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"Salvare l'Italia"

Paul Ginsborg e i professionisti della storiografia anti-berlusconiana

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Il filosofo José Ortega y Gasset scriveva nel suo capolavoro La ribellione delle masse che l’Inghilterra era “la nurse dell’Europa”. Correva l’anno 1937 e il pensatore spagnolo vedeva dunque nel Regno Unito l’unico paese in grado di alleviare e curare i mali di un continente che perseverava da più di un secolo nelle nefaste tentazioni rivoluzionarie. Al contrario la monarchia britannica dava l’esempio di una via sana alla modernità, senza scosse pericolose, in perfetto equilibrio fra indole pragmatica e rispetto della tradizione. Tutti coloro che considerano un bene la doppia vittoria inglese nei due conflitti mondiali non possono che concordare con Ortega y Gasset.

È vero che nel mondo del dopo ’45 la Gran Bretagna ha perso l’antica supremazia politica e commerciale sull’Occidente a favore degli Usa, però ha mantenuto un ruolo egemone sul piano culturale, perlomeno per mezzo della musica pop. Insomma, dall’Inghilterra e dai suoi figli abbiamo spesso molto da imparare. Spesso, non sempre. Infatti se ci è capitato di imparare qualcosa dai saggi storici del professor Paul Ginsborg, ci riesce difficile dire lo stesso riguardo la sua ultima opera, Salviamo l’Italia (Einaudi).  Trattasi di agile ed appassionato pamphlet con il quale Ginsborg intende non solo illuminare i lettori italiani sui loro guai e sulle possibili soluzioni, ma anche inserirsi nel dibattito politico contemporaneo e risorgimentale (in vista della celebrazione dei 150 anni d’unità nazionale). 

Lo stimolo a scrivere l’opera ci viene illustrato nel prologo: nel 2009 il Professore ha chiesto ed ottenuto la cittadinanza italiana, il sindaco gli ha fatto dono di una copia della costituzione e di ben due bandiere (il tricolore e l’arcobaleno pacifista), ma molti amici non hanno nascosto dubbi e battute. Uscite come “ma chi te lo ha fatto fare”, “e proprio ora, poi!”, “puoi dire anche tu mi vergogno di essere italiano” ci danno già sufficienti indizi per capire che tipo di persone “spesso socialmente impegnate”  frequenti il Professore: quelle che dal 1994 si dichiarano pronte all’esilio nel caso Berlusconi vinca nuovamente le elezioni e rimandano continuamente la partenza.

Orbene, Ginsborg, allarmato dalla mancanza di spirito patriottico nei suoi neoconcittadini si è gettato nell’impresa di risvegliarne la sete di riscatto. Soprattutto grazie alle voci degli eroi del Risorgimento, nella speranza che si mescolino “quasi in presa diretta, alle nostre”. La domande che si pone sono: vale la pena salvare l’Italia? salvarla da cosa? a chi può riuscire l’ardua missione?     

Le sue riposte hanno però il difetto di risultare particolarmente partigiane, anche se mascherate dall’obiettività dello storico accademico. Non dimentichiamo che l’uomo che siede dietro una delle cattedre dell’università di Firenze fu anche, in compagnia di Pancho Pardi, leader dei “girotondini”.    
Ovvio che valga la pena salvare l’Italia in preda ad un tragico declino nazionale. Ginsborg si aggancia ad un tema già presente in Dante e Leopardi, ricorrente nelle nostre lettere. E lo amplifica, senza far cenno al dibattito almeno centenario sulla decadenza della stessa Europa o meglio dell’intero Occidente. Ma qui nello Stivale la situazione è più grave per l’inadeguatezza delle élites (ce lo rinfacciava già nell’Ottocento Madame de Staël) e la degenerazione morale causata della televisione. Soap operas, reality show e spot (che, ad onor del vero, denunciano nel nome la provenienza non italica) qua “incentivano il consumismo” e inebetiscono il popolo.

