La politica estera fa la differenza

Obama è “unfit” a guidare l’America

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La candidatura di Barack Obama sembra aver perso una parte del suo smalto negli ultimi tempi, e io suppongo che tra le ragioni ci siano i grossi dubbi che molti americani continuano a nutrire sulle sue posizioni di fronte al mondo pericoloso che ci circonda. Avere scelto Joe Biden come candidato alla vicepresidenza non è una risposta sufficiente.           

Senza dubbio il senatore del Delaware è un uomo di assoluta rettitudine e di grande esperienza in campo legislativo, e le sue inclinazioni in politica estera riflettono l’approccio l-internazionalista un tempo dominante nel Partito Democratico. Dodici anni fa, quando gravi pericoli minacciavano i musulmani bosniaci, Biden è stato uno dei principali promotori dell’intervento militare statunitense nei Balcani, e questo gli fa onore e contribuisce al suo buon nome. Biden è un uomo che non si vergogna di essere un patriota, a differenza di molti esponenti delle élite liberal. Tuttavia, come molti e da ultimo Bob Woodward hanno fatto osservare, sono i presidenti a forgiare il destino di una nazione, non i loro vicari. 

La candidatura di Obama, insomma, va giudicata per se stessa, e può essere vista come la più netta presa di distanza da quello che a partire dal secondo dopoguerra è stato il consenso nazionale sulla politica estera dell’America. Non si tratta soltanto della sensibilità personale del senatore Obama: la presa di distanza dalla dottrina dell’eccezionalismo americano, dagli interessi e dalle responsabilità dell’America all’estero rispecchiano le scelte degli attivisti e delle élite del Partito Democratico che ha promosso l’ascesa del senatore Obama. 

Anche se la messa in scena di Denver ha rappresentato l’inevitabile tentativo di presentare i Democratici di Obama come uomini e donne di centro, il senatore dell’Illinois e i suoi seguaci sembrano scontenti della potenza americana. Secondo loro potremmo farci strada nel mondo senza l’imbarazzo dell’hard power. Dovremmo scusarci con le altre nazioni per il modo in cui ci siamo comportati all’indomani dell’11 settembre e il mondo là fuori ci sarebbe grato se mettessimo fine all’epoca della certezza americana. 

La nettezza della scelta cui il paese è chiamato si può comprendere meglio facendo un paragone con le elezioni del 1960, che pure hanno fama di essere state decisive. Le favole che si raccontano, però, tendono a ingigantire le differenze tra Richard Nixon e John Kennedy. Anagraficamente i due avevano solo quattro anni di differenza (Nixon era nato nel 1913, Kennedy nel 1917). Entrambi avevano combattuto in marina durante la Seconda Guerra Mondiale. Entrambi erano impegnati anima e corpo nella Guerra Fredda. La campagna di Kennedy, in fondo, aveva insistito molto sulla disparità negli armamenti rispetto all’URSS: in altre parole, il candidato aveva promesso un atteggiamento più deciso nei confronti dell’Unione Sovietica. (Lasciamo da parte i risvolti ironici. C’era davvero una disparità negli armamenti: gli USA disponevano di 2000 missili, mentre l’Unione Sovietica ne aveva al massimo 67).

Il consenso nazionale sul ruolo dell’America all’estero, e sui gravi pericoli che la minacciavano, era fermamente radicato. Nessuna grande breccia culturale l’aveva ancora intaccato, il menù non prevedeva insalatine, le élite condividevano la cultura dominante del paese, e le università sostenevano in tutto e per tutto questo ethos nazionale diffuso. La “balcanizzazione dell’America”, per citare il noto libro di Arthur Schlesinger Jr., era ancora di là da venire. Il lismo americano era ancora strettamente intrecciato con il nazionalismo americano. 

Siamo ormai molto lontani da quel tempo. La globalizzazione è penetrata nel cuore del paese, il postmodernismo si è impadronito della sua vita culturale. La fede nella “differenza” americana ha cominciato a sbiadire, e il lismo americano si è svincolato dagli appelli del nazionalismo. La stessa identità americana ha cominciato a mutare. 

In “La nuova America. Le sfide della società multiculturale”, un libro controverso che ha affrontato di petto la questione dell’identità americana, il celebre politologo Samuel Huntington ha presentato tre concezioni dell’America: nazionale, imperiale e cosmopolita. Nella prima l’America resta l’America. Nella seconda l’America ridefinisce il mondo. Nella terza il mondo ridefinisce l’America. Nel corso della sua storia l’America non ha fatto che oscillare tra la vocazione nazionale e quella imperiale. Il confronto diretto tra questi due ideali sta lasciando il posto alla forza e alle istanze dell’idea cosmopolita. È questa nuova concezione dell’America che ha prodotto il fenomeno Obama. 

L’“atteggiamento distaccato” di Barack Obama, un tratto ormai acquisito nelle valutazioni che si danno di lui, nasce da questa matrice culturale. Obama non ha parlato per errore quando ha descritto gli Americani di provincia e i cittadini meno abbienti come gente che si aggrappa al fucile e alla religione; c’è chi lo ha sentito scambiare opinioni del genere con una platea compiacente a San Francisco. 

