Per Benedetto XVI la Chiesa è la sentinella dei diritti umani

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Per Benedetto XVI la Chiesa è la sentinella dei diritti umani

10 Dicembre 2008

Sessant’anni fa, il 10 dicembre del 1948, l’ONU emanava la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. La Chiesa cattolica ricorda oggi l’evento in Vaticano con un solenne Atto celebrativo. Nell’Aula Paolo VI il Segretario di Stato, cardinale Bertone, e il Cardinale Martino terranno due discorsi. In seguito verranno consegnati i Premi cardinale Van Thuan per il 2008 a personalità distintesi nella promozione dei diritti della persona e della solidarietà internazionale. Ci sarà quindi un concerto alla presenza di Benedetto XVI, che, verso sera, terrà il discorso conclusivo.

Dopo i conflitti ottocenteschi, oggi la Chiesa cattolica è in prima linea nella difesa dei diritti umani e Giovanni Paolo II ha definito la Dichiarazione che oggi si commemora una “pietra miliare” nello sviluppo della coscienza morale dell’umanità. Questa è un punto di arrivo, ma anche e sempre un punto di partenza. Benedetto XVI dice che il progresso morale, essendo spirituale, non è mai un semplice accumulo, ma richiede ogni volta di essere ricominciato da capo.

Aver messo sulla carta i Diritti umani è stato un fatto grandioso di civiltà, anzi di umanità. Non si tratta di diritti frutto di una cultura di parte, quella occidentale, si tratta di diritti della persona e la persona, prima ancora degli stessi diritti, è universale. E’ questo il punto focale su cui hanno sempre insistito i Pontefici nelle loro visite all’ONU: i diritti umani sono espressione della dignità della persona. Quando li si stacca dal loro fondamento e se  ne  fa qualcosa  di convenzionale se ne limita  la portata con grave pericolo  per tutti. Prima di tutto il pericolo che deriva dalla loro frammentazione. I diritti umani sono indivisibili, si tengono insieme, si richiamano l’un l’altro,  dato che, in fondo, sono un solo diritto: il diritto a vivere da uomini. Il diritto a poter rispondere ad una vocazione.

La Chiesa pensa che tra i diritti umani, però, ce ne siano due che hanno una importanza particolare. Non per introdurre una suddivisione o una gerarchia in un campo dove vige l’indivisibilità, ma  per riportare continuamente i diritti umani al loro fondamento, che non dipende da noi uomini. Il paradosso dei diritti, infatti, è questo: ci garantiscono una disponibilità ma essi sono indisponibili. Si tratta del diritto alla vita e del diritto alla libertà religiosa. Questi due diritti fondano l’indisponibilità di tutti gli altri: se la vita è nostra produzione e non qualcosa di ricevuto in dono e se non c’è il diritto di ringraziare il Creatore della vita allora anche tutti gli altri diritti diventano manipolabili. Questo non vuol dire che dobbiamo dare meno importanza ad altri diritti che a questi due, ma che proprio per dare a tutti i diritti la loro importanza, dobbiamo vederli nella luce di questi due.

I diritti umani sono evidenti alla ragione e alla fede. Sono quindi un terreno di collaborazione tra credenti e non credenti. Essi sono sì dei contenuti, ma anche una via, un metodo per capirci l’un l’altro e convivere in pace. I diritti umani, disse Giovanni Paolo II all’ONU nel 1995, sono una “grammatica”. Moltissime persone hanno sofferto per i diritti dell’uomo e contributi alla loro illuminazione  sono venuti da tante parti. Non si può dire chi ha fatto di più e chi di meno. Nella sofferenza c’è una incommensurabilità che non ci autorizza a fare graduatorie. Possiamo però dire che il cristianesimo è stato decisivo per la messa a fuoco della dignità  della persona e, di conseguenza, per  i diritti umani.

Lo è stato sia perché la rivelazione ha fornito da questo punto di vista una luce alla stessa ragione, che da sola non sarebbe giunta a cogliere così in profondità la dignità della persona, ma soprattutto perché il cristianesimo ha proposto la logica dell’amore prima e oltre la logica della ragione. I diritti umani si vedono con la ragione e si promuovono con la giustizia. Però la ragione senza la fede e la giustizia senza la carità fanno fatica a vederli e a soddisfarli. E’ per questo che la Chiesa chiede di avere il proprio posto nella promozione e difesa dei diritti umani.

La commemorazione del 60mo anniversario della Dichiarazione dell’ONU del 1948 non sarebbe realistica se individuasse anche eventuali sue carenze, messe in luce da quanto è successo nel frattempo e specialmente in questi ultimi tempi. Nella Dichiarazione mancano due cose fondamentali: la definizione di “persona” e la definizione di “vita”. Nel 1948 si scelse la strada – bene illustrata da Jacques Maritain – di prescindere dalle questioni di principio e di affidarsi ad una razionalità pratica. Oggi non è più possibile attenersi a questo metodo. Le scoperte scientifiche e lo sviluppo tecnologico hanno chiarito molte cose e nello stesso tempo ci hanno posto davanti a nuove immani responsabilità. Oggi non è più possibile incontrarsi sul piano pratico della difesa della vita, per esempio, senza definire quando essa cominci e quando finisca e, soprattutto, cosa essa sia.