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L'analisi

Per brindare a un incontro…

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Mercoledì scorso sono stato uno dei circa venti parlamentari “attovagliati”, sul roof di un albergo nel centro di Roma, da Giovanni Toti e Mara Carfagna. Obiettivo: valutare assieme la possibilità di un fronte comune dei liberali, dei conservatori, dei moderati del centrodestra. Per fare massa critica, salvare un’area politica dall’estinzione, restituire alla coalizione la capacità espansiva smarrita.

Vi racconto la serata, dando spazio più alla cronaca che all’analisi. Perché l’analisi è auto-evidente: la necessità di un’iniziativa di tal fatta è sotto gli occhi di tutti quelli che hanno vista politica. La possibilità che essa vada a buon fine, invece, non è affatto scontata. Contro un fausto pronostico milita un rosario di tentativi passati e abortiti. E non aiuta neppure la difficoltà a consolidare qualcosa in una realtà politica di per sé liquida, resa ancor più liquida dalle costrizioni imposte dalla crisi Covid. Sicché, per una prognosi sugli esiti finali, meglio affidarsi alla narrazione di un consapevole entusiasmo che all’ennesima analisi la quale risulterebbe inevitabilmente ripetitiva e stantia; meglio, insomma, descrivere il clima che dar voce alla voglia.

Chiamerei quella che segue la “cronaca di una cena annunciata”. Nel senso che Mara e Giovanni si erano già frequentati, annusati, mossi all’unisono. Era accaduto circa un anno fa quando i due, un giorno all’improvviso, vennero nominati in coppia coordinatori di Forza Italia. Fu un lampo a ciel sereno. E difatti durò meno di un temporale estivo. I due immaginavano il loro compito come una sorta di “predellino moderato”; una rivoluzione, o almeno una mezza rivoluzione: all’ombra del carisma berlusconiano aprire il partito, riaggregare quanti in quell’area nel frattempo si erano messi in cammino per raggiungere altri lidi (o, più spesso, senza meta per il solo gusto di camminare), rendere contendibili gli incarichi interni, riprendersi uno spazio di autonomia politica senza cedere all’alternativa “o con Salvini o con il centrosinistra”. Vasto programma, insomma, forse anche troppo vasto o forse no, visto che la crisi del partito già avanzava impietosa e per curarla l’aspirina non sarebbe bastata. Ma comunque abbastanza vasto da offrire territori alla “restaurazione” che, infatti, rivendicò immediatamente i suoi diritti, scalzando la strana coppia.

Entrambi – Mara e Giovanni, intendo – ne presero atto. Giovanni sarebbe uscito dal partito, avrebbe riunito le truppe in un affollatissimo teatro romano, avrebbe poi addirittura fondato un partito dal nome un po’ bislacco – “Cambiamo” – ma, soprattutto, tra elezioni regionali imminenti e crisi sanitaria emergente, si sarebbe dedicato al compito di presidente della Liguria, contribuendo tra l’altro al miracolo italiano di un ponte ricostruito a tempo di record. Mara no: avrebbe scelto di restare nell’antica dimora, con eleganza e contegno e, per questo, in posizione sempre più defilata. D’altro canto, le cronache dall’interno non registrano certo entusiastici tentativi di coinvolgerla.

Si è così giunti alle regionali di qualche giorno fa. Giovanni è stato rieletto e il suo partito è risultato il primo della Liguria. Anche in altre realtà “Cambiamo” ha fatto la sua parte. Seppur in un contesto specifico, quasi un laboratorio, il suo caso ha dimostrato due cose inedite: che un personaggio politico proveniente dalla galassia berlusconiana può non solo resistere (come il sottoscritto) ma persino vincere un’elezione; e che quando i liberal-moderati si presentano parlando al futuro e non con l’aria di voler raschiare il fondo del barile di un glorioso passato, possono ambire ad essere di nuovo la prima forza del centrodestra. Mara, invece, non ha dovuto attendere i risultati delle elezioni per trarre le sue conclusioni. A lei quel turno elettorale aveva già detto tutto al momento della formazione delle liste, quando le sarà risultato chiaro che il suo partito preferiva candidarsi a una sonora sconfitta (e a una brutta figura) piuttosto che correre il rischio di coinvolgerla. Metti insieme questo pregresso, metti assieme queste esperienze elettorali e, naturalmente, “metti una sera a cena” per ripartire da dove ci si era lasciati.

