno molte proteste non pacifiche. Una parola per i sindacati: una volta rappresentavano i lavoratori, ora rappresentano loro stessi, i lavoratori statali e le grandi banche; in una sola parola “traditori” dei lavoratori.

  4. Assolutamente non
    Assolutamente non d’accordo.
    Il posto fisso non è più economicamente sostenibile per un’economia come quella italiana se non coadiuvato da politiche disincentivino il “fannullismo da contratto a tempo indeterminato” e favoriscano la vera meritocrazia.
    Nella cultura e nella storia italiana il “posto fisso” è sinonimo di improduttività, peso sociale e spostamento delle problematiche verso il futuro. Sarà veramente difficile sdradicare questa concezione.
    D’altra parte è anche vero che il posto fisso crea sicurezza ed aiuta a far salire la domanda. Non sarà facile trovare un equilibrio.

    Cmq, secondo me, è ancora il tempo di lanciare segnali “brunettiani” al popolo italiano. I bei tempi sono finiti, bisogna lavorare e pretendere poco poichè le risorse non ci sono.

    Ricordi a tutti che la famosa legge “Biagi” non è stata una scelta, ma un obbligo atto a salvaguardare l’economica, forse proprio perchè l’eccessiva politica del “posto fisso” l’aveva resa insostenibile per i nuovi arrivati. Per farla breve, chi è arrivato tardi (ovvero dalla metà degli anni ’90 in poi) ha alloggiato e continua ad alloggiare male! Io sono arrivato dopo e, nonostante abbia un cotratto a tempo indeterminato, non vi nascondo che un pò di odio sociale nei confronto dei “postifissi” ce l’ho comunque!

  5. Assolutamente non
    Assolutamente non d’accordo.
    Il posto fisso non è più economicamente sostenibile per un’economia come quella italiana se non coadiuvato da politiche disincentivino il “fannullismo da contratto a tempo indeterminato” e favoriscano la vera meritocrazia.
    Nella cultura e nella storia italiana il “posto fisso” è sinonimo di improduttività, peso sociale e spostamento delle problematiche verso il futuro. Sarà veramente difficile sdradicare questa concezione.
    D’altra parte è anche vero che il posto fisso crea sicurezza ed aiuta a far salire la domanda. Non sarà facile trovare un equilibrio.

    Cmq, secondo me, è ancora il tempo di lanciare segnali “brunettiani” al popolo italiano. I bei tempi sono finiti, bisogna lavorare e pretendere poco poichè le risorse non ci sono.

    Ricordi a tutti che la famosa legge “Biagi” non è stata una scelta, ma un obbligo atto a salvaguardare l’economica, forse proprio perchè l’eccessiva politica del “posto fisso” l’aveva resa insostenibile per i nuovi arrivati. Per farla breve, chi è arrivato tardi (ovvero dalla metà degli anni ’90 in poi) ha alloggiato e continua ad alloggiare male! Io sono arrivato dopo e, nonostante abbia un cotratto a tempo indeterminato, non vi nascondo che un pò di odio sociale nei confronto dei “postifissi” ce l’ho comunque!

  6. Posto fisso
    Secondo me in Italia si e` creata una situazione paradossale con due eccessi che cercano ognuno di correggere i mali che provoca l’altro. Da un lato il posto superfisso, a prova di fannullismo, dall’altra il precariato piu` incivile, dove basta uno sguardo per trovarsi sulla strada. Inoltre i precari, sono meno opagati dei lavoratori con il posto fisso, e questo e` una contraddizione dal pòunto di vista del mercato. Il posto fisso invece comporta un’assicurazione che andrebbe calcolata con criteri attuariali e dedotta dal salario.

    Occorre creare opportunita`, si` che chi perde il lavoro abbia la possibilita` di trovarne un altro velocemente, valorizzando le proprie competenze. In Italia, invece, piu` delle competenze contano le “conoscenze” (i cosiddetti “santi in Paradiso”).