Primo segnale sicuro di questo venir meno della tensione morale sono stati l’isolamento in cui si è trovata durante Tangentopoli la magistratura “relativamente indipendente in guerra contro la corruzione dei politici”; situazione simile ai patrioti risorgimentali. Ora, a parte il chiederci cosa si intenda con l’avverbio “relativamente”, ricordiamo i titoli dei principali quotidiani del periodo e gli umori popolari e non ci sembra proprio che il pool di Mani pulite fosse isolato. Ma Ginsborg intende probabilmente suggerire che il peggio doveva ancora venire.

In Italia, si sa, c’è scarsa fiducia nei confronti di parlamento e partiti, regge solo quella per il presidente della Repubblica. Secondo il Professore ciò è una conferma lampante della nostra “versione personalistica e carismatica della politica. Strano non si sia accorto di fenomeni forestieri come  Obama, Sarkozy, Putin o Chavez.

Forse Ginsborg preferisce studiare i dati sul declino economico; ad esempio nota il nostro divario reddituale fra ricchi e poveri è tra i più alti dei paesi capitalisti avanzati. Salvo poi riconoscere che negli ultimi anni non è cresciuto drammaticamente come nella sua Gran Bretagna o negli Stati Uniti.

Le risorse per superare la grave crisi della sua patria d’adozione Ginsborg le cerca, dicevamo, nel Risorgimento. Non nella figura storica che coniò quel termine, il neoguelfo Vincenzo Gioberti (accusato di razzismo per il suo saggio Del primato morale e civile degli italiani), ma in Cavour che, guarda caso, “assegnò all’opinione pubblica inglese progressista il ruolo di motore della storia”, Cattaneo e  Ferrari. Gli ultimi due, in particolare, proponevano una soluzione federalista, consapevole del talento di autogoverno mostrato nei secoli dall’Italia divisa. Il Professore però si guarda bene dal rendere merito alla Lega di aver reintrodotto nel dibattito politico la questione del federalismo.

Il più grande problema del nostro paese è comunque una Chiesa troppo forte in uno Stato troppo debole. Il Vaticano pretende di essere un attore politico e dire la sua sulle leggi; fa ingerenza. Come alcuni pubblici ministeri, industriali e finanzieri, registi, comici ed accademici, ma per Ginsborg solo il trono di Pietro (“la sola monarchia che sia durata dalle origini a oggi in Italia” secondo Giuseppe Prezzolini) e la Conferenza Episcopale devono stare zitti. Così Ginsborg rispolvera lo svizzero Sismondi e la sua denuncia della morale cattolica come sola “cagione di corruttela e di superstizione”. La replica che Sismondi ricevette da Manzoni (nelle sue Osservazioni sulla morale cattolica) dovrebbe bastare anche al Professore.

Invece no, dato che la situazione è ancora peggiorata rispetto a quei tempi: la Chiesa di Benedetto XVI ha “sospetto o terrore” nei confronti della modernità, non concede il sacerdozio femminile, il matrimonio dei preti, la “celebrazione della sessualità” (a Ginsborg manca la lettura dell’enciclica Deus caritas est), mantiene una struttura organizzativa gerarchica che è “l’essenza del  patriarcato” ed ”è in questo contesto che vanno inseriti i molteplici casi di pedofilia interni”. È lampante come il Professore coltivi la tradizione antipapista inglese: ciò che rimprovera alla Chiesa Cattolica è di non essersi trasformata in protestante od anglicana (e da quelle parti non mancano, tra l’altro, casi di pedofilia, meno esposti mediaticamente).

Ma da noi una “classe politica subalterna” teme di perdere voti se non rispetta le direttive romane; dovrebbe invece raccogliere i consensi degli elettori cattolici e poi tradirne sentimenti ed idee per farsi bella agli occhi di Ginsborg ed amici. Almeno Salviamo l’Italia ammette che il nostro carattere naturalmente mite è anche dovuto all’influsso della cattedra di Pietro (si vede che siamo tutti come minimo degli atei cristiani o laici devoti); la mitezza è infatti il principale ingrediente per sconfiggere la tirannia. E ci serve eccome.

