Home News Pareggio di bilancio, si parte malissimo

La riforma dell'articolo 81

Pareggio di bilancio, si parte malissimo

1
1

Meno di una settimana fa è iniziata alla Camera la discussione sulla riforma dell’articolo 81 e l’introduzione del principio del pareggio di bilancio in Costituzione. Ed è iniziata nel peggiore dei modi. Intanto perché il testo che le due commissioni competenti – Affari Costituzionali e Bilancio – hanno adottato come testo base non contiene nemmeno l’espressione pareggio di bilancio. Secondo la proposta delle commissioni approvata con il voto pressoché unanime dei partiti, la Costituzione dovrebbe fissare l’obbligo per il Parlamento all’equilibrio di bilancio, un concetto ignoto alla dottrina economica e al diritto.

Come spesso accade lo Stato, il potere pubblico, riserva a se stesso quello che vieta a cittadini ed imprese. Provate a depositare in tribunale un bilancio di impresa in equilibrio come quello dello Stato italiano e vedete se non vi troverete dritti dritti alla sezione fallimentare.

Eppure questa discussione era iniziata il 14 agosto, con la convocazione straordinaria delle Commissioni Affari Costituzionali e Bilancio di Camera e Senato, alle quali l’allora ministro Tremonti aveva annunciato l’esistenza della lettera della Bce al governo italiano e la necessità di mettere mano immediatamente alla Costituzione per adempiere al patto Europlus approvato dai Capi di Stato e di Governo della zona euro nella riunione dell’11 marzo scorso, su impulso franco-tedesco, e condiviso dal Consiglio europeo del 24-25 marzo.

La straordinarietà degli eventi e della convocazione parlamentare poteva illudere sul fatto che il sistema dei partiti acquisisse consapevolezza del fatto che il fallimento politico rappresentato dall’enorme debito pubblico fosse innanzitutto conseguenza della scientifica elusione della disciplina di bilancio fissata dalla Costituzione, dove è scritto qualcosa che da più di quarant’anni non avviene, e cioè che “con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese” e che “ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.
Bastava sentire l’intervento di Peppino Calderisi per rendersi conto del fatto che il parlamento non ignora la propria responsabilità storica: “È indubbio che nelle intenzioni dei nostri padri costituenti l’articolo 81 avrebbe dovuto assicurare la naturale tendenza al pareggio di bilancio. Così, del resto, si espressero testualmente sia Ezio Vanoni, firmatario dell’emendamento che sarebbe poi diventato norma costituzionale, sia Luigi Einaudi. Peraltro, se assai rigorose furono le intenzioni dei costituenti, affatto diversi furono gli esiti dell’applicazione della previsione costituzionale. […] Tanti sono i modi con i quali sono stati aggirati i vincoli dell’articolo 81 della Costituzione: copertura delle leggi di spesa solo per il primo anno; l’indebitamento considerato come una forma legittima di copertura, legittimità sancita da una sentenza della Corte costituzionale, la n. 1 del 1966; sentenze della Corte peraltro che, in applicazione del principio uguaglianza, hanno esteso benefici ad una platea enorme di cittadini senza nessuna copertura finanziaria; finanziarie con deficit a doppia cifra negli anni Ottanta, anche superiori al 20 per cento del PIL, con le relazioni di minoranza dell’allora Partito Comunista Italiano che dicevano che queste finanziarie erano recessive; finanziarie modificate con i meccanismi degli emendamenti vol au vent di Cirino Pomicino, ma questa è già altra questione; finanziarie per le quali ogni navetta parlamentare costava dai mille ai duemila miliardi di lire, con emendamenti votati a scrutinio segreto”.

