Obama d’Egitto: una prova di retorica che convincerà i musulmani?

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Obama d’Egitto: una prova di retorica che convincerà i musulmani?

Obama d’Egitto: una prova di retorica che convincerà i musulmani?

06 Giugno 2009

Visita di Obama in Egitto
Qui il testo completo, in inglese, dell’importante discorso del presidente Obama nella capitale egiziana. Bisogna dire che la retorica inclusiva del presidente è efficace, si noti la presa di distanza dalla laica Europa riguardo ai costumi religiosi delle donne musulmane. “Ma per capire se il discorso assurgerà alla storia, bisognerà ricercare la risposta – nota giustamente lo Spiegel – non nell’Università del Cairo ma nelle moschee e nei palazzi del mondo arabo e allora si capirà se avrà raggiunto i cuori e le menti dei musulmani.

Notizia interessante: nella troppo semplificata visione manichea italiana, la visita di Obama al Cairo è ridotta ad un gioco semplicistico tra filo israeliani e filo arabi. Le iper semplificazioni non sono una prerogativa italiana, anche gli americani non scherzano; c’è chi è arrivato a criticare il presidente perché ha salutato e ringraziato in arabo! E il Washington Indipendent si domanda ironicamente: “Ma anche il generale Petraeus non sarà di nascosto un mussulmano viste le parole di commiato che pronunciò in Iraq erano anch’esse in arabo?”.

L’Egitto è una pedina fondamentale nello scacchiere mediorientale. Anche se non riveste più il ruolo di guida indiscussa nell’area, come ai tempi di Nasser, occupa pur sempre una casella centrale, cerniera tra Europa, Africa e Asia, con il canale di Suez dove passano le rotte per l’Oceano Indiano, e contrappeso all’influenza sciita e iraniana. Così si spiegano le attenzioni americane per la terra dei faraoni e il fantasmagorico aiuto di 1 miliardo e 600 milioni di dollari versati nelle sue esangui casse l’anno scorso. Ora Newsweek si chiede se ne valga ancora la pena visti gli scarsi passi avanti verso la democrazia.

Il mondo arabo musulmano, però, è più complesso di quanto sembri; ecco allora l’invito ai Fratelli Mussulmani egiziani, storico gruppo integralista, messo ai margini della vita politica egiziani da Mubarak, di essere presente al discorso del presidente americano all’Università del Cairo. La delegazione include il Dr. Saad Al Katatni, leader del blocco, che ha affermato: “l’invito rappresenta un compromesso tra l’amministrazione USA e il governo egiziano, considerate la pressione crescente della stampa americana sull’amministrazione sulla necessità di incontrare tutti i membri dell’opposizione”.

Certo è che il sentiero su cui si muove Obama è stretto tra realismo e difesa dei diritti umani – sviluppo della democrazia, e quindi alleanza con i regimi sunniti come Egitto e Arabia, non certo campioni di democrazia in lotta contro chiunque minacci il potere. Obama, ecco la preoccupazione di molti commentatori, deve riuscire a rafforzare l’idea nel mondo che gli Stati Uniti non sono disposti a scambiare i principi democratici con la sicurezza nazionale e la difesa dello status quo. Certo è che non seguirà l’insistenza di Bush sulla necessità di cambiamento di alcuni regimi come quello iraniano.

Le aspettative nei confronti della politica in Medio Oriente di Barack Hussein Obama sono alte. Ben il 50% degli arabi ha fiducia in lui (qui un sondaggio USA sull’opinione pubblica egiziana), ma il nodo da sciogliere rimane sempre il conflitto arabo israeliano ormai radicalizzatosi in una dimensione religiosa fondamentalista che rende per ora improponibile la formula “terra in cambio di pace”. E’ l’opinione pessimistica del professor Ramez Maluf, docente all’Università americana di Beirut e autore cinque anni fa di una nota per il sottosegretario Karen Huges su “Come vendere gli Stati Uniti in Medio Oriente”. Comunque si consideri la situazione palestinese, rimane fuori di dubbio che senza una qualche forma di sviluppo economico non vi potrà essere nessun stato degno di questo nome.

Per valutare appieno la strategia di Obama per la pace in Medio Oriente, si veda il video con l’intervista a Brian Katulis e l’osservazione che Obama sta “seminando in diversi campi – Iran, relazioni israelo-siriane e israelo-palestinesi – per capire quale sarà la strada da seguire”.

Certa è però la sensibilità dell’opinione pubblica araba. Mubarak, pochi giorni prima dell’arrivo di Obama, ha dichiarato senza equivoci che nonostante l’Iran rappresenti una comune minaccia “il problema palestinese rimane la priorità senza riguardo ai numerosi pericoli e minacce in Medio Oriente”.

