Obama se la prende con Wall Street ma deve stare attento ai Sindacati

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Obama se la prende con Wall Street ma deve stare attento ai Sindacati

14 Settembre 2009

Obama tuona contro il mondo della finanza: "Non permetteremo gli eccessi del passato e Wall Street non conti su un nuovo salvataggio pubblico". In realtà i problemi del presidente si chiamano anche Afghanistan e sanità. I sindacati, per esempio, nonostante in America siano ridotti al lumicino, chiedono la "public option" per tutti. Ne abbiamo parlato con il professor Arnaldo Testi che insegna storia americana all’Università di Pisa.

Professor Testi, Lei dà particolare importanza alla “storia sociale” americana. Di fronte alla crisi economica, quali sono le condizioni di vita negli Usa?

Tutt’altro che buone. Nell’ultimo decennio il reddito di tutte le famiglie americane è diminuito, la diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza è aumentata, i salari operai sono rimasti fermi e poi peggiorati. I posti di lavoro sono fuggiti all’estero e ora naturalmente la depressione ha colpito duro: la disoccupazione è poco sotto la soglia psicologica del 10 per cento. Le prospettive, in una possibile “jobless recovery”, non sembrano brillanti.

A metà settembre, a Pittsburgh, ci sarà il congresso della principale confederazione sindacale americana, la AFL-CIO

Anche per il movimento operaio organizzato la situazione è preoccupante. I sindacati hanno il minimo storico di rappresentanza dacché esistono, appena il 12 per cento del lavoro dipendente (in Italia, se ricordo bene, sono intorno al 40 per cento), e resistono soprattutto nel pubblico impiego. Nel 2005 hanno anche subito una scissione, e ora ci sono due federazioni concorrenti.

Resusciteranno con Obama?

Dopo otto anni di gelo repubblicano, i sindacati hanno di nuovo un amico alla Casa bianca, eletto con il loro sostegno e i loro soldi, che li ha ricevuti cordialmente e che parlerà al congresso AFL. Ma già si annunciano nuovi screzi. I sindacati hanno ribaltato le loro posizioni sull’immigrazione, non sono più contrari, anzi vogliono in fretta una riforma che regolarizzi i clandestini; e vogliono (in fretta) una legge che faciliti l’attività sindacale nei luoghi di lavoro.

Devono aspettare, c’è la questione sanità

Il nuovo capo in-pectore dell’AFL-CIO, Richard Trumka, dice che non sosterrà una riforma sanitaria senza la cosiddetta “public option”, cioè la possibilità di creare una società di assicurazione pubblica (non statale – pubblica, che è una cosa diversa) in grado di fare  concorrenza a quelle private. Il povero Obama dovrà lavorare anche su questo fronte.

Si farà la riforma sanitaria ed è vero che molti americani vorrebbero che il sistema restasse così com’è?

Rispondo di sì ad entrambe le domande. Il Presidente e i democratici si sono troppo impegnati su questo fronte per accettare una sconfitta. Ci sarà un compromesso – non tutti i cittadini avranno un’adeguata copertura; gli immigrati clandestini resteranno esclusi (con grave danno della salute pubblica: staremo a vedere che succederà con l’annunciata pandemia influenzale); è probabile che scompaia anche la “public option”.

Obama ha detto che non è il primo presidente ad affrontare la questione ma che è determinato a essere l’ultimo

Questo non accadrà. Anche se le diseconomie della situazione esistente sono lampanti: in percentuale di PIL, gli Stati Uniti spendono in sanità quasi il doppio dei paesi europei, pur avendo quasi 50 milioni di cittadini fuori dal sistema. La maggioranza degli americani sarebbe favorevole a che tutti avessero l’assistenza sanitaria, se non fosse terrorizzata dall’idea di cambiare il modello esistente.

Sembra essere questo il vero problema

Al di là delle questioni ideologiche (lo stato, il mercato, eccetera), è comprensibile che, quando Obama dice di voler finanziare il nuovo sistema sanitario “tagliando gli sprechi” in quello vecchio, la preoccupazione dilaghi. In politica, “tagliare gli sprechi” vuol sempre dire ridurre i servizi. Ideologicamente, tuttavia, è una questione estremamente interessante. A opporsi più vivacemente alla riforma sono i pensionati (assai attivi in politica) che temono per il loro Medicare, cioè per le loro pensioni di vecchiaia. Ai pensionati si sono uniti, in difesa di Medicare, i Repubblicani. E’ affascinante, paradossale.

Quale sarebbe la contraddizione?

Medicare è un programma “single-payer” gestito direttamente dal governo federale – proprio il tipo di roba che i conservatori bollano come un-American, canadese, europeo, statalista, socialista. Così va il mondo.

Invece qual è l’obiettivo del partito democratico?

