Home News Orissa, nessun colpevole al processo per i pogrom anticristiani del 2008

Prosciolti i fondamentalisti indù

Orissa, nessun colpevole al processo per i pogrom anticristiani del 2008

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Nel giorno del massacro di alcuni cristiani a Gojra, in Pakistan, e del monito del Papa per ricordare  quanti vengono “discriminati e perseguitati a causa del nome di Cristo”, Radio Vaticana diffonde la notizia del proscioglimento di 16 fondamentalisti indù da parte del Tribunale speciale di Kandhamal, città dello stato indiano dell’Orissa.

Nell’agosto del 2008, gli indù presero parte agli attacchi contro la comunità cristiana causando 40 vittime, secondo fonti governative, 100 morti secondo altre fonti. Accusati di reati che vanno dall’omicidio al possesso di armi, dalla violenza all’odio religioso, sono stati tutti assolti.

Dall’agosto al febbraio scorso, pogrom anti-cristiani hanno portato alla distruzione di oltre 300 villaggi, 5.000 case e almeno 250 chiese. Solo un uomo è finito in carcere con l’accusa di aver appiccato un incendio. I cristiani, che in India costituiscono il 2,3% dell’intera popolazione, contro l’80,5% degli indù e il 13,4% dei musulmani, sono stati  vittime di innumerevoli e gravi violenze nello stato di Orissa.

Era il 23 agosto del 2008 quando il leader religioso indù Swami Laxanananda e altre 5 persone, tra le quali 2 suoi figli, furono uccisi. Dopo le accuse rivolte dai rappresentanti indù alla comunità cristiana, cominciò una spietata e feroce caccia all’uomo, nonostante i giornali avessero pubblicato la rivendicazione ufficiale dell'attacco, fatta dai ribelli maoisti. Seguirono settimane di scontri, diversi cristiani furono bruciati vivi – donne e bambini compresi, suore violentate e preti uccisi. Chiese, case, scuole e orfanotrofi andarono completamente distrutti.

L’unica cosa da fare era fuggire. Ci sono stati veri e propri esodi verso le colline e le foreste che hanno provocato in un solo anno 50.000 profughi. Le violenze sono continuate anche attraverso la pratica degli ‘omicidi mirati’ mascherati come incidenti stradali che tutt’ora proseguono.

In realtà il delitto del leader indù è stato solo un pretesto per eliminare i cristiani, colpevoli – a giudizio dei loro persecutori – di conversioni forzate, soprattutto tra la bassa casta o i fuori casta indiani. Non a caso ad essere stata colpita è l'Orissa, dove i missionari si muovono con più facilità tra i villaggi animistie dove in meno di 40 anni la comunità cristiana è aumentata del 65%.

Secondo i fondamentalisti indù le minoranze devono essere combattute in quanto causa di allontanamento, distrazione e messa in discussione dell’unica vera identità del Paese, ovviamente quella indù. Pochi giorni fa il giudice S.C. Mahapatra ha consegnato allo stato di Orissa le sue conclusioni sui fatti di Kandhamal, addossandone la responsabilità ai cristiani, conclusioni che hanno anche favorito la sentenza di proscioglimento dei 16 induisti, e che hanno provocato una forte reazione della conferenza episcopale indiana.

Quest’ultima, come gesto di distensione, aveva anche chiesto che il 23 agosto fosse ricordato e festeggiato come giorno della pace. Possibilità respinta dalle comunità induiste dell’Orissa.

La Chiesa locale continua comunque a portare avanti iniziative di riconciliazione, nonostante le incessanti tensioni e le violenze che continuano a imperversare in diverse zone dell’India, come dimostra l’omicidio di padre James Mukalel, missionario dello Stato del Karnataka, avvenuto il 30 luglio scorso. Per questo assume ancora più valore l'appello di Papa Benedetto XVI affinché vengano “riconosciuti i diritti umani, l’uguaglianza, la libertà religiosa”, in modo che “tutti possano professare liberamente la propria fede”.

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