Per cambiare gli Atenei ci vuole passione per la verità
09 Aprile 2008
Per chi in università ci vive è assai frustrante parlare di università. Occorre però parlarne poiché una comunità non ha speranze di sviluppo e di crescita se non ha un’istituzione universitaria degna del nome. E l’università italiana, purtroppo, attraversa un periodo assai travagliato. I suoi problemi sono noti; riguardano il famigerato “tre più due” (una vera iattura), la crescente burocratizzazione, l’insufficienza dei finanziamenti, la difficile autonomia rispetto a un Ministero sempre più intrusivo, l’inadeguatezza delle offerte formative e della selezione del corpo docente, il progressivo scardinamento di insegnamento e ricerca, l’incapacità ad attivare una sana competizione tra le diverse Università in modo da guadagnare maggior prestigio anche su scala internazionale, e altri ancora sui quali viene richiamata da tempo la nostra attenzione. Si tratta, sia ben chiaro, di problemi importanti, per certi versi addirittura drammatici. Ma il vero problema della nostra università, mi sia consentita questa divagazione, è forse un altro e sta principalmente nella difficoltà che abbiamo a definirne il senso, diciamo pure la missione. Anche a rischio di apparire antiquato, dico che non può esserci università senza un’autentica passione per la verità, per la realtà, per la bellezza intrinseca di ciò che si studia e, in ultimo, per un’ideale di uomo. Non è solo questione di competizione, di autonomia, di qualità dell’insegnamento e della ricerca; è soprattutto una questione di civiltà.
Anni addietro, parlando di crisi dell’università con Nikolaus Lobkowicz, già Rettore dell’Università di Monaco di Baviera, poi passato a fare il rettore nell’Università cattolica di Eichstaett, buttai là una citazione di Romano Guardini: “L’università si ammala, appena la verità cessa di essere la norma nella coscienza dell’università”. Ne ricevetti la seguente risposta: “l’Università attuale non è altro che una scuola di formazione professionale dove si fa ricerca, un’istituzione che a buon diritto viene a inserirsi in un terziario culturale indifferenziato”. Pretendere di più, sono sempre parole di Nikolaus Lobkowicz, “sarebbe come dire che la Siemens, nel costruire il suo programma di formazione degli apprendisti, avrebbe bisogno di una profonda riflessione spirituale”.
In questa risposta c’era molta amarezza, ma anche molta verità. Se poi confrontiamo l’idea di una “scuola professionale dove si fa ricerca” con la realtà che abbiamo intorno, si potrebbe persino pensare che si trattava di una risposta ottimistica. Tuttavia non riesco a rassegnarmi all’idea che, parlando di università, non si possa pretendere di più. Mi rendo conto ovviamente che oggi sarebbe semplicemente velleitario ritenere che le nostre università debbano diventare dei luoghi dove, nelle diverse facoltà, si persegue “la verità per se stessa”, secondo l’indicazione di Romano Guardini. Oltretutto nella nostra cultura pochi concetti sono tanto discreditati quanto quello di verità. Trovo tuttavia assai deprimente e, in ultimo, addirittura controproducente la disinvoltura con la quale, da un lato, abbiamo accantonato l’idea che l’istituzione universitaria risponda a un progetto sintetico di produzione e di diffusione di un sapere “alto” e, dall’altro, abbiamo accettato il ripiego sui cosiddetti percorsi professionalizzanti persino nelle facoltà che una volta si chiamavano umanistiche o nella facoltà di matematica.
Ovviamente non ho alcuna nostalgia per l’accademia platonica o per l’università di ieri. Come ben sappiamo, viviamo in una società complessa, differenziata, caratterizzata da una pluralità di punti di vista anche riguardo alle nostre idee sull’università. E indietro non si torna, né sarebbe auspicabile farlo. Ma questa complessità non può costituire un alibi per eludere la questione del senso che vogliamo dare all’istituzione universitaria. Nessuna istituzione può funzionare infatti in modo adeguato se non si giunge a determinare rigorosamente la sua missione. Come ha scritto Ortega y Gasset, proprio parlando di università, “un’istituzione è una macchina, e tutta la sua struttura e il suo funzionamento devono essere prefissati in vista dello scopo che ci si aspetta da essa. In altre parole: il fondamento della riforma universitaria consiste nell’indovinare pienamente la sua missione. Ogni cambiamento, ornamento o ritocco di questa nostra casa che non prenda le mosse dall’aver previamente controllato con energica chiarezza, con sincerità e con decisione il problema della sua missione, saranno fatica sprecata”.
A questo penso ogni volta che sento parlare di riforme universitarie. Ma credo che nemmeno noi professori universitari saremmo più in grado di compiere un tale esercizio di “radicale sincerità” con noi stessi, in ordine alla missione dell’istituzione nella quale lavoriamo. Non siamo più abituati a questo genere di esercizi. La certezza che, facendoli, ci troveremmo invischiati in divergenze assai nette ci sembra una buona ragione per lasciarli da parte.
