Il 'sì' della Corte Costituzionale al referendum

Oggi gli italiani hanno in mano più strumenti per valutare il nucleare

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La Corte Costituzionale ha ammesso il referendum sul nucleare. Oggetto del quesito l’abrogazione dell’intera normativa in materia adottata nella presente legislatura.

Dopo 24 anni gli Italiani sono chiamati nuovamente ad esprimersi sull’atomo. Il contesto, checché se ne dica, è profondamente diverso e lascia trasparire con più nitidezza le ragioni del nucleare.

Il nucleare è la fonte più sicura: uno studio dell’istituto svizzero Paul Scherrer dimostra come il numero di incidenti nelle centrali nucleari sia più basso che nelle altre. Nel 1987 il referendum è stato votato sull’onda emotiva dell’unico incidente che ha provocato vittime.

Il nucleare è conveniente: dal 1987 ad oggi l’energia importata è raddoppiata, nonostante negli ultimi anni la potenza installata (prevalentemente trattasi di centrali termoelettriche) sia superiore al fabbisogno nazionale; indice, quest’ultimo, del fatto che l’energia prodotta dagli impianti nucleari francesi è meno costosa (e per questo preferita dai consumatori italiani) di quella prodotta dalle fonti tradizionali. La volatilità dei prezzi degli idrocarburi (ma la maggioranza degli esperti non avrebbe remora a parlare di progressivo aumento dei prezzi) rende il nucleare un’opzione ancor più economicamente preferibile per il futuro.

Il nucleare ha un minor impatto sull’ambiente: le centrali nucleari non producono le emissioni in atmosfera che la generazione di energia da fonte termica provoca. La delicata questione dei rifiuti radioattivi rappresenta in realtà un vantaggio comparativo e un’opportunità: mentre le centrali a gas o alimentate da altri idrocarburi comportano la produzione di sostanze inquinanti che, non potendo essere stoccate e controllate, vengono liberate nell’ambiente, la generazione di energia da fonte nucleare comporta la produzione di quantità inferiori di rifiuti, che è possibile stoccare e gestire in modo controllato.

Il nucleare consente una maggior sicurezza degli approvvigionamenti e una minor dipendenza dall’estero: oggi il 77,5% dell’energia viene prodotta da idrocarburi, per il 90% importati da pochi paesi, per di più retti da regimi autarchici: dalla Russia proviene il 30% del gas e il 15% del petrolio, dalla Libia il 12,8% del gas e il 28,5% del petrolio, dall’Algeria il 33,8% del gas, dall’Iran il 7,3% del petrolio. Plutonio e uranio sono presenti in più, ma soprattutto in altri paesi (Australia, Canada, Sud Africa, Kazakistan, Brasile, Stati Uniti), per cui la dipendenza da ciascun partner commerciale verrebbe drasticamente ridotta con la diversificazione del mix energetico. I paesi esportatori di uranio sono spesso retti da democrazie. Inoltre, è più facile immagazzinare quantitativi di fonti fissili sufficienti a produrre energia per il paese.

Il nucleare consuma meno suolo. I reattori hanno una potenza di 1400-1600MW ciascuno. Ciò significa che poche centrali nucleari possono rendere l’energia che altrimenti dovrebbe essere prodotta da numerose centrali termoelettriche, con le annesse opere di rete (gasdotti e elettrodotti), o da ancor più numerosi impianti a fonte rinnovabile. Facciamo un esempio: per produrre 2700 MW, pari alla potenza di una centrale nucleare che occupa circa 6 ettari, di energia dal sole, occorre coprire di pannelli 2287 ettari.

Insomma, a mente fredda, gli Italiani possono raccogliere le idee su aspetti su cui nel 1987 non riuscivano a focalizzare l’attenzione e che oggi rappresentano non solo elementi imprescindibili per una valutazione attenta di pro e contro, ma anche priorità di un’agenda politica e ambientale ben diversa.

 

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