Obama dà il contentino ai liberal ma la guerra in Afghanistan continua

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Obama dà il contentino ai liberal ma la guerra in Afghanistan continua

21 Giugno 2011

Era questione di tempo, poi Obama avrebbe ceduto. Oggi annuncia il ritiro da Kabul di diverse migliaia di soldati ed è ora di riflettere sul destino della missione. Non si parla ancora di vittoria. Congresso americano, alleati europei, talebani e Pakistan, i principali attori di questa campagna, sembrano accogliere con soddisfazione la notizia. Sono trascorsi dieci anni dall’inizio del conflitto e Washington conta migliaia di caduti e miliardi di dollari spesi. Ma se l’Afghanistan dovesse sfuggirgli di mano allora tutti questi sforzi saranno stati vani.

Fonti militari sperano che la prima fase preveda il ritorno a casa di un numero ridotto di uomini. Il Segretario alla Difesa Robert Gates, nel suo ultimo viaggio in Afghanistan, ha ritenuto “prematuro” apportare modifiche sostanziali alla campagna militare. “Bisognerebbe attendere fino alla fine dell’anno o fino a quando gli Stati Uniti non potranno affermare di aver ‘girato l’angolo’ qui in Afghanistan” ha dichiarato. Dello stesso parere è il generale Petraeus, comandante delle forze occidentali nel teatro. La Casa Bianca si mostra però determinata, continuando a sostenere che la riduzione del numero delle truppe americane sarà consistente.

Le ragioni che spingono Obama a scegliere la strada del ritiro sono diverse. Prima di tutto, i costi elevatissimi della guerra. Il Congresso preme sull’amministrazione affinché apporti dei tagli decisi alla spesa militare. Non è dato sapere le modalità del ritiro (né i numeri effettivi, si parla di 33.000 uomini entro il 2012), ma se si trattasse di un’operazione frettolosa e disordinata, messa in atto solo per placare gli animi del congresso e degli elettori, rischierebbe di produrre effetti assai pericolosi.

Altra motivazione è la difficoltà di Washington di gestire i rapporti con il governo Karzai. I timori del Pakistan di essere scavalcato dal presidente afghano nel processo di riconciliazione con i talebani, rendono particolarmente complessa la presenza americana nell’area. “Gli esiti positivi di questa campagna non possono prescindere da una concertazione regionale”, affermava Kissinger in un recente editoriale sul Washington Post. Nell’Afpak si intrecciano interessi diversi e un negoziato aperto a tutte le parti in gioco sembra indispensabile per una stabilizzazione definitiva.  Islamabad chiede “più trasparenza e chiarezza”, ma la sua posizione è tutt’altro che limpida.

La diffidenza americana nel condividere informazioni deriva dai rischi di infiltrazioni all’interno dell’Isi o peggio da una netta collusione dei servizi pakistani con l’insorgenza. Dall’uccisione di Bin Laden, e anche prima, i rapporti tra Stati Uniti e Pakistan sono andati progressivamente peggiorando. Islamabad cerca di salvaguardare in tutti i modi i propri interessi strategici su Kabul e potrebbe non essere un caso se i negoziati con i talebani dovessero fallire. Questo Paese non lascerà vincere gli Stati Uniti senza ottenere dei vantaggi. Un funzionario anonimo, lasciando intendere quanto il Pakistan possa influenzare le sorti della missione, ha sottolineato che  "mentre Washington dialoga con il consigliere del mullah Omar, il leader dei talebani è sulla lista dei cinque uomini più ricercati in America”.

Anche se Pentagono e Casa Bianca sono d’accordo sul numero complessivo delle truppe da far rientrare a casa, il dissenso di Gates rende difficile per il presidente definire un ritiro credibile. Alcuni rapporti suggeriscono che 5.000 truppe sarebbero pronte a lasciare l’Afghanistan già nel mese di luglio e altri 5.000 saranno pronti a partire entro la fine dell’anno. Attualmente sono dislocati circa 100.000 soldati in Afghanistan e se le indiscrezioni si rivelassero vere la riduzione delle forze sul campo potrebbe essere inferiore al 10%. Un numero che farebbe sobbalzare i liberal di Obama. Il senatore democratico Carl Levin, capo del Senate Armed Services Committee, vorrebbe vedere 15.000 soldati americani in patria entro la fine del 2011 e altri democratici pretendono un rientro significativo.

Questa non è la prima volta che negli ultimi anni la Casa Bianca si trova in disaccordo con il Pentagono sul numero delle truppe in Afghanistan. Nel 2009, il generale Stanley McChrystal chiese un aumento delle truppe che non ottenne grande favore. Alla fine il presidente lo approvò, imponendo un aumento dei costi intorno a 36 miliardi di dollari.  Oggi la mancanza di sostegno da parte dell’opinione pubblica senga una netta differenza rispetto al passato. Secondo un sondaggio del Washington Post e dell’Abc News, il 64% degli americani si dichiarano contrari alla guerra più lunga nella storia degli Stati Uniti, mentre l’80% degli indipendenti sostiene che Obama dovrebbe portare a casa un "numero sostanziale" di truppe dall’Afghanistan.

Al momento, il vero grande problema per il presidente è rappresentato dal suo stesso partito, che preme per il ritiro. Probabilmente si rivelerà fondamentale in questo senso l’avvicendamento Gates-Panetta alla guida del Dipartimento della Difesa. Leon Panetta, attuale direttore della Cia, garantirà una maggiormente affinità  con i sentimentimenti dell’elettorato democratico. Evitando contraddizioni scomode all’interno dell’amministrazione. È giunto il momento di riflettere sul destino dell’Afghanistan. Un ritiro progressivo delle forze americane sembra indispensabile, ma niente panico.