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Otto e mezzo, l’ora della siesta

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Fino al prossimo autunno non vedremo più, su La7, Giuliano Ferrara e  Ritanna Armeni condurre 8 e 1/2 e, a dir la verità, non ci mettiamo a lutto. I due, infatti, negli ultimi tempi, hanno commesso il più grande peccato che sia concepibile contro lo spirito dello spettacolo: la noia. Ci siamo chiesti: ma perché le rubriche televisive dei Floris e dei Santoro, che danno prova, spesso e volentieri, di una insopportabile faziosità ideologica, lasciano il segno e, semmai, attivano rabbia e proteste ma non sbadigli? Una possibile spiegazione potrebbe trovarsi nel modo di intendere e di praticare la regola delle due campane tanto cara alla strana coppia. Non vorremmo essere fraintesi. In una società pluralista e conflittuale come la nostra, dove su ogni problema grande e piccolo della vita nazionale, si è portati a chiedersi quid est veritas? non si può far nulla di meglio che porre gli spettatori dinanzi alle due versioni e alle due interpretazioni diverse, di destra e di sinistra, dello stesso fatto. Informare significa illustrare i diversi pareri e poi lasciare alla gente comune - che non dimentichiamolo, in una democrazia, è la titolare ufficiale della sovranità - di trarne le conseguenze.

 Sennonché i due conduttori sembrano aver dimenticato un corollario essenziale della regola: l’effettiva competenza delle ‘due campane’, dove, per competenza, s’intende, soprattutto, quella dell’”osservatore professionale” (accademico o pubblicista che sia) tenuto, nello studio delle dinamiche sociali, politiche e culturali, ad attenersi alla weberiana  imparzialità (Wertfreiheit) ovvero a un’analisi, quanto più possibile distaccata, “de li vizi umani e del valore”. Va da sé che si tratta di ideale irraggiungibile giacché, essendo fatti gli uomini di carne, ossa e passioni, nessuno riuscirà mai ad essere del tutto ‘obiettivo’. Un conto, però, è averne realistica consapevolezza, un conto ben diverso è prendere atto di questo limite quasi con compiacimento, vedervi un energetico dell’anima e abbandonarsi, senza ritegno, a diagnosi indistinguibili dalla propaganda. Lo ‘scienziato sociale’ è chi sa di essere fallibile ma sa pure che la ‘verità’ come accordo intersoggettivo e mai definitivo è perseguibile e che le frontiere della conoscenza possono venir spostate sempre più in là.

 Quando si affrontano due differenti ‘competenze’, nell’accezione ‘scientifica’ del termine, si richiede, innanzitutto, il bon ton: esso testimonia, infatti, una sorta di obbligatorio ‘dubbio metodico’ - solo i dogmatici di qualsiasi fede hanno tetragone certezze - e, inoltre, un rispetto profondo dell’interlocutore che, in teoria, “potrebbe avere ragione”.

 Completamente diverso è il caso del confronto non tra due studiosi ma tra due politici (e tali sono anche i direttori dei giornali e delle riviste di partito, i difensori della vita costi-quel-che-costi e i denunciatori delle atrocità garibaldine, che ormai a 8 e ½ prevalgono sugli esperti): anche qui, sul modello intramontabile della tribuna politica, si può servire la pietanza delle due campane ma il condimento del bon ton diventa, o meglio è diventato, a dir poco, ridicolo. I politici non sono arbitri    o commentatori sportivi ma giocatori in campo: in una trasmissione televisiva vogliono sedurre le gradinate e mettere in cattiva luce gli avversari, cogliendoli in castagna, mostrandone l’ignoranza e il pressappochismo. E’ il loro mestiere e, nelle rubriche faziose summenzionate, lo fanno assai bene con prevedibili e positive ricadute-- è superfluo farlo rilevare--in termini di ‘spettacolarità’ e di partecipazione emotiva dei telespettatori.

 Il peccato di Ferrara può venir riassunto nella pretesa di far indossare lo smoking ai gladiatori: i battibecchi debbono essere contenuti, i tempi a disposizione rispettati, le risposte puntuali e cortesi. Tutto questo, semmai, potrebbe anche reggere se ci trovassimo di fronte al personale politico della Prima Repubblica che, con tutti i suoi difetti, “aveva fatto studi  regolari”, come ebbe a dire a Giacomo Mancini, riferendosi ai quadri intermedi dello scudo crociato, un ‘compagno’che aveva assistito a un Consiglio nazionale democristiano. Ma mettere attorno a uno stesso tavolo leghisti della Val Clavicola e residuati bellici del ’68  a chi può interessare? Spesso a sentire  tante mediocrità che si punzecchiano ma non assestano nessun colpo maestro, viene in mente l’espressione di sconforto dello spettatore di un incontro di boxe che vedeva i due pugili saltellarsi attorno senza mai colpirsi: “non dico che vi dovete massacrare di botte, ma almeno sputatevi in faccia!”.

 Certo non è facile improvvisare temi intriguing tutte le sere: ma allora perché non fare come tutti gli altri, riservando ad 8 e 1/2 un solo giorno della settimana, preparato con cura nei rimanenti cinque? Ferrara dovrebbe scegliere: le due campane vanno bene, anzi benissimo, ma se debbono essere quelle dei lottatori si guardi bene dall’ingessarli e punti,invece, alla spettacolarità di una competizione in cui potrebbe risultare vincitore sul toro scatenato chi sa maneggiare, con grande eleganza, la muleta; se   mira, invece, alla qualità, all’informazione seria e documentata, inviti studiosi (di destra e di sinistra) di riconosciuto valore e confezioni programmi destinati a un pubblico selezionato e desideroso di istruirsi. Magari con esperti italiani ed europei che si è abituati a leggere sulle pagine di ‘Repubblica’ , del ‘Corriere della Sera’ e di altre grandi testate giornalistiche italiane e straniere.

 Così com’è, 8 e ½ non è né carne né pesce e a volte, anzi,  dà la sensazione (penosa) di servire solo alla rimpatriata di vecchie conoscenze che ai ventenni e ai trentenni non dicono nulla e che agli anziani ricordano stagioni della storia nazionale tanto sterili quanto velleitarie, stagioni da dimenticare e che sono servite solo a “dare potere ai giovani”, nel senso di portare ai vertici del giornalismo, della politica, della finanza, delle università tanti contestatori enragés d’antan.

 Forse, per Ferrara ,la decisione più saggia sarebbe quella di tornare al giornalismo. I suoi editoriali di politica estera sul ‘Foglio’ sono sempre acuti, realistici, intelligenti e quelli di politica interna  spesso colgono nel segno. E’ pur vero che talora, quando si cimenta con problematiche di filosofia morale e di bioetica, fa pensare al concorrente della ‘Corrida’ che canta ‘Ridi pagliaccio’,accompagnato dall’orchestra del M° Pregadio e dalla bonaria ironia di Gerri Scotti, ma, come Billy Wilder fa dire al magnate invaghito di Jack Lemmon, nel finale di A qualcuno piace caldo, “nessuno è perfetto!”.

 

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