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Ogni vetta porta la sua croce

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Ho letto da qualche parte che Reinhold  Messner trova di pessimo gusto le croci collocate in cima alle montagne, in quanto turberebbero lo «spazio incontaminato» che ancora esiste in questi luoghi, spesso irraggiungibili. L’affermazione del noto alpinista mi ha lasciato interdetto, forse perché, dalle mie parti, quasi ogni monte porta – sul culmine – una croce: il Gàbberi, il Prana, il Matanna, il monte (appunto) Croce. Certo le Alpi Apuane non sono le montagne a cui è abituato Messner: non riescono nemmeno a toccare i duemila metri! Ma (e questo non è poco) sono forse i monti italiani più cari ai poeti, specialmente ai nostri due ultimi grandi.

D’Annunzio le mirava da Bocca d’Arno o dalla spiaggia rovente del Gombo o dalle pinete della piana versiliese: «il Matanna / è porpora e viola come il lento fior della canna /(…) Sta nella cruda nudità rupestre/ il Gàbberi irto qual ferrato casco/ (…) Mai fosti bella, ahimé, come in quest’ora / ultima, o Pania!». Dal 1895 Pascoli viveva alle loro falde, ma sull’altro versante, quello dell’alta valle del Serchio, la Garfagnana. Si era innamorato della Pania, la più bella, anche per lui, di quelle montagne. Nel Fanum Apollinis, scrisse che era «concolor aethrae», dello stesso color del cielo. Aveva ragione: la sua pietra ha un colore che può sembrare ora grigio ora azzurro: al tramonto, guardandola dal mare, si tinge di rosa.

Un tempo «pania» era un nome comune (si dice che derivi dal latino pagina, cioè  «lastra di roccia») e localmente le Apuane erano dette la Catena delle Panie: c’è infatti una Pania Secca, una Pania Forata, una Pania di Corfino. Quella di Pascoli, quella che gli sembrava come il cielo, è la Pania della Croce. In cima si erge una croce di ferro che sfida le saette: ogni tanto è stata colpita, per venire, puntualmente, eretta di nuovo. Il mio nonno materno raccontava di aver partecipato (saranno ormai novant’anni) a una di queste riconsacrazioni.

La Pania della Croce è una montagna severa e, per quanto è bella, talvolta può essere insidiosa. Ogni tanto si prende qualche giovane vita. Non sono pochi i versiliesi che hanno conosciuto e magari sono stati amici di qualcuno che non ne è tornato.

Da bambino, andavo ogni tanto al cimitero con mia madre: passavamo sempre di fronte a una tomba e puntualmente lei me ne raccontava la storia. Era di un allievo del nostro liceo cittadino, quello dove – trent’anni dopo – avrei studiato anch’io. Il professore di filosofia aveva l’abitudine di portarli in montagna la domenica, i suoi alunni. Un pomeriggio (erano raccolti tutti al rifugio di Mosceta) uno dei ragazzi volle salire da solo in cima alla Pania, contro il parere di tutti: il tempo volgeva al peggio e poi, d’inverno, fa presto ad annottare. La sera non fece ritorno. Lo trovarono, la mattina dopo, morto sulla cima: era tutto abbracciato alla croce.

 

 

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1 COMMENT

  1. Pania della Croce
    A parte siamo in molti appassionati di montagna a pensarla come Messner, non credo che l’esempio della Pania della Croce sia molto azzeccato. Infatti essa si chiamava già così durante il XIX secolo come riportano E. Repetti (1846) e Zolfanelli/Santini (1874), molti anni prima che sulla sua sommità vi fosse posta la croce (19 Agosto 1900). L’origine del suo nome quindi ha tutt’altre ragioni, come anche “pania” sembra ormai assodato derivi non da “pagina”(?) ma da un’abbreviazione “storpiata” dialettale di Pietra Apuana -> Pietrapana (Dante, Inferno,c.XXXII) -> Pania.

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