  7. Non si può più credere alla favola del posto fisso
    @Federico

    Smettiamola di dire che le risorse non ci sono perche’ fa comodo tenere basso il costo del lavoro per poter guadagnare di piu’: questo e’ sfruttamento. Inoltre caro Federico, se tu lavori pretendi di essere pagato per le ore che fai e soprattutto per mantenerti: se lavori per 1000 euro al mese sicuramente non ti basta un lavoro, ma penso che questo non sia il tuo caso, per cui prima di pretendere che i lavoratori pretendano meno, comincia tu a dare il buon esempio e lavorare per 1000 euro al mese.
    Le risorse si fa presto a trovarle: lo stato deve emettere una banconota parallela con cui rifinanziare le persone, in modo da non dover sopportare i tassi di interesse per i prestiti in denaro dalla BCE. In poche parole lo stato deve riappropriarsi della sovranita’ monetaria e mandare i banchieri a lavorare onestamente come il “popolino”.
    Siamo in questa situazione sia per l’avidita’ dei banchieri sia per l’avidita’ e la sete di potere dei politici, dei sindacati e di Confindustria.

  8. posto superfisso vs precariato spinto
    Sono d’accordissimo con Antonio (in una discussione parallela), quando parla di eliminare gli estremi della discussione in atto che sono alla base delle diverse posizioni. Io non sono d’accordo con il posto “superfisso”, anzi, ritengo che gran parte dei problemi delle pubbliche amministrazioni nascano proprio dalla certezza di tanti statali di non essere licenziati. Però non sono neanche d’accordo che persone devono guadagnare 800-1000 euro senza alcun diritto. Strano ma chi parla di eliminare il posto fisso è stato sistemato (o ha sistemato i propri congiunti) in posti fissi con bei stipendi. Tutti questi bei discorsi perché non li andate a fare a precari da 5,6, 8, 10 anni con 800 euro al mese: io li vorrei conoscere i vostri stipendi. E vi farei provare un paio d’anni di precariato.
    E poi, ragionando in termini macro-economici, quali vantaggi ha portato la precarizzazione del lavoro voluta dalla cosiddetta legge Biagi (che poveretto si gira ancora nella bara per la strumentalizzazione che ha dovuto subire)? Mi sembra che le ditte dei guadagni apportati dalla flessibilità del lavoro non è che abbiano ottenuto grossi vantaggi. Male stavano e peggio, se possibile, oggi stanno. Perché? Perché si sono tolti soldi alle generazioni giovani che sono notoriamente i maggiori consumatori per lasciarli nelle tasche di chi già li aveva e non ha notato, se non minimamente, la differenza. Togliere soldi alle generazioni dei ventenni, dei trentenni, quelli che hanno subito “la flessibilità” del lavoro ha significato impedire a queste generazioni la possibilità di spendere per comprare la casa, l’automobile o per togliersi qualche sfizio, qualche piccolo lusso. Si è bloccata la circolazione del denaro e ne ha risentito tutta l’economia. E alla fine ci hanno rimesso le ditte che hanno visto gli ordinativi crollare perché la gente non ha fatto circolare denaro. Dove è stato il guadagno della precarizzazione del lavoro? Come lo stesso discorso si potrebbe fare per il tentativo (riuscito) di abbassare il costo del lavoro sfruttando gli emigrati (cinesi). Lì per lì hanno portato un piccolo guadagno , poi siamo entrati in una spirale al ribasso da cui tutta la nostra industria manifatturiera ne uscirà distrutta. Forse Tremonti ha capito che il denaro deve girare e non restare, magari, nei forzieri di banche estere. Confindustria parla di un ritorno al passato? Forse bisognerebbe parlare di un ritorno al futuro: il liberismo che loro vogliono l’abbiamo avuto ad inizio secolo XX e risultati li conosciamo tutti.

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