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Pensioni, il rapporto Ocse striglia Prodi e l’Italia non lo firma

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Nuova tirata d’orecchi per il governo Prodi: l’Italia sul fronte della riforma previdenziale si muove a passo di lumaca. Lo stallo causato da una sinistra radicale sempre più agguerrita non è passato inosservato agli osservatori internazionali e nel suo rapporto "Pensions at a glance" presentato oggi a Parigi, l’Ocse ha citato l’Italia come esempio di processo di riforma iniziato ma che va avanti lentamente.

"Le riforme del 1995 in Italia - si legge nel rapporto - inizieranno a fare effetto solo sulle persone che andranno in pensione a partire dal 2017". Ma l’Italia non ha sottoscritto il rapporto e alla strigliata dell’l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico  ha replicato con un “dati fuorvianti" perché chiamano in causa i dati sull'entrata nel mondo del lavoro e della durata della vita lavorativa, diversi, secondo il governo, in Italia  rispetto agli altri paesi europei.

Il caso scoppia proprio alla vigilia della ripresa della concertazione: più volte, il Governo ha manifestato l'intenzione di chiudere il confronto con le parti sociali entro la fine di giugno. Ma il bandolo della matassa tutt’altro che facile da sbrogliare. Le pensioni sono diventate motivo di scontro nel momento stesso in cui la maggioranza di Governo ha compiuto i primi passi. Da una parte c’è il ministro dell’Economia Padoa Schioppa che vorrebbe mantenere lo scalone per l’età e rivedere i coefficienti di trasformazione, dall’altra il ministro del Lavoro Damiano che spinge per gli scalini e dall’altra ancora la sinistra radicale, con Ferrero in prima fila (Solidarietà sociale), che non vuole né gli uni né gli altri. Una posizione, quella della sinistra radicale, espressa anche oggi nel corso dell’incontro tra i segretari dei partiti della sinistra e  i leader di Cgil, Cisl e Uil. "E’ stata una riunione produttiva – ha detto Giordano (Prci) - in cui abbiamo ribadito l'abolizione dello scalone, la lotta alla precarietà e l'aumento delle pensioni minime e basse”. Insomma, le posizioni restano distanti, e il Governo sembra sempre più ostaggio di Ferrero e Compagni. Ma sullo sfondo,  risolto anche il pasticciaccio del viceministro Visco, “incastrato” da centrodestra e poteri occulti, c’è sempre il cosiddetto tesoretto (che pare sia raddoppiato, anche se nessuno sa bene di quanto) e la polemica su come, quando e perché utilizzarlo.

L’Ocse si basa sulla legislazione attuale e quindi tiene conto sia dell'aumento dell'età per la pensione di anzianità nel 2008 prevista dalla legge Maroni (da 57 a 60 anni) sia della revisione dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo prevista dalla legge Dini. Entrambe le cose, secondo l’Organizzazione vanno nella giusta direzione. Già qualche giorno fa infatti, con buona pace di sindacati e sinistra estrema, l’Ocse aveva  incoraggiato il governo ad andare avanti nell'applicazione dello scalone di Maroni, così come nella modifica dei coefficienti. “Bisogna rispettare il programma di governo: la riforma Maroni è sbagliata, bisogna tenere conto delle pensioni minime e delle esigenze dei giovani ai quali vanno date garanzie per le pensioni future”, ha ribadito stamani il ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. A rafforzare la tesi, Oliviero Diliberto, che stamani ha ribadito:  “I Comunisti italiani chiedono il rispetto dell'accordo di programma su cui abbiamo vinto le elezioni e che prevedeva l'abolizione dello scalone''.

Tornando al rapporto, l'Italia resta il paese Ocse con i contributi pensionistici più alti (il 32,7% della retribuzione fino al 2006 contro una media Ocse del 20%). Non solo, i lavoratori dei paesi industrializzati dovranno risparmiare di più in considerazione del fatto che in futuro la loro pensione sarà più bassa del 22% mentre nel caso specifico dell'Italia, l'alleggerimento sarà compreso in una forchetta tra il 15 e il 25%.

Una “posizione assolutamente condivisibile” quella dell’Ocse, secondo il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo. Peccato però non abbia voluto commentare la decisione del governo italiano di non sottoscrivere il documento.

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