Non sparate su “Sex and the City 2”. Sono sempre le care vecchie gallinelle

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Non sparate su “Sex and the City 2”. Sono sempre le care vecchie gallinelle

30 Maggio 2010

«Non l’ho visto e non mi piace, “Sex and the City 2”. Anzi (pur non avendolo visto) mi piace ancor meno del film numero uno; che già trovai (fantozzianamente) una boiata pazzesca. Non mi piace (anche se, a meno di non doverlo fare per lavoro, non lo vedrò), nonostante anni di convivenza – da divano a schermo – con le quattro di “Sex and the City”. Come tante altre sciagurate, ho visto più volte i 94 episodi (in sei serie annuali, la sesta in effetti già tremenda e per questo non la replicano, forse) del telefilm americano in cui le donne fanno sesso e ne parlano come capita, o capitava, davvero tra le femmine metropolitane». Così si esprime, non riuscendo a contenere il mal di pancia, Maria Laura Rodotà sul “corriere.it” del 27 maggio.

Ma come, si stronca senza vedere? Ma questa attività non era esclusivo ed esecrabile vizio, segno di irriverente e barbaro spregio alla cultura, appena due settimane fa, di ministri in fuga dalla Croisette di Cannes? Maria Laura Rodotà appartiene (forse) alle adoratrici pentite di “Sex and the City”. C’è stata un’epoca in cui le “quattro ragazze scatenate” newyorkesi, regine incontrastate del piccolo schermo e del giornalismo di costume più innovativo, erano quanto di meglio passasse il convento dell’immaginario collettivo mediatico. Citarle, vezzeggiarle, adorarle, enucleare la loro filosofia di vita, di consumo, di tacchi altissimi e vestiti esclusivi quanto costosi, non solo era un divertimento, ma un passaggio obbligato, una chiara manifestazione dell’intelligenza intellettuale modaiola. Altrimenti perché vedere più volte i 94 episodi?

Un detto francese ci viene in soccorso: si nasce incendiari, si muore pompieri. Adesso è l’ora degli schiumogeni per spegnere certe vampate di calore, ormai decisamente fuori contesto. Quello che ieri sul piccolo schermo sembrava merce prelibata, sul grande schermo si trasforma in un piatto davvero indigesto, a metà strada tra il  “fumettone” e il “cinepanettone”. Insomma, per chiuderla, ci sono gli estremi per un reato odioso e grave: circonvenzione di anziane (dai quaranta in su: se qualche lettrice vuole sporgere denuncia, ricordiamo che abbiamo solo trascritto il pensiero di Maria Laura Rodotà).

Le «simpatiche icone delle donne contemporanee» si sono trasformate in «ridicole carampane ululanti», messe dentro una confezione girata in pellicola e impegnata a mostrare in bella vista marchi famosi (da Chanel a Manolo Blahnik), e ristoranti di tendenza, e locali notturni di grido, e residenze esclusive. “Sex and the City 2” non è piaciuto nemmeno alla più severa (nonché brava) delle scrittrici di cinema, Maria Rosa Mancuso. Sul Foglio di ieri ne ha fatto polpette. La classe, una volta primeggiante, oggi latita. Sentite la chiusura della martellata: «La più sofistica serie tv degli anni Novanta si gemella con il “Drive In” degli anni Ottanta e il pecoreccio». Un frullato di capi intimi griffati Christian Dior, mutande e canotta da bancarella di Alvaro Vitali, tette al vento della “ragazza fast food” Tinì Cansino e piumini dei paninari ricordo della “Milano da bere”.

“Sex and the City 2” è il seguito di “Sex and the City ”, uscito esattamente due anni fa. Il cast è lo stesso, come il regista e sceneggiatore Michael Patrick King. Le ragazze sono soltanto invecchiate di un paio di primavere.  Ma non sono cambiate. Di mezzo c’è stata la crisi devastante, che ha sfracellato il mercato finanziario ed azionario. Il film precedente si era concluso sul matrimonio (finalmente!) tra Carrie Bradshaw (Sarah Jessica Parker, il vero punto di riferimento della serie) e Mr. Big (Chris Noth). Li ritroviamo nello stesso stabile dove li avevamo lasciati, nido d’amore con vista mozzafiato della “grande mela”, incastonato in un grattacielo spettacolare, nel cuore di Manhattan, a due minuti dal più chic polmone verde del mondo, il Central Park, ottimo anche una colazione veloce o un tè e una fetta di dolce guardando i rasserenanti giardini dall’ampia vetrata del Metropolitan Museum.

