Odifreddi e la Scienza che ha sempre ragione

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Odifreddi e la Scienza che ha sempre ragione

13 Marzo 2007

Il mondo del logico Piergiorgio Odifreddi è un mondo fantastico, dove può capitare veramente di incontrare “il bello, il brutto e il cattivo”, oltre al “lupo” e a “cappuccetto rosso”. Un mondo dove a confrontarsi sono solo la ragione e il torto, dove i cristiani – pardon i “cretini” – finalmente tornati nelle catacombe, non assillano più i logici con le loro ipocrite sfumature, inutili dettagli, pruriginosi dubbi. Tutt’altro, un mondo di “verità” afferrabili, di convinzioni inscalfibili, il cui preteso possesso dell’arcano segreto di leggi incontrovertibili verrebbe utilizzato come le antiche clavi per bastonare ed irridere chi la pensa in modo diverso: in nome della logica, e così sia! Con stupore ho letto l’articolo del matematico Odifreddi pubblicato da “La Stampa” l’otto febbraio scorso. Il titolo è tutto un programma. “Ma io credo alla scienza non alla Chiesa”. La pubblica ammissione di ateismo nei confronti della Chiesa è legittima, sebbene di scarso interesse e neppure troppo originale. Odifreddi è uno dei tanti atei che sono sempre esistiti, che esistono e che sempre esisteranno, non vedo dove sia la notizia; neppure se il nostro logico in questione si chiamasse Pascal, eppure Pascal credeva, eccome se credeva! Ma la cosa più curiosa sta nel fatto che mentre il logico professa il suo credo ateistico nei confronti della Chiesa (evidentemente della Chiesa cattolica), ne professa uno di fede, altrettanto dogmatico, nel confronti della “scienza”. Ora, se la prima professione di fede, quella ateistica, non interessa praticamente nessuno, la seconda professione di fede, quella nella scienza, appare estremamente interessante.

Le religioni vivono di fede e ai loro adepti, seguaci, apostoli, discepoli è chiesto di renderne ragione e testimonianza nella quotidianità. Noi cattolici crediamo in Dio Padre, l’Onnipotente, Creatore del cielo e della terra e di tutte le cose visibili ed invisibili… Ci impegniamo a testimoniare questa fede, oltre a professarla durante la messa domenicale e dei giorni di precetto. In definitiva, per Odifreddi siamo dei poveri “cretini” che credono in alcuni dogmi che nessuna logica razionale potrà mai dimostrare. Il che è vero, la nostra è una professione di fede che accogliamo come un dono di Dio e che tentiamo, pur tra innumerevoli cadute, di testimoniare nella carità, benché non manchino le ragione della fede. Tentiamo di essere cattolici da logici, matematici, storici, economisti, filosofi, imbianchini, idraulici, netturbini, impiegati, cantanti, attori, casalinghe e domestici… Ad ogni modo, la parte farsesca della dichiarazione di fede di Odifreddi nei dogmi della scienza è che quest’ultima, a differenza della Chiesa (di ogni chiesa), non chiede alcuna professione di fede! Tutt’altro, la scienza è tale se e nella misura in cui non impegna gli scienziati ad alcun credo scientista, in quanto la scienza, affinché sia tale, rifiuta ogni forma di dogmatismo. Il “cretino” di cui parla Odifreddi rischia di apparire lo stesso autore ateo nella misura in cui si impicca al dogma di una scienza che non chiede fede, ma, al contrario, necessita di una mentalità e di un metodo che possano porre continuamente sotto assedio le ipotesi consolidate. Dunque, persino ad un credente “cretino” come il sottoscritto appare in qualche modo evidente la distinzione epistemologica tra il metodo e la conoscenza scientifica e la “sapienza” in quanto tale. Scriveva il W. Panneberg nel suo Epistemologia e teologia: “Le scienze, come afferma Agostino nella sua opera sulla Trinità devono occuparsi delle cose temporali mentre la sapienza è rivolta all’eterno, cioè a Dio qual sommo Bene”.

A tal proposito, ci viene in aiuto un autore italiano del ‘200 di grande interesse: il giureconsulto Albertano da Brescia. Albertano in un sermone del 1250 esprime il seguente concetto: “Né qualcuno dica che la nostra sapienza [il diritto] sia sapienza mondana, che è stoltizia presso Dio. […]. Invero, quella scienza, che è condita con il sapore della virtù, è vera sapienza allo studio della quale dobbiamo dedicare somma opera, poiché senza di essa nessuno può vivere in modo beato”. Autori come il causidico si sono prefissi l’obiettivo di reinterpretare le proposizioni e le sentenze scritturali, accostando al carattere di assolutezza della dottrina teologica quello della contingenza e della provvisorietà tipiche dello statuto epistemologico che definisce le moderne scienze sociali. Senza voler far dire ad Albertano ciò che non ha detto, e che probabilmente non avrebbe potuto dire, non possiamo tacere su una definizione di scienza che ci appare particolarmente originale e significativa ai fini delle argomentazioni di Odifreddi.

