Home News Ora sappiamo che i nazisti rovinarono i Savoia aiutandoli a fuggire

Rileggere l'8 Settembre

Ora sappiamo che i nazisti rovinarono i Savoia aiutandoli a fuggire

2
127

Sempre sul numero di fine anno della “Nuova Rivista di Storia Contemporanea” si può leggere un altro contributo di notevole interesse, nella fattispecie abbastanza inedito, su uno dei momenti più delicati e imbarazzanti delle recente storia patria, ovvero sulla cosiddetta “fuga” dalla capitale di sovrano e corte dopo l’8 Settembre. Autore ne è Franco Manaresi, ingegnere emiliano, cugino di Giorgio Pini, redattore capo de "Il Popolo d’Italia", e fra i giornalisti di maggior fiducia del Duce, cultore di vicende storiche e vicino agli ambienti della curia bolognese. Il professionista emiliano a metà degli anni Ottanta entra in relazione con Eugen Dollann, colonnello delle SS, personaggio segnatamente ambiguo, ma di primissimo piano durante i travagliati mesi dell’occupazione tedesca. All’origine del singolare contatto le ricerche che Manaresi sta svolgendo sul presule del capoluogo emiliano, G.B. Nasalli Rocca per un’iniziativa della locale Deputazione di Storia Patria.  

Dollmann aiutato dopo la fine del conflitto dalla chiesa bolognese e in seguito da quella romana accetta di buon grado di incontrare l’intraprendente studioso, congiunto del “camerata” Pini. Manaresi durante il dialogo-intervista, il cui contenuto è riprodotto su un registratore analogico, a un certo punto, dopo una serie di domande di interesse locale, chiede al suo interlocutore lumi sull’attività dietro le quinte dell’ufficiale nazista. Sull’8 Settembre in particolare, il plenipotenziario delle SS, dice qualcosa, di cui da tempo più di un analista sospetta, ma che non ha mai trovato conferme esplicite, ovvero che certi vertici germanici in Italia erano al corrente sulla “fuga” di Pescara. “Kesselring”, afferma, papale papale, il protetto di Heinrich Himmler, “era al corrente della fuga da Roma a Brindisi. Questo avvenne per mia iniziativa: I reali passavano attraverso le linee tedesche perché tutto questo terreno da Roma a Brindisi era in mano nostra. I Reali non potevano passare se i nostri non erano avvisati”. La successiva domanda di Manaresi rende ancora più esplicita l’affermazione precedente. Lo studioso: “E questo avvenne per ovvie ragioni, di non aggravare una situazione già drammatica”. L’ex nazista: “Perfettamente. Per non aggravare questa situazione. Kesserlring aveva problemi militari ed io problemi personali ed anche politici naturalmente. Io non avevo informato Berlino. Questo ho fatto solamente da solo con Kesserling. Io non ho informato né Wolf, né Rahn, né altri miei superiori… Di questo ho parlato lungamente anche con il Principe: Lui non sapeva nemmeno… Mi chiese: come è stato possibile che mio padre, mia madre ed io siamo arrivati così bene e tranquillamente a Brindisi?”.

Nei mesi successivi Manaresi che, nel frattempo si mette più volte in contatto ma con scarso profitto (nessuna ulteriore specifica su quelle scottanti rivelazioni) con l’ufficiale tedesco, scopre che Dollmann aveva già sostenuto analoghe “verità” in un’intervista rilasciata a Marcello Staglieno e pubblicato su “Il Giornale” del 24 luglio 1983, dove era stata persino più chiaro, seppure non più circostanziato. Hitler, aveva spiegato il colonnello sul quotidiano diretto da Indro Montanelli, “non si fidava del re. Dopo l’8 settembre, l’avrebbe certo fatto deportare in Germania… Ma intervenne Kesserling”, senza “far sapere nulla a Berlino”. In fondo, aggiungeva, “a noi la fuga del re andava meglio, per screditarlo, della sua prigionia. L’unico a capirlo fu Umberto. ‘Che figura’, diceva piangendo, ‘che figura…’”.  

Manaresi racconta le peripezie varie che dovette fronteggiare per pubblicare il suo colloquio con Dollmann che, alla fine, dopo il no della Deputazione esce su un opuscolo a circolazione limitata. In quel momento certi “dietro le quinte” suonavano a troppi proprio indigesti. La scomparsa dell’ufficiale nel maggio del 1985 rese poi impossibili ulteriori approfondimenti. Un volume uscito all’inizio del scorso, di cui si è parlato su “L’Occidentale”, aveva riproposto le tesi del primo colloquio Manaresi-Dollmann del 4 febbraio 1984. La tesi del libro in questione (Marco Patricelli, “Settembre 1843. I giorni della vergogna”, Laterza) era l’intesa fra vertici germanici e sovrano sarebbe stata il frutto di un “suggerimento” dello Dollmann, “raccolto da Kesselring”, e “finalizzato a sbrogliare la matassa politico-militare attorno a Roma: nessun disturbo alla fuga in cambio della mancata difesa”.