Neanche il fatto di parlare di servizio civile ed escludere il servizio militare nel corso di un comizio alla Wesleyan University è stato un equivoco. Nel suo mondo e in quello dei suoi compagni l’esercito non sembra avere un ruolo di rilievo. Accettando l’investitura nel corso della convention democratica, come già aveva fatto nel corso della maratona elettorale, Obama ha raccontato del nonno materno che combatté agli ordini del generale Patton. Quell’esperienza, però, non ha lasciato traccia nella sua formazione. 

Quando eleggiamo un presidente eleggiamo un comandante in capo. L’America continua a essere una repubblica imperiale con obblighi militari e una vocazione militare. È per questo che Eisenhower ha schiacciato Stevenson, che la spavalderia di Reagan ha avuto la meglio su Carter, che Bush padre ha sconfitto Dukakis, etc. 

L’eccezione è stata Bill Clinton, con due vittorie consecutive contro due veterani della Seconda Guerra Mondiale. Ci eravamo presi una vacanza dalla storia, ma gli attacchi dell’11 settembre ci hanno riportati alle sue non facili problematiche. C’è da stupirsi se Hillary Clinton ha finto di prendere la posa del virile guerriero americano ed è riuscita a conquistare i lavoratori?

I panni del guerriero sembrano addirsi ben poco a Barack Obama: Obama sta tentando di convincere gli americani che lui e i suoi sostenitori sono i Roosevelt e i Kennedy della situazione, e che anche lui sarebbe capace di mandare soldati in guerra e di tenere testa a dittatori e regimi canaglia. Se però molti dubitano che ne sarebbe davvero in grado ci sono delle ragioni. 

Le folle che lo hanno accolto a Berlino e Parigi sapevano con chi avevano a che fare. Obama ha immediatamente presentato la sua intenzione di negoziare con l’Iran come il contrassegno della sua diplomazia, come la rottura con gli anni di Bush e con il suo stile. Poi si è rimangiato la promessa, e riecheggiando spudoratamente i mantra del presidente Bush sull’Iran ha dichiarato che le trattative con l’Iran non avrebbero previsto “alcuna opzione sul tavolo”. La trasformazione si è prodotta nel corso di una visita a Israele, i motivi della conversione erano chiari e la mossa non ha convinto nessuno. 

Barack Obama crede davvero di poter offrire al mondo che comincia al di là delle coste americane la sua biografia, la sua simpatia per gli sconosciuti. Nel corso del dibattito sull’antisemitismo e le sue radici i due candidati non avrebbero potuto divergere maggiormente. Obama prende le mosse dalla nozione di colpa americana: siamo stati noi a evocare le furie, sostiene. La nostra guerra contro il terrore e la nostra guerra in Iraq hanno inasprito i sentimenti ostili. Obama si è offerto di correggere questa situazione e offre se stesso (ecco di nuovo la biografia) come ponte tra i mondi. 

Quanto a McCain, è vero che non si è espresso in modo particolarmente articolato su questo punto, ma condivide l’atteggiamento diffuso in molte zone del paese che non sembrano preoccuparsi troppo della reputazione degli Stati Uniti all’estero. McCain non è impaziente di farsi volere bene dagli stranieri. In novembre il paese sarà chiamato a scegliere tra un candidato repubblicano forgiato dalle verità degli anni ’50 e un rivale democratico figlio degli anni ‘90. 

Per McCain la campagna elettorale è più che altro una questione di obblighi e doveri. Parliamo di un uomo che si è imbarcato in questa avventura dopo una vita al servizio dell’esercito e del paese: la presidenza non farebbe che coronare una lunga carriera. McCain dovrebbe forse parlare in modo più differenziato dei grandi problemi che gravano su di noi. Quando si tratta del mondo islamico, per esempio, non basta evocare la minaccia del fondamentalismo e farne il principale problema di pubblica sicurezza del nostro tempo. L’approccio e il portamento di McCain, d’altra parte, si sono già dimostrati efficaci sul piano elettorale. 

Per Obama la campagna elettorale è fatta di appelli al modernismo. Obama ha un lato “cool” e la sicurezza di chi emerge grazie al proprio talento. Obama ha la parlantina sciolta, scivola sul mondo senza interiorizzarlo davvero. Ha quel tratto spedito nell’affrontare i problemi politici ed economici che si può acquisire in poco tempo, una certa insofferenza nei confronti della complessità morale e politica. La toccata e fuga in Europa, le riunioni lampo, ma soprattutto la disinvoltura di chi è convinto di saperla lunga. Lo stile di Obama è lo stile che adottano quelli come lui all’interno delle élite l e professionali. 

Ogni quattro anni l’Americano medio esce di casa per scegliere il portabandiera del suo nazionalismo. I l si sono dispersi insieme alla cultura delle élite. Può darsi che il nazionalismo sia fuori moda nella Silicon Valley. Però lo stato – e la sua cittadella, la presidenza – hanno tutt’altra vocazione. 

© Wall Street Journal

Traduzione Francesco Peri

Fouad Ajami è Research Fellow all’Hoover Institution ed insegna Studi mediorientali alla School of Advanced International Studies della John Hopkins University di Baltimora.

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