Dopo aver esaminato quale sia l’origine della sapienza, in che cosa essa consista e quali vantaggi da essa derivino, Albertano giunge ad affermare che la sapienza non è altro che “scienza confezionata con gli abiti della virtù”, e per scienza propriamente intende: “La scienza è nobile possesso che distribuita tra molti riceve incremento e disprezza l’avaro proprietario, e se non divulgata ben presto svanisce e si dilegua”. La definizione di Albertano non si limita a porre l’enfasi sull’esigenza che la scienza sia diffusa affinché non svanisca, ma che essa sia “resa di pubblico dominio ed essere oggetto di disputa affinché sia promossa ed accresciuta”. È forse il caso notare che, oltre alla raffinata distinzione tra scienza e sapienza – si consideri il noto pronunciamento di Wittgenstein che dovrebbe far riflettere non poco il logico Odifreddi: “noi sentiamo che se pure tutte le possibili domande della scienza ricevessero una risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero neppure sfiorati” – registriamo la consapevolezza – essenzialmente moderna – che la scienza procede attraverso la riflessione critica, per tentativi ed errori, assumendo uno statuto epistemologico incentrato sulla prova reiterata e l’osservazione delle conseguenze che confermano o falsificano gli enunciati iniziali; tutt’altro rispetto alla professione di fede del logico Odifreddi!

È evidentemente condivisibile il giudizio di molti per i quali, parlando di Medioevo, l’uso dell’espressione razionalismo sarebbe del tutto inappropriato, così come sarebbe impropria l’identificazione dell’epoca di Albertano con il problema della natura e dei limiti della ragione; resta il fatto che il risultato complessivo dell’opera del cattolico Albertano mostra come persino nell’Italia del causidico ci fossero credenti capaci di “incitare” la ragione a prendere coscienza di sé e della propria natura, sebbene ciò sia avvenuto in modo più sistematico soltanto in un’epoca successiva, in seguito all’esplorazione speculativa sui rapporti tra ragione e vita spirituale. Una volta affermata nella sua autonomia, scrive il compianto storico Oscar Nuccio, “la ragione riattiva le facoltà dello spirito e restaura il sentimento della attività creatrice dell’uomo: viene a creare un mondo spirituale, a rinnovare scienza, arte, fede e morale, diritto ed istituzioni, viene ad edificare il mondo moderno il cui progetto appartiene al Medio Evo”.

Il mondo di Odifreddi, allora, è sostanzialmente un mondo scientificamente antico, un mondo ancora distante dal premoderno, nel quale persino le avanguardie del Medioevo mostravano già di saper cogliere i prodromi della modernità, relativizzando la pretesa scientista e scorgendo i rischi che sarebbero potuti provenire da una scienza che si fa fede. Sotto il profilo epistemologico ciò si spiega con la grande lezione, tra gli altri, di Mises, di Popper e di Hayek, sulla prasseologia, sulla fallibilità e sull’ignoranza che contraddistinguono l’esistenza di ciascuna persona umana. Dunque mi domando; tale processo epistemologico di relativizzazione del paradigma scientifico moderno non incontra forse un’immagine di uomo che condivide con l’antropologia cristiana quantomeno (ma non è poco) l’antiperfettismo sociale (penso a Rosmini, a Sturzo, ma anche a Giovanni Paolo II nella Centesimus annus: “Quando gli uomini ritengono di possedere il segreto di un’organizzazione sociale perfetta che rende impossibile il male, ritengono anche di potenziare tutti i mezzi, anche la violenza o la menzogna, per realizzarla. La politica diventa allora una “religione secolare”, che si illude di costruire il paradiso in questo mondo” CA, n. 25), finendo per restituire terreno alla fede? In tal caso, è giusto parlare di relativismo tout court, oppure sarebbe il caso di distinguere tra relativismo e indifferentismo, magari individuando anche un nuovo lessico più adatto a rappresentare la complessità del fenomeno, in grado di distinguere tra l’indifferenza morale (cristianamente inaccettabile) ed il nobile rifiuto del perfettismo razionalista? Ed inoltre, mi chiedo se il dibattito su fede e ragione non stia prendendo una piega poco chiara e che, in fondo, pian pianino, complice il dogmatismo di certi “clerici laicisti” – per quanto logici – stia scivolando verso una situazione in cui tutte le vacche finiscono per apparire nere. Il che non è una bella prospettiva, soprattutto per chi dice di appellarsi fieramente alla logica.