Per la riunione conviviale si pone il problema della location. Per consuetudine si pensa a “Casa Bleve”, ristorante a due passi dal Senato dove molti di noi da Donna Tina, che sovrintende la cucina, siamo stati maternamente svezzati. Si prenota, ma subentra un problema. Mara è sul punto di diventare mamma. La sua condizione, in tempo di virus circolanti, non consiglia spazi angusti, poco areati, senza finestre. Meglio un ambiente aperto, o quantomeno semi-chiuso. Si opta, dunque, per il roof di un albergo nel centro storico: assai meno materno e rassicurante del locale gestito da Donna Tina ma, almeno di questi tempi, meno pericoloso. L’arredamento (solo quello, sia chiaro), più che al Covid rimanda al massimo al rischio di una più banale malattia venerea.

Ci si ritrova alle nove di mercoledì sera. Siamo una ventina, numero più, numero meno. In questi mesi avevo parlato spessissimo con Giovanni, spesso con Mara, ma non li avevo mai visti assieme. Sono incuriosito. L’impressione è ottima. Mi sembrano complementari. Visto che si parla di costruire una nuova casa, è come se Giovanni si preoccupasse delle qualità del terreno, degli orizzonti e della vista, e Mara non perdesse di vista le necessità legate all’edificazione, l’orientamento delle finestre, la qualità dei materiali. Su due presupposti li ho sentiti all’unisono: si parte dalla nostra storia comune che è parte della storia del centrodestra italiano; si sta costruendo una nuova casa e non un’arca di Noè con la quale salvare specie altrimenti votate all’estinzione.

Questa complementarità produce un effetto positivo sugli astanti. Gli interventi che seguono, ancor più che per i contenuti, si segnalano per la serenità delle esposizioni. C’è la comune consapevolezza che stavolta è davvero l’ultima chiamata, che per un’area politica un tempo gloriosa non c’è veramente niente da perdere e tutto da ricostruire, e ciò toglie spazio a scorciatoie, furbizie, competitività interne. Anche chi aveva immaginato con ampio anticipo dove si sarebbe giunti, sa che siamo ormai ai tempi di recupero: agli ultimi minuti di una partita che si potrebbe ancora vincere ma che, per questo, non bisogna sbagliare. Iniziando dal col non nascondersi le difficoltà dell’intrapresa, dal saper associare all’intraprendenza politica una consistenza organizzativa. Una volta di più: vasto programma!

La serata finisce a un’ora più che civile. Ci si rincontrerà e, soprattutto, un lavoro oscuro di costruzione e tessitura ci dirà se si può fare o no. Alcuni di noi si fermano ancora un po’ per i commenti del dopo partita. Da un tavolo distante quanto imposto dalle norme anti-Covid ma non tanto da non poter origliare, un gentile signore – di quelli che non mancano mai nel demi-monde della politica romana – ci fa giungere una bottiglia di bollicine per brindare all’intrapresa che evidentemente ha auscultato o, quantomeno, immaginato. E’ a tavola con bellissime ragazze. Lo ringraziamo e lo invitiamo a brindare con noi. Declina l’invito e ci fa capire che deve abbandonare la sala perché ha incombenze più interessanti della semplice bicchierata che noi vorremmo condividere.

Alziamo i calici e veramente ora la serata è finita. Prendo un taxi per raggiungere casa. Dopo poco la mia auto supera un uomo in monopattino, piuttosto mesto: è il signore che ci aveva fatto immaginare chissà cosa. Sta tornando a casa anche lui. Ecco, oggi spesso chi fa politica è un po’ come quel signore. Tutta apparenza: pensavi fosse amore e invece è solo un monopattino. Se si vorrà dare un seguito alla cena e realizzare qualcosa di buono si deve partire dalla verità dei fatti. C’è da ripartire da zero; da rimboccarsi le maniche e mettersi a lavorare. Dalla nostra parte ci sono solo, forse, le condizioni non avverse. Ma non è poco. Il resto tocca a noi.

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