Libano
Il Paese dei Cedri è l’altro fronte caldo del Medio Oriente in questi giorni. Più volte è stato detto che l’ago della bilancia nelle prossime elezioni politiche sarà il cristiano (cattolico)maronita Micheal Aoun, schierato a fianco degli Hezbollah. Additato dai democratici della coalizione del “14 marzo” come un traditore (Aoun, negli anni 1990, fu esiliato dai siriani che aveva combattuto durante la guerra civile), il suo ruolo non è chiaro. Se alle elezioni vincerà la coalizione cristiano-sciita, i giornali di mezzo mondo scriveranno che Hezbollah avrà vinto: ora è vero che il partito di Nasrallah è l’unico dotato di una forte milizia armata per di più supportata dall’Iran e dalla Siria, ma la maggioranza dei seggi andrà al Blocco del cambiamento e il Napoleone del Libano o il megalomane, a seconda dei gusti, potrebbe essere l’ago della bilancia. A quel punto si vedrà se saprà giocare il ruolo di riconciliatore nazionale (aspirando alla carica di presidente della repubblica, per quanto l’attuale capo dello Stato Suleiman sia stato eletto da poco) o ritrovarsi ad essere solo un alibi per gli estremisti mussulmani.

Dedicato al Libano anche l’ultimo preoccupato report dell’International Crisis Group che avverte che le elezioni potrebbero significare non un’apertura di una nuova fase di pace verso la “terza repubblica” caldeggiata da Aoun, ma risolversi in un disastro. Ora è vero che il conflitto è passato dai combattimenti per le strade alle urne, e questo è un buon segno, ma troppe sono ancora le influenze esterne che trovano un campo fertile di settarismi e odi interreligiosi per stare tranquilli. La soluzione migliore sarebbe un governo di unità nazionale: Hezbollah non vuole infatti ripetere l’errore di Hamas che, a causa del suo estremismo, ha trasformato una vittoria elettorale schiacciante in un isolamento internazionale quasi assoluto, mentre l’attuale maggioranza sa che senza un accordo con gli sciiti e Aoun e sarà impossibile governare, ma in Libano tutto può succedere.

Afghanistan
Un concetto fondamentale nelle guerre asimmetriche, quelle in cui una grande potenza si scontra con avversari infinitamente più deboli come ad esempio nella guerra del Vietnam o in quella algerina, è che la vittoria militare sul campo significa poco. Quello che gli insorti vogliono è logorare il nemico, neutralizzando così la sua superiorità militare. Steve Metz, stratega americano e docente al Collegio di guerra, ripete in questa intervista e in modo chiaro questa verità purtroppo ancora poco capita. “Gli americani in Afghanistan hanno vinto, i suoi alleati sono al potere, ma adesso la guerra è psicologica. Nel campo di battaglia psicologico, i due lati sono sfortunatamente vicini ad essere uguali”.

E i problemi in Afghanistan sono sempre molti perché quel teatro ha sofferto della mancanza di attenzione e di risorse, anche intellettuali, da parte degli americani, e dei suoi alleati NATO compresa l’Italia. Semplicemente, Petraeus era in Iraq e non lì.

Se poi qualche lettore vuol sapere cosa viene consigliato ai soldati USA di portare con sé in quelle terre….

Pakistan
L’offensiva governativa contro i talebani nelle province del nord non si sa se abbia raggiunto l’obiettivo di riprendere il controllo di quelle zone: quello che è certo è che ha prodotto qualcosa come tre milioni di profughi in una zona a maggioranza pashtun, l’etnia dei talebani, e la scomparsa dei guerriglieri (perché ritirati). Sinceramente ci si domanda a cosa servano questi metodi. La novità è che adesso una parte della la popolazione pakistana, quella che prima considerava i talebani come fratelli, disgustata dai loro metodi barbari, si è loro rivoltata. Sembra che si ripeta la storia dell’Iraq: proprio per questo allora è necessario che il governo non sbagli strategia e si inimichi con azioni discutibili la popolazione.

Iran
Tehran continua la politica d’azione su molteplici piani. Il generale Petraeus ha affermato che l’Iran continua l’opera di disturbo anche con infiltrazioni militari in Iraq. In attesa delle elezioni che si terranno il 12 giugno, la campagna elettorale si riscalda dimostrando che nel paese esiste una relativa libertà di parola. Ecco per esempio uno scontro con accuse gravissime tra Ahmadinejad e il suo principale rivale Hossein Mousavi. Se Obama apre all’Iran, i sentimenti e le aspettative dei parlamentari americani sono chiari: fermezza e tempi definiti.