Adesso (segno che anche i ricchi piangono) stanno più in basso, Molto più in basso. I sussulti, le macerie, le fibrillazioni di Wall Street, li hanno costretti a prendere l’ascensore al ribasso. La festa è finita, ma mica tanto. Due anni sono tanti. Le ragazze, Samantha, Miranda e Charlotte, oltre a Carrie, chi più chi meno, si annoiano. Le bambine piangono, i datori di lavoro sono insopportabili, i critici del “New Yorker” spietati, quando sparano a palle incatenate contro la nuova fatica letteraria (si fa per dire) di Carrie. I rispettivi compagni, poi, sono buoni, gentili, fedeli, premurosi ma noiosi. Anche il sesso non è più quello di una volta. Insomma è il momento di cambiare aria. Occorre riassaporare, e prontamente, un po’ di adrenalina. Sulla splendida e solare New York, tra un brunch leggero, un cocktail raffinato e una serata chiassosa in discoteca, è calato un senso di soffocamento. Allora si parte.

Dove si trova nel mondo il pianeta più luminescente? Una volta il viaggio d’evasione era rappresentato dalla dorata Las Vegas. Adesso si va ad Abu Dhabi: Las Vegas elevata alla massima potenza. Naturalmente nel finale si torna a casa: «my home, sweet home», in attesa della prossima puntata. E di due anni in due anni, se il botteghino regge, si potrà andare avanti all’infinito, visto che lifting, ormoni, cellule, integratori e più tradizionali creme e massaggi, fanno miracoli. Si può dire qualcosa di questo film che determina l’utilizzo del termine “imbarazzante”? Non si nota, ad esempio, una concreta difformità con la media delle commediole americane degli ultimi dieci anni.

Che differenza passa tra la passione per le scarpe di ogni tipo di Carrie Bradshaw e quella di Rebecca Bloomwood, protagonista del film “I love shopping” (2009), tratto dal best seller di Sophie Kinsella  “Confessions of a Shopaholic”? Obbligata dalla madre a portare brutte scarpe marroni da bambina, “Becky”, arrivata alla maggiore età si vendica: acquista calzature di ogni tipo, con i tacchi alti, con i tacchi bassi, dorate, con brillantini, di mille colori. E poi compra di tutto. E spende, spende, spende. Usa le dodici carte di credito in suo possesso con un piacere tutto suo: sente un nodo allo stomaco mentre trascorre il tempo della transazione, poi, accettato il pagamento, si libera in lei una felicità immensa. Finalmente l’oggetto acquistato è suo. Ma quella felicità svanisce presto. Cosa fare?

Comprare di nuovo. All’infinito. Differenze tra i due film non ce ne sono molte. Da ogni punto di vista. Perché allora massacrare “Sex and the City 2”? Dura 145 minuti, e le scemenze, le volgarità, la sessualità disinibita, le scarpe e le borsette, sono le stesse della prima puntata televisiva, andata in onda nel 1998. Hanno solo una dozzina di anni in più sui tacchi dodici, ma lo dimostrano appena appena. Gli spettatori (più donne, di varie generazioni,  che uomini) in sala ridono, non mostrano cedimenti. Nel primo giorno di programmazione (giovedì) il film ha incassato in America 14 milioni di dollari. Niente male. Finché tirano così le ragazze sotterrano tutti. Anche quelli che oggi, come Maria Laura Rodotà e Maria Rosa Mancuso, le accostano nella loro scrittura, deliziosa e stavolta cattivella, ai meteorismi intestinali di Massimo Boldi e Alvaro Vitali.