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Sondaggi dal doppio volto

Obama è sempre più amato nel mondo, mentre negli USA l’incantesimo è finito

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A confermare la storia d’amore tra Barack Obama e il resto del mondo arriva il recente sondaggio della BBC secondo il quale, dal suo insediamento in poi, l’indice di gradimento degli Stati Uniti nel mondo ha fatto registrare una considerevole impennata. È la prima volta dal 2005 (anno di nascita del sondaggio in questione) che l’influenza americana al di là dei propri confini è vista “in maniera più positiva che negativa”.

A confrontare le cifre di oggi con quelle degli anni precedenti, si vede che la buona considerazione internazionale goduta dagli Stati Uniti era scesa dal 38 per cento del 2005 al 28 del 2007. Poi, dopo la rimonta al 35 per cento del 2009, il trionfale 40 per cento di quest’anno.

Appare evidente che, quanto meno all’estero, quello che i sondaggisti chiamano Obama effect ha confermato il proprio peso.

Tra le ragioni e le energie di questa dinamica c’è in primo luogo la forza indubbia della retorica - preziosa, astuta, messianica - del presidente americano che al di fuori degli Stati Uniti ha trovato orecchie attente, soprattutto in una certa Europa. Che senza dubbio è stata ben felice di leggere titoli come “World likes U.S. more under Obama”, oppure “Obama effect boosts views of U.S.”. Un po’ meno forse per la domanda - tutt’altro che peregrina - “How Real is the Obama Effect?” del puntuto Daniel Drezner, analista, docente di politica internazionale nonché blogger assai prolifico.

Mai come in questa primavera estera di Obama è evidente che il potere è anche una questione di posizioni, di postura.

E quella nucleare, raccontata nel bene e nel male dalla Quadriennal Defense Review del Pentagono, è servita a rafforzare l’immagine internazionale del presidente americano quale primo (e presunto) passo in avanti verso la denuclearizzazione del pianeta. In questo quadro, s’inserisce anche lo START2 firmato con la Russia, che ha senz’altro dato una mano di lubrificante a qualche annoso attrito con Mosca.

Ma la buona volontà è soltanto uno degli ingredienti che vanno cuocendo nel calderone della zuppa obamiana, il cui odore è grato alle narici di chi non prova nostalgia per l’America vestita da sceriffo che quel cattivone di Bush aveva portato in giro per il mondo. Di qui l’apprezzamento per il tentativo d’instaurare un “rapporto diverso” con quegli Stati fino a qualche tempo fa liquidati come “canaglie”. Per ora l’esperimento non ha dato i risultati sperati, ma d’altra parte era facile non farsi troppe aspettative diplomatiche con l’Iran di tal Mahmoud Ahmadinejad, noto per l’abitudine d’inneggiare alla distruzione d’Israele un giorno sì e l’altro pure, e che oltretutto ha definito Obama un politico dilettante. Per tacere dell’ostinazione del regime khomeinista nel rivendicare il diritto di baloccarsi con l’uranio quanto più gli aggrada, alla faccia del Trattato di non proliferazione, della comunità internazionale e dell’eterno discorso sulle sanzioni, mentre di tanto in tanto spuntano nuovi siti nucleari cladestini.

E qui torna Drezner, che ricorda quando l’amministrazione Bush, al massimo dell’impopolarità, era in grado di condurre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a far passare tre tornate di sanzioni contro l’Iran, più altre misure per la Corea del Nord. Invece l’amministrazione Obama, nel tentativo di portare a casa un round di sanzioni, nonostante il serio sforzo di avviare il dialogo con Teheran, deve fare i conti con le resistenze di Russia e Cina, oltre che di Brasile e Turchia, membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza.

D’altro canto, Obama incontra seri problemi di consenso sul versante interno. Se il presidente americano ha motivi per rallegrarsi dell’accresciuta considerazione di cui gli Stati Uniti godono in altre paesi, il nuovo sondaggio del Pew Research Center - “The People and Their Government” - disegna una situazione interna fatta di seria sfiducia nei confronti del governo, di “rabbia, scontento e risentimento”.

Una “tempesta perfetta” di economia depressa, “aspre reazioni partigiane” ed “epico scontento” dell’opinione pubblica nei confronti del Congresso e degli eletti che potrebbe esplodere in autunno con le elezioni di medio termine.

Quello che emerge dalle cifre è un popolo ben poco propenso all’idea di un governo interventista, e neanche qui c’è da stupirsi se da quando Obama è entrato in carica la percentuale di chi vorrebbe uno “smaller government” è salita dal 42 al 50 per cento.

Un altro aspetto lo affronta il Wall Street Journal, dove si fa notare che Obama è entrato alla Casa Bianca promettendo un’era di armonia politica ma che, in 15 mesi di mandato, la speranza espressa in campagna elettorale di trascendere le divisioni di parte non ha fatto una gran bella fine.

Al contrario, Mr. Obama ha dimostrato la tendenza a “calunniare gli oppositori sul piano personale” e ad attaccare le loro argomentazioni definendole “disoneste, illegittime e mosse dalla malafede”. Un esempio su tutti: quando a settembre ha parlato della questione dell’health care al Congresso, Obama non si è limitato a esprimere il proprio disaccordo, ma ha accusato chi si opponeva di essere “cinico e irresponsabile”, di “diffondere disinformazione” e di fare affermazioni “false e folli ricorrendo alla demagogia e alla distorsione”.

La politica non è mestiere da mammolette, ma di solito – notano ancora dal Wall Street Journal – la gran parte dei presidenti lascia ad altre figure istituzionali certo genere di attacchi. Perché “il consenso più solido” si costruisce attraverso le nobili arti della discussione e della persuasione e “non con l’isolamento dei bersagli politici né coltivando il risentimento o ridicolizzando le differenze”. Il tutto con una bellicosità degna della più agguerrita Sarah Palin e con una retorica ancor più “dissonante” perché viene da un presidente che continua a ripetere, tra l’uno e l’altro attacco, che sta lottando con tutte le proprie forze per cambiare i toni del discorso politico americano. E se Obama e i suoi si stanno chiedendo perché la storia d’amore con il popolo americano sia diventata così difficile da gestire, farebbero meglio – consiglia il WSJ – a guardare “la condotta faziosa e il disprezzo” che il presidente “troppo spesso mostra nei confronti di chi non è d’accordo con lui”.

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1 COMMENT

  1. Paga Pantalone
    Non è “Il Mondo” che paga per le scelte di Obama: sono gli statunitensi. Così come agli statunitensi non importa un fico secco di quello che “Il Mondo” pensa di Obama. Conta quello che LORO pensano, perché sono LORO che pagano i conti. LORO dovrannno pagare, con più tasse e minori servizi. Frederick Forsyth scrive in un suo libro che “mai i britannici cambierebbero un Primo Ministro solo perché non è popolare all’estero”. Ecco, forse sarebbe ora che gli italiani ammalati di provincialismo, imparassero che un Primo Ministro che piace a “Il Mondo” probabilmente è un Primo Ministro che NON sta facendo gli interessi della Nazione, ma quelli de “Il Mondo”. Magari per diventare, scaduto il mandato, Presidente di qualche commissione in Europa.

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