Home News Pakistan, i servizi segreti dietro l’attentato a Benazir Bhutto

Pakistan, i servizi segreti dietro l’attentato a Benazir Bhutto

1
4

L’orrore dell’attentato di Karachi con i suoi 139 morti, si  accompagna a un elemento inquietante. La potenziale vittima, Benazir Bhutto, per bocca del marito, ha infatti subito attribuito la responsabilità della strage non ai terroristi islamici, ma ai servizi segreti pakistani (la testa del kamikaze è stata individuata ed è ora sottoposta all’esame del Dna).  L’elemento inquietante è che questa incredibile tesi ha delle solide pezze d’appoggio.

Ieri, pochi minuti dopo l’attentato, intervistato dalla televisione Ary One, Asif Ali Zardari, marito della Bhutto, ha lanciato parole dure come pietre: “Noi accusiamo l’Isi (Inter-Service Intelligence, ndr) di Karachi ed esigiamo un’azione immediata nei suoi confronti. Questo attentato non è stato portato a termine da combattenti islamici, ma da questa agenzia di spionaggio”. Per aumentare ancora il peso devastante delle sue dichiarazioni, il marito della futura premier ha fatto in seguito specificare dal suo ufficio stampa che l’accusa andava riferita al generale in congedo Ijaz Shah, direttore dei servizi segreti pakistani, stretto collaboratore del presidente Pervez Musharraf che ne è il titolare politico. Oggi, la stessa Benazir Bhutto ha voluto confermare e dare ancora maggior peso a questa inquietante denuncia di paternità politica della strage: “So esattamente chi ha cercato di uccidermi. Sono funzionari dell’ex regime del generale Zia, che oggi sono dietro estremismo e fanatismo”.

Per afferrare bene il senso profondo di questo sanguinoso intrico pakistano, è dunque indispensabile andare alla triste alba del 4 aprile 1979, nel cortile del carcere di Rawalpindi, nel momento in cui Alì Bhutto, padre di Benazir, ex presidente e poi premier del Pakistan, salì sulla forca. Il boia gli spalancò la botola sotto i piedi agli ordini diretti del generale Zia ul Haq, che aveva deposto Bhutto nel 1977 con un golpe. Il punto è che tutti, assolutamente tutti i generali dell’esercito pakistano di oggi, a iniziare dal comandante in capo, Pervez Musharraf, fanno parte della “nidiata” di Zia ul Haq, tutta la casta militare pakistana odierna è stata plasmata e formata da lui (morì in un attentato il 17 agosto 1988). Ma Zia ul Haq non era il solito generale golpista del terzo mondo: era un fondamentalista musulmano che sommava ad una modernissima educazione militare di tipo occidentale (sotto la sua presidenza il Pakistan fece esplodere la sua prima bomba atomica) una radicata coscienza fondamentalista. Durante il suo governo Zia ul Haq, fiancheggiato da una casta di giovani militari emergenti (tra cui Musharraf), impose al Pakistan una serie di riforme ultraintegraliste, il cui simbolo è la Legge contro la Blasfemia, che condanna a morte chiunque offenda il profeta e il Corano (l’affermazione pubblica “Cristo è figlio di Dio” è passibile di pena capitale e alcune condanne a morte in questo senso sono state pronunciate). Ispiratore di Zia ul Haq fu Abu Ala al Mawdudi, il “Khomeini sunnita” uno dei più radicali e noti teologi dell’ultrafondamentalismo del novecento.

Se non si ha presente questo quadro (e l’irresponsabile, incredibile sottovalutazione dei suoi pericoli da parte di tutte le amministrazioni americane, da Carter sino George W. Bush) non si comprende nulla del fenomeno dei Talebani che furono appunto una   proiezione dei generali fondamentalisti pakistani in Afghanistan, nel dichiarato disegno di rafforzare la zone d’influenza regionale di islamabad. Questa profonda compromissione di tutta la casta militare pakistana con l’ultrafondamentalismo è anche necessaria a comprendere come mai Osama Bin Laden non sia stato mai catturato e come mai la “svolta” di Musharraf a partire dal 12 settembre 2001, non abbia portato a nessun effetto, se non la ulteriore lacerazione del paese.