Scrive infatti Ginsborg che c’è un “ruolo politico molto particolare per l’Italia nel mondo moderno: quello di inventare periodicamente nuovi modelli di dittature”, Dopo Mussolini, ecco Berlusconi ed il regime “formalmente democratico ma in realtà fortemente controllato dall’alto”, ecco la “straordinaria manipolazione dell’opinione pubblica”, la “libertà reale ma al contempo illusoria”. È infatti illusorio che scriva queste cose non in un samizdat clandestino come Solgenitzin negli anni bui della dittatura stalinista ma in un bel volumetto targato Einaudi (casa editrice proprietà del Cavaliere). Purtroppo, e qui scivoliamo sul comico involontario, per il tiranno di Arcore votano “tante casalinghe”, ovvero   “telespettatrici”, “ben vestite”, “fedeli ai valori cattolici”, “sportive” “allegre”, “informatizzate”, “pro americane” (pro Bush non pro Obama), e “privatizzate”. Lasciamo al lettore l’operazione del tirar le somme su come vorrebbe Ginsborg le casalinghe nostrane (soprattutto non “privatizzate”, ovvero “pubbliche”? sta forse pensando alla Repubblica platonica?).

Le sinistre non devono comunque minimizzare il fenomeno Berlusconi, non possono permettersi di compiere lo stesso errore dei democratici dei primi del ‘900 di fronte al fascismo. Parola di storico. L’“opinione pubblica internazionale è attonita e costernata nel vedere le forze democratiche italiane incapaci di liberare se stesse”, Pd e Italia dei Valori sono poco incisive nella lotta. Il Professore punta sui soliti “ceti medi “riflessivi” e sul popolo viola. A loro l’onere e l’onore di seguire l’esempio dei martiri risorgimentali. Solo un’alleanza fra forze popolari e ceti medi può sconfiggere il “sadomonetarismo” del PdL che intende riformare la costituzione (“no comment”, sentenzia Ginsborg). Aspettiamo allora questa rivoluzione “mite”.

Poiché il libro si apre con la descrizione della statua del Canova che sovrasta la tomba del patriota Vittorio Alfieri in Santa Croce (la donna piangente che guarda ai suoi piedi una cornucopia, simbolo dell’abbondanza, abbandonata terra, quasi ad indicare la perduta ricchezza dell’Italia) consigliamo a Ginsborg di rileggere l’ultima opera del poeta e tragediografo astigiano, il Misogallo. Alfieri aveva salutato con fiducia la Rivoluzione Francese; dopo averne visto gli eccessi sanguinari, scrisse questo velenoso attacco anti-francese. Si era accorto che le rivoluzioni non sono mai soluzioni ma creano solo nuovi problemi. 

 

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1 COMMENT

  1. Ginsborg in Inghilterra non conta nulla
    Come come? Ginsborg è diventato cittadino italiano? E che cosa sa dell’Italia, a parte quello che legge su Repubblica o che gli dicono i suoi amici radical-chic? Che cosa conosce dell’Italia vera? Dei suoi tanti paesi e città, delle sue tradizioni, del suo passato realmente vissuto e non ricostruito a tavolino?
    Aggiungiamo inoltre che Ginsborg in Inghilterra come storico non conta nulla: la cultura inglese è in piena crisi da decenni (cfr. i libri di Matthew Fforde) anche grazie agli “intellettuali di sinistra” come lui.
    Definire Gioberti “razzista” è il colmo dell’assurdo, prima ancora che dell’asineria.
    Quanto al cosiddetto “arcobaleno pacifista”, è in realtà un arcobaleno rovesciato, invertito, tanto per capirci… è infatti un simbolo dei gay americani!

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