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Il caso

Oggi anche l’ovvio non è più tale: la Chiesa ridice il suo “no” alla morte assistita

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«Mi chiedo se tra cento anni i principi bioetici affermati oggi con granitica sicurezza dalla Chiesa saranno i medesimi, o se invece finiranno per essere rivisti come lo sono stati i principi della morale sociale[…]. Siamo sicuri che il voler morire in modo naturale senza prolungate dipendenze da macchinari, compresi sondini nasogastrico, sia contrario al volere di Dio?[…]. Mi chiedo se tra cento anni (e spero anche prima) i papi difenderanno il principio di autodeterminazione del singolo sulla propria vita biologica, così come oggi difendono il principio di autodeterminazione del singolo sulla propria vita di fede (la quale peraltro per la dottrina cattolica è sempre stata più importante della vita biologica»: così un teologo “cattolico” come Vito Mancuso, scriveva nel settembre del 2009 esponendo tutto il proprio dissenso rispetto al corpus di insegnamenti etici della Chiesa su alcune delle questioni cosiddette “bioetiche” più attuali, tra cui, appunto, il fine vita.

Lo scorso 22 settembre, a beneficio di ogni cattolico dubbioso, tuttavia, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato la lettera “Samaritanus bonus” in tema di principi morali che i cattolici (medici, personale sanitario, farmacisti, giuristi, sacerdoti, catechisti, genitori, docenti ecc) sono tenuti ad osservare in tema di eutanasia e suicidio assistito.

La CDF ha ribadito con fermezza e con chiarezza il tradizionale insegnamento della Chiesa sul fine vita, precisando, infatti, che «l’eutanasia, pertanto, è un atto intrinsecamente malvagio, in qualsiasi occasione o circostanza. La Chiesa in passato ha già affermato in modo definitivo che l’eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale. Una tale pratica comporta, a seconda delle circostanze, la malizia propria del suicidio o dell’omicidio. Qualsiasi cooperazione formale o materiale immediata ad un tale atto è un peccato grave contro la vita umana. Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo. Si tratta, infatti, di una violazione della legge divina, di una offesa alla dignità della persona umana, di un crimine contro la vita, di un attentato contro l’umanità. Dunque, l’eutanasia è un atto omicida che nessun fine può legittimare e che non tollera alcuna forma di complicità o collaborazione, attiva o passiva. Coloro che approvano leggi sull’eutanasia e il suicidio assistito si rendono, pertanto, complici del grave peccato che altri eseguiranno. Costoro sono altresì colpevoli di scandalo perché tali leggi contribuiscono a deformare la coscienza, anche dei fedeli».

Oltre queste doverose puntualizzazioni, tanto più necessarie quanto più confusa appare la posizione dei cattolici – clero incluso – sui temi bioetici in genere e sul fine vita in particolare, ha ricordato che sebbene si debbano evitare le pulsioni eutanasiche che sembrano ispirare le politiche sanitarie degli ultimi anni nei Paesi occidentali, si deve altresì evitare l’accanimento terapeutico anch’esso gravemente lesivo della dignità umana del paziente.

Per la CDF, inoltre, non è mai moralmente lecito (se non nell’imminenza della morte) – proprio alla luce della ragione prima ancora che della fede – sospendere i trattamenti di sostegno vitale come l’idratazione e l’alimentazione, poiché questi non sono strumenti terapeutici, ma mezzi di cura fondamentale della persona umana e di rispetto della sua dignità nel momento della sua massima fragilità.

Si rivela così – ancora una volta – una pura finzione ideologica quella alla base della legge 219/2017 che equipara alimentazione, idratazione e ventilazione ai trattamenti terapeutici.

Infine, la CDF, ribadisce non soltanto l’importanza della tutela dell’obiezione di coscienza per il personale medico-sanitario che gli ordinamenti giuridici dovrebbero sempre tutelare per essere realmente giusti, ma legittima esplicitamente – in caso di vacatio legis o, addirittura nei casi più gravi, di espresso divieto di obiettare – il ricorso alla disobbedienza alla legge (come accadeva nelle comunità protocristiane che si rifiutavano di incensare l’imperatore romano come divinità):«È necessario che gli Stati riconoscano l’obiezione di coscienza in campo medico e sanitario, nel rispetto dei principi della legge morale naturale, e specialmente laddove il servizio alla vita interpella quotidianamente la coscienza umana.[81] Dove questa non fosse riconosciuta, si può arrivare alla situazione di dover disobbedire alla legge, per non aggiungere ingiustizia ad ingiustizia, condizionando la coscienza delle persone. Gli operatori sanitari non devono esitare a chiederla come diritto proprio e come contributo specifico al bene comune».

I citati iniziali interrogativi di Mancuso, dunque, non soltanto trovano esplicita risposta, ma anche definitiva soluzione dato che con quest’ultimo documento la Chiesa di Roma ha placidamente e fermamente ribadito il proprio insegnamento in tema di fine vita così come formulato nel corso dell’ultimo mezzo secolo, senza alcuna deviazione e senza alcuna difformità, chiarendo implicitamente che devono essere i cattolici – almeno quelli che autenticamente tali si intendono – ad orientarsi verso la madre Chiesa e non viceversa, non già per rigidi e astratti motivi di carattere “reggimentale”, ma per sostanziali, vivi e vivificanti ragioni teologiche, in quanto, come ha insegnato Cipriano di Cartagine «non può più avere Dio come Padre chi non ha la Chiesa come madre».

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