Musharraf era andato al potere nel 1999 con un  golpe , detronizzando Nawaz Sharif -uno dei pochi premier eletti in consultazioni quasi regolari - proprio perché questi aveva intenzione di togliergli il comando delle forze armate dopo che aveva scatenato una quasi guerra con l’India in Kashmir, impegnando l’esercito pakistano a fianco dei militanti di al Qaida. Preso il potere, Musharraf sostituì per prima cosa il capo dell’Isi Khawaja Ziauddin (che avrebbe dovuto sostituirlo a capo delle forze armate, secondo il volere di Sharif) con il generale Ahmed Mahmood. Questi, continuò in pieno la politica che era stata di Musharraf, di pieno appoggio al “satellite talebano”, ma esagerò, come purtroppo si constatò l’11 settembre 2001. Il 12 settembre - ricevuti sostanziosi fondi personali da Washington - Musharraf fece una svolta di 180 gradi, licenziò bruscamente Mahmood e impegnò “toto corde” il Pakistan in Enduring Freedom. Ma - il fatto è fondamentale - non ebbe affatto la forza di eliminare dalla scena politica - e men che meno dai quadri dirigenti delle forze armate - l’influenza determinante dei generali fondamentalisti, suoi ex compagni di cordata e di ideologia che gestiscono tuttora - come soci di minoranza, si potrebbe dire - sia le forze armate, che il Pakistan.

Per spiegare quanta e quale sia l’influenza del blocco di generali fondamentalisti, si pensi che Bernard Henry Levy, dopo avere indagato sullo sgozzamento nel gennaio del 2002 del giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl, giunse alla conclusione - denunciata in mille interviste - che il suo assassino Omar Sheikh, fosse un agente dell’Isi e che il generale Mehmood fosse tra i mandanti dell’uccisione del giornalista, colpevole di avere appunto scoperto gli intrecci tra l’Isi e la rete di al Qaida.

Tutta la storia del Pakistan tra il 2001 e oggi è dunque dominata da questa ambiguità, che ha favorito il radicamento sempre più esteso nel corpo sociale del paese, non solo dell’attività dei terroristi (migliaia sono le vittime ogni anno, spesso cristiani o sciiti, sterminati per ragioni religiose), ma anche e soprattutto del consenso politico verso il fondamentalismo. Esemplare la vicenda della Moschea Rossa di Islamabad, che sorge a due isolati di distanza dalla sede centrale dell’Isi, che è diventata un fondamentale punto di riferimento politico - prima che militare - per i Talebani pakistani e che è stata espugnata solo con una battaglia che ha fatto un centinaio di vittime, con un esito politico disastroso per Musharraf, perché quella mossa ha innescato una reazione a catena in tutto il paese di cui hanno fatto le spese i suoi soldati (molte centinaia uccisi nelle ultime settimane nel Waziristan, le Zone Tribali che ospitano Osama Bin Laden e Ayman al Zawahiri).

In conclusione - e qui si torna alle denunce di Benazir Bhutto e di suo marito - il Pakistan è l’unico paese al mondo in cui vi sia un ampio movimento fondamentalista, con le sue propaggini terroriste, indissolubilmente intricato con una parte dei servizi segreti e della stessa èlite militare che controlla il potere politico. Il “condominio” tra Musharraf e i suoi ex colleghi militari fondamentalisti si è dunque rivelato una fonte crescente di destabilizzazione del paese (che peraltro, a causa della sua cultura islamica non ha dato vita al travolgente sviluppo economico della vicina India “laica”, pur avendo identiche premesse) che obbliga ora Musharraf a chiedere aiuto alla figlia dell’uomo a cui il suo padrino politico, Zia ul Haq, mise il cappio al collo.

Benazir Bhutto, rappresenta le grandi famiglie del Sind, è una nazionalista, filoccidentale, ma senza grandi disegni o strategie, se non una generica vocazione alla modernizzazione (ed è probabilmente colpevole degli episodi di corruzione di cui lei e il marito sono stati accusati). Conosce bene il ruolo determinante dell’Isi e dei suoi generali fondamentalisti - che le hanno ucciso anche il fratello, in un attentato - e ora torna in patri più sull’onda delle pressioni americane, che della volontà popolare. Il disegno di Washington è oggi quello di supportare la palese debolezza crescente di Musharraf, con la linfa nuova dell’appoggio del settore più moderno e laico del paese.

Scommessa azzardata, tutta manovriera, di vertice. Soprattutto scommessa tardiva. Se l’amministrazione americana avesse finalmente iniziato a comprendere qualcosa del Pakistan già nel 2001, avrebbe dovuto immediatamente imporre a Musharraf l’alleanza con la Bhutto. Invece, Bush ha firmato un assegno in bianco al dittatore di Islamabad che ha più e più volte rinnovato, sino a quando, pochi mesi fa, si è reso conto che la vera ragione delle secche in cui è finita Enduring Freedom in Afghanistan, avevano e hanno la loro radice politica proprio nel caos fondamentalista pakistano.  Da qui il tentativo di favorire una svolta “riformista”. Probabilmente troppo tardi. Molti analisti scommettono infatti su una implosione violenta del Pakistan, di qui a non molto. 

  •  
  •  

1 COMMENT

  1. Il suo articolo sul Pakistan
    Complimenti, dott. Panella, per questo articolo molto informativo sul Pakistan, che è assolutamente uno dei migliori tra quelli da lei pubblicati su questo sito.

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here