Parigi, l’integrazione che non funziona e la violenza della banlieue senza Stato

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Parigi, l’integrazione che non funziona e la violenza della banlieue senza Stato

03 Gennaio 2018

Quello che si è verificato la notte di Capodanno a Champigny-sur-Marne, nella periferia est di Parigi, non è stato un semplice “tafferuglio”, come qualcuno ha inizialmente lasciato a intendere. Due poliziotti, un uomo e una donna, sono stati, letteralmente, massacrati di botte mentre cercavano di sedare una rissa. Una ventina di ragazzi aveva cercato di “imbucarsi” a una festa privata e qualcuno, preoccupato, aveva chiamato il Commissariato chiedendo l’intervento delle forze dell’ordine. Arrivati sul posto, i due agenti sono stati violentemente assaliti dai balordi, quasi tutti ventenni di origini africane, che li hanno ridotti in fin di vita a suon di pugni, schiaffi e calci.

Il video registrato con lo smartphone da chi ha partecipato alla mattanza nelle vesti di spettatore interessato e curioso racconta di un accanimento particolarmente brutale nei confronti della donna, Laurie, di appena vent’anni. Steso sull’asfalto, il suo corpo è stato ripetutamente pestato, sugli arti e sul viso, maltrattato con forza e disprezzo, come se fosse un fantoccio. Spiace dirlo, ma questo terribile episodio di violenza sessista ha il sapore amaro del disprezzo che la cronaca degli abusi sulle donne nel mondo islamico ci ha insegnato a riconoscere. Quella goliardica scarica di botte sul corpo già inerme della poliziotta non è stata meno grave di uno stupro, né tantomeno di una pugnalata assassina.

Vien da chiedersi: perché? Che cosa avranno mai fatto di così sbagliato quella donna e il suo collega da scatenare una rappresaglia così potente? A queste domande, purtroppo, non è possibile dare alcuna ragionevole risposta. I poliziotti stavano semplicemente facendo il proprio lavoro. Hanno pagato, probabilmente, per aver osato entrare in un’area off limits alle autorità parigine come ormai lo sono tutte le banlieue della capitale francese, mondi “altri” rispetto al resto della città, governati da leggi non scritte imposte dalla comunità-ghetto dove, spesso, si propaga il radicalismo islamico e l’odio che alimenta il terrorismo. Sia chiaro, non stiamo parlando di immigrati appena arrivati in Europa dal Nord Africa, ma di cittadini francesi a tutti gli effetti, di giovani nati e cresciuti nei sobborghi parigini secondo gli usi e i costumi delle loro famiglie di origine.

Impedire alla polizia di entrare nel loro spazio equivale a dire che possono farsi giustizia da soli, che per loro lo Stato neppure esiste. E’ un atteggiamento che ricorda la cultura mafiosa ma che soprattutto rivela la fragilità, se non l’inutilità e la pericolosità, di quel modello di integrazione “ad ogni costo” di cui la laicissima Francia si è sempre fatta orgogliosa portabandiera.

Laurie e il suo collega Dominque sono ancora vivi, e fortunatamente se la caveranno. Se la caverà anche il poliziotto che, sempre a Parigi, appena qualche ora dopo la violenza di Champigny-sur-Marne, è stato picchiato mentre effettuava un controllo su uno scooter rubato a Aulnay-sous-Bois, altra periferia “esplosiva”, nota soprattutto per il traffico di droga. Perché aspettare che prima o poi ci scappi il morto per aprire finalmente gli occhi su questi focolai di odio? Non è ancora troppo tardi, forse, per evitare che un conflitto cresca al punto da diventare guerra.