Eppure nella discussione di ieri questa ricostruzione storica veniva letta con tutt’altro giudizio di valore dal deputato del Pd, costituzionalista prodiano, Gianclaudio Bressa, che ha sostenuto la tesi sociale della sinistra (e non solo): “L’articolo 81 è stato scritto da Mortati e Vanoni con l’importante tutoraggio di Luigi Einaudi. Mortati e Vanoni erano due costituenti favorevoli all’introduzione in Costituzione dei diritti sociali, ma erano anche preoccupati per programmi realistici di attuazione degli stessi […] La definitiva riplasmazione dei principi dell’articolo 81 della Costituzione è stata opera, sul piano della dottrina negli anni Sessanta, di Valerio Onida, nel suo fondamentale libro "Le leggi di spesa nella Costituzione". È cambiato il tempo e la cultura politico-economica. L’articolo 81 della Costituzione non intendeva incorporare il principio del pareggio di bilancio e nemmeno quello della tendenza al pareggio. La sua logica è rivolta a permettere una gestione della politica finanziaria statale, impostata dal Governo e consentita dal Parlamento, ma condotta in maniera ordinata secondo un piano prestabilito. La legge di bilancio ha un valore sostanziale, può disporre provvedimenti nuovi, incisivi sugli sviluppi futuri della finanza, e può prestabilire fondi speciali in previsione dell’approvazione di future leggi. I fondi non cadono sotto il divieto del terzo comma dell’articolo 81 della Costituzione di nuove spese, perché non predispongono una spesa attuale. Quando la copertura è garantita dai fondi speciali il quarto comma è rispettato. La copertura si fa sul disavanzo legittimamente. La sentenza n. 1 del 1966 della Corte costituzionale conferma la tesi di Onida. Questa diventa la lettura ortodossa dell’articolo 81 della Costituzione. Qui nasce il problema che porterà, alla fine degli anni Settanta, allo sfondamento sistematico del bilancio. Nel 1979 più del 40 per cento della spesa era finanziato con il ricorso al debito”.

Non c’è dibattito politico in cui non si affermi che il problema dei problemi è la dimensione del debito pubblico e la sua apparentemente inarrestabile tendenza a crescere. Eppure quando si tratta di predisporre una regola elementare di bilancio, quella del pareggio, il sistema politico cerca di scrivere norme di facile elusione. Come ha ben documentato Serena Sileoni nella audizione parlamentare e in un recente post, solo le proposte firmate da Nicola Rossi al Senato e Antonio Martino alla Camera sono in grado di determinare una effettiva disciplina di bilancio, con cui almeno stabilire criterio restrittivi e straordinari per contrarre debito. Esse inoltre hanno l’ardire di volere stabilire un limite alla dimensione della spesa pubblica in rapporto al Pil.

Oggi la Repubblica Italiana fagocita più del 50% della ricchezza prodotta dai suoi cittadini, con il risultato che si produce sempre meno ricchezza. Nicola Rossi e Antonio Martino hanno proposto di ridurre del 5% questo gigantesco importo, fissando al 45% (una percentuale comunque enorme) il limite alla spessa pubblica. Ma questa idea di ragionevole salute pubblica è stata del tutto espulsa – per ora – dalla discussione sull’equilibrio di bilancio.

Nelle prossime settimane si dovrà dare battaglia sugli emendamenti, per evitare che una riforma gattopardesca venga approvata, con il solo scopo di somministrare narcotici al popolo inquieto. Un piccolo drappello ha firmato la proposta di Antonio Martino, lo stesso piccolo drappello può avviare una battaglia parlamentare. E se non sarà possibile introdurre il principio del pareggio di bilancio e il limite alla voracità della Repubblica, allora è meglio non toccare nulla, altrimenti il debito potrebbe crescere più velocemente. (tratto da Chicago Blog)

  •  
  •  

1 COMMENT

  1. politici solo tassa e spendi
    Da un governo sostenuto da Casini, da Bersani e Cirino Pomicino non mi aspetto nulla di positivo. Il vero problema si chiama spesa pubblica ma nessuno propone di tagliarla.
    Le proposte di questo governo sono solo nuove tasse.
    Il paradigma di modello ddi buon governo dei politici italiani è quello del governo siciliano di Lombardo.
    Io di soldi al merdoso stato italiano non ne presto neanche un centesimo.

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here