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Ogni controspionaggio che si rispetti ha a che fare coi segreti industriali

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Uno scherzo del destino ha voluto che proprio nel periodo in cui la Francia è additata come regina europea dello spionaggio industriale dal quotidiano norvegese Aftenposten, la Renault, fiore all’occhiello dell’industria d’Oltralpe, sia finita vittima d’un clamoroso caso che riguarda proprio questo ramo dell’intelligence, sempre in espansione.

Suonano ora quasi come una beffa le parole del boss della tedesca OHB Technology secondo cui " Parigi è l’impero del male nella tecnologia di volo" e " il danno totale inflitto dalla sua attività all’economia teutonica è maggiore di quello provocatole da Russia e Cina ".

Di fronte alle sottili intromissioni, presumibilmente orientali, nei meccanismi produttivi della Casa automobilistica, Sarkozy e colleghi sono stati indotti a un immediato rafforzamento dei già efficienti- evidentemente non abbastanza- reparti al lavoro per ostacolare le talpe mangiasegreti.

Le aziende francesi potranno quindi contare su una ulteriore vigilanza dell’ufficio costituito ad hoc presso la Direzione centrale di controspionaggio, con strutture diffuse a livello locale per garantire una tutela estesa a tutto il territorio.

Visto che l’Anssi, l’agenzia nazionale per la sicurezza delle informazioni dei sistemi, data alla luce per contrastare il furto di notizie sensibili attraverso il costante monitoraggio dei siti internet dello Stato e delle più rilevanti imprese private, non basta, verrà rafforzata l’human intelligence. Non è esclusa una "stretta" sul controllo personalizzato dei dipendenti a rischio di contatti pericolosi con 007 esteri, anche se questa mossa richiederebbe nuove assunzioni nei servizi segreti, pur essi alle prese con le restrizioni di bilancio comuni a tutto il Vecchio Continente.

D’altronde, in Francia come altrove (sempre di questi giorni l’invito delle spie di Berlino ai manager che hanno rapporti con Cina e Russia di lasciare a casa computer portatili e telefoni cellulari), solo con una buona dose d’illusione si può pensare che nella pletora di travet, dirigenti e maestranze assortite non spunti mai la tentazione di anticipare il ritiro dall’attività attraverso un bel tesoretto sborsato da potenze internazionali.

Dieci anni di galera, quelli che dovrebbero toccare ai tre sventurati pizzicati alla Renault, per qualcuno sono pur sempre un rischio affrontabile. Sognando il Paradiso in terra, magari finanziato dallo yuan. E pazienza se il governo di Pechino, non potrebbe essere altrimenti, nega indignato ogni coinvolgimento nell’affaire.

 

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