I Democratici hanno l’opportunità storica di costruire una nuova coalizione sociale ed elettorale maggioritaria, capace di governare a lungo il paese. Con la presidenza Obama hanno la possibilità di fare ciò che Ronald Reagan fece per i Repubblicani nel 1980 e Franklin Roosevelt per i Democratici negli anni Trenta. I segni ci sono tutti: nei flussi elettorali favorevoli; nell’emergere di una nuova generazione di attivisti e candidati a livello di base, di grassroots, e negli stati.

E i loro avversari?

C’è un esaurimento della spinta propulsiva politica, culturale, morale, personale del GOP. Non ho idea di chi potrebbe essere il prossimo leader repubblicano; se ce l’avessi, cercherei di vendermela al Republican National Committee.

Ma ci sono anche i democratici conservatori, i Blue Dogs, i liberal…

Coalizioni maggioritarie come quella di Obama sono sempre diversificate e persino conflittuali al loro interno, non c’è niente di strano né di impossibile (lo erano la coalizione del New Deal e quella reaganiana). Possono essere tenute insieme dalla gestione delle risorse del potere e, al momento della creazione, da una leadership carismatica capace di dare qualcosa a tutte le componenti e di incantarle.

Obama ha questa qualità incantatrice?

Certamente è un leader pubblico carismatico, ma è anche un forte leader di partito? Ha abbastanza capacità, passione e muscoli “partisan”, come deve avere chi opera in una democrazia funzionante, cioè conflittuale, come quella americana? L’estate scorsa ha fatto un errore capitale, lasciando che i termini della discussione sulla riforma sanitaria fossero definiti dai Repubblicani, e dai più radicali fra loro, talvolta con tattiche che puntavano sulla paura e argomenti obiettivamente falsi. Ha lasciato che il framework del dibattito fosse plasmato dall’opposizione. Il discorso al Congresso e alla nazione dell’altro giorno è stato dettato dalla reazione; avrebbe potuto farlo benissimo due o tre mesi fa. Tutto questo gli è costato un po’ in termini di consenso popolare ma soprattutto, mi sembra, un certo scetticismo dentro il partito.

In questi giorni Lei si trova negli Stati Uniti. Com’è stato vissuto l’anniversario dell’11 Settembre?

A parte le celebrazioni ufficiali, gli editoriali dei giornali, e il dolore dei famigliari, la sera di giovedì 10 settembre a New York è cominciata la “Fashion Week”, con i negozi di abbigliamento aperti fino a tardi, mezza città in strada a far compere – per stimolare l’economia, dicevano le grandi marche della moda. L’11 settembre le stesse grandi marche hanno lasciato in bianco i loro spazi pubblicitari sul New York Times, “in remembrance” e “in memoriam”. Ma non Bloomingdale’s e Macy’s. Anzi Macy’s annunciava a tutta pagina “One Day Sale! Lowest Prices of the Season!” per l’indomani, sabato 12 settembre. Insomma, i newyorkesi hanno fatto shopping.

Ci sta dicendo che hanno dimenticato quel tragico martedì mattina? 

L’aveva detto anche George W. Bush il giorno dopo l’attacco: uscite di casa e fate shopping. Ma voglio essere chiaro, è giusto, è sano che sia così. Che cos’altro dovrebbero fare? Tutto il weekend è stato dominato dal 400° anniversario dell’arrivo di Henry Hudson nell’isola che nel 1609 i nativi chiamavano Mannahatta. “Ci sono stati balli, canti, picnic, gite in bicicletta. E forse più bandiere che non, ormai, a a Ground Zero”.

La priorità adesso è l’Afghanistan. Se gli Stati Uniti vincessero potremmo dire che si è chiuso un ciclo fatto di guerre e terrorismo?

E’ un “se” grosso come una casa, naturalmente. Il punto, credo, è che nessuno sa esattamente che cosa significhi “vincere” in queste condizioni in Afghanistan. Ed è esattamente il nodo della questione, la ragione per cui molti osservatori cominciano a definire un errore l’insistenza di Obama; la ragione per cui i sondaggi di opinione dicono che cresce il numero di americani contrari alla guerra (sono ormai la maggioranza) e che hanno ben altri problemi per la testa.

Sul Wall Street Journal, Fouad Ajami ha fatto un paragone con il Vietnam

La mia impressione è che, a un certo punto, il governo farà quello che ha fatto in altre occasioni simili, e cioè “dichiarare vittoria, e andarsene”. Questo era il consiglio che venne dato a Lyndon Johnson ai tempi del Vietnam (ma il presidente lo ignorò), e poi a Richard Nixon. Nixon e Henry Kissinger in qualche modo lo seguirono con il “cessate il fuoco” e il ritiro delle truppe del 1973, che naturalmente aprì la strada alla vittoria nord-vietnamita del 1975. Detto questo, credo che oggi si possa già dire che, in ogni caso, un ciclo si è virtualmente chiuso. Anche se avremo ancora degli strascichi nel futuro prossimo.

E sul lungo periodo?

Come insegnano le vicende del Vietnam, gli effetti sul lungo periodo spesso sono inaspettati, paradossali o, come diciamo in gergo, “perversi”.