Franco Manaresi, "I tedeschi dietro la ‘fuga’ del Re", in Nuova Storia Contemporanea, numero 6, novembre-dicembre 2009, euro 10,50.

 

  •  
  •  

2 COMMENTS

  1. Ancòra?!
    Di “fuga” non si trattò, bensì di “trasferimento” (tant’è vero che fino alla “liberazione” di Mussolini da parte dei tedeschi nessuno parlò mai di “fuga”: questo termine fu usato per la prima volta proprio dai nazisti per ledere il morale della popolazione italiana e giustificare le loro cruente rappresaglie; i fascisti e i partigiani repubblicani ripresero questo “leitmotiv” a sostegno delle loro tesi); la partenza del Re consentì all’Italia di mantenere la propria entità statale, la propria integrità rappresentativa, il proprio Governo, e la propria capacità di relazionarsi con gli angloamericani; cosa sarebbe successo, infatti, se il Re fosse rimasto a Roma in zona di guerra (e uno dei doveri primari di un Capo di Stato è preservare il proprio ruolo in quanto simbolo stesso del Paese, come fecero altri sovrani europei per non divenire marionette dei nazisti e per preservare le proprie Nazioni; Leopoldo III del Belgio e Guglielmina d’Olanda ne sono un esempio. Anche i reali britannici erano pronti a lasciare l’isola per il Canada, in caso di invasione tedesca) e fosse caduto nelle mani dei Nazisti? Di certo avrebbe pagato con la propria vita e quella della propria famiglia (come dimostra la “vendetta” nazista sulla principessa Mafalda), e l’Italia avrebbe perso la propria indipendenza subendo per tutta la durata della guerra la medesima sorte della Polonia. Certo, ora avremmo l’Italia disseminata di statue in memoria del Re, ma quanti italiani avrebbero perso la vita sotto il giogo nazista? Con la sua presunta “viltà” – termine con non condivido affatto – il Re preservò l’Italia e gli Italiani pagando però un carissimo prezzo in prima persona e lasciando il resto da scontare alla propria famiglia; non salvò la Corona, ma salvò il Paese. Purtroppo il pregiudizio antisabaudo negli anni successivi al referendum, e un mai sopito timore di una rivalsa monarchica, hanno spinto la storiografia “di parte” a diffondere versione della “fuga” in modo da indirizzare l’opinione pubblica verso questa idea; tant’è vero che ormai è comunemente accettata come verità dalla stragrande maggioranza della popolazione poco documentata (o documentatasi su scritti “di parte”). Non intendo fare un’apologia di VEIII- che di errori pure ne commise in vita – o della monarchia, ma dopo quasi settant’anni e “a bocce ferme” oltre alle colpe dovrebbero essergli riconosciuti anche i meriti. Sfortunatamente l’Italia è un paese che tende a riversare su di un unico capro espiatorio le colpe (vere o presunte) di un intero popolo – in una sorta di sacrificio catartico -, nel tentativo di purificarsene senza assumersene le dovute responsabilità. C’è qualcuno che ricordi, forse, che perfino Alcide De Gasperi, Enrico de Nicola e Giovanni Gronchi votarono la fiducia al Governo Mussolini? Nessuno ricorda che proprio Gronchi fu addirittura sottosegretario di Stato in quel Governo? No, certo, perché questa è la filosofia da adottare: nessuno è stato borbonico; nessuno è stato fascista; nessuno è stato monarchico; nessuno è stato craxiano; nessuno è stato comunista; nessuno è stato berlusconiano (?). Che tristezza…Un popolo senza responsabilità e consapevolezza del proprio passato, che popolo è?

  2. l’8 fu fuga perchè ad armistizio dato, i tedeschi fermarono 3 v
    Innanzitutto la fuga fu il 9 settembre alle 4,50. L’armistizio fu il giorno prima. I regnanti e il governo “scapparono”, furono fermati tre volte lungo la linea di fuga dai tedeschi, i quali li fecero passare. Una Nazione che ha appena cambiato quadro d’allenaze e si prepara al fuoco, di certo, non verrebbe trattata coi guanti bianchi. Perchè? La domanda è perchè non hanno fatto nulla? viste le avvisaglie armate già in aria dei tedeschi, con la 3a panzengranadiern ostacolata a nord dall'”ariete”? perchè?

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here