Nel frattempo però molte delle nostre università si sono già trasformate in centri di informazione e di insegnamento, sempre più estranei alla ricerca. Negli USA questa tendenza ha trovato un riconoscimento e un nome: teaching universities. Trattasi di istituzioni, le quali si occupano di formazione di base e diffusa, accanto alle quali si trovano le ben più prestigiose università, dove si fa vera ricerca. Vogliamo anche noi qualcosa del genere? In verità non mi è chiara la risposta.
Il nostro “tre più due”, non fosse altro per lo spirito che ne animò la nascita –se ricordiamo bene, si trattava di rendere più professionalizzanti, più aderenti alle esigenze del mercato i vari corsi di laurea, nonché di aumentare la percentuale di laureati- sembra fatto apposta per privilegiare un’idea di università dove si moltiplicano i corsi e gli insegnamenti, ma dove è estremamente difficile coniugare insegnamento e ricerca.
Eppure proprio nel momento in cui abbiamo deciso di privilegiare la prospettiva della professionalizzazione stiamo riscoprendo forse, almeno lo spero, il valore dell’antica Bildung, il valore cioè di una formazione alta, dove insegnamento e ricerca vanno a braccetto e dove, lo dico quasi con spudoratezza, occorrerebbe trovare posto anche a un certo spirito di gratuità. Alla fin fine, se pensiamo soltanto alla professionalità, finiamo per danneggiare la professionalità stessa. E se di questo non si accorgeranno i programmatori dell’Università o i professori universitari, si accorgerà sicuramente il mercato. Ribaltando la battuta di Nikolaus Lobkowicz che citavo sopra, si potrebbe dire che prima o poi anche alla Siemens si accorgeranno che una “profonda riflessione spirituale” è un ottimo investimento economico anche per gli apprendisti.
In estrema sintesi, la mia convinzione è che saranno proprio quegli studenti che avranno avuto una formazione capace di andare oltre l’ambito piuttosto angusto dei saperi professionalizzanti ad avere maggiori chance di entrare con successo nel cosiddetto mercato del lavoro. Se debbo dire fino in fondo il mio pensiero, renderei obbligatorio qualche insegnamento di filosofia in tutte le facoltà (eliminando magari la facoltà di filosofia. Ovviamente scherzo). Mi piacerebbe, ad esempio, attivare un corso di laurea nel cui titolo si dica espressamente che “non serve a nulla”, se non a conoscere bene qualcosa e magari a coltivare la passione per la verità, la bellezza, la serietà, l’onestà e tante altre virtù ancora che sono inevitabilmente implicate in ogni autentica communitas studiorum (professori e studenti insieme), senza la quale c’è forse qualche altra cosa, ma non l’università.
Il nostro “tre più due”, come ho già accennato, sembra privilegiare invero altre dimensioni. Ma il fatto che, almeno in linea di principio, consenta che si attivino anche corsi di questo tipo potrebbe essere la riprova che non tutto è perduto. Si tratta pertanto di raccogliere la sfida. I professori dovrebbero rischiare qualcosa in termini di proposte di alto profilo e gli studenti dovrebbero dimostrare di essere ben lieti di finanziarle con i soldi delle loro tasse. Il tutto con la fiduciosa speranza che il mercato saprà premiare questo genere di sforzi e che i legislatori si accorgano che la prima cosa da fare per promuoverli è abolire il valore legale dei titoli di studio.
La morale di quanto sono venuto dicendo finora è piuttosto semplice e potrebbe essere sintetizzata così: nella nostra università la formazione “alta” collegata alla ricerca sta diventando una semplice opzione, qualcosa cioè che va coltivato in nicchie più o meno grandi, ma che non rappresenta più l’ispirazione di fondo dell’istituzione universitaria in quanto tale. Sta quindi a chi ci crede raccogliere la sfida, senza rassegnarsi all’idea che si debbano proporre soltanto corsi, corsetti, moduli e cose del genere. Ma questi sforzi debbono essere anche premiati. Le università che rischiano, investendo in ricerca, internazionalizzazione, qualità della didattica, ecc. debbono vedere riconosciuti i loro sforzi, non venire ingabbiate nelle maglie di un Ministero per il quale “tutte le vacche sono bigie”.
In ultimo, se ci pensiamo bene, ne va della qualità civile del nostro Paese. Formiamo pure professionisti validi (sarebbe già tantissimo), ma non dimentichiamo che un Paese ha soprattutto bisogno di quelli che il già citato Ortega avrebbe definito “uomini interi”, uomini che sappiano essere “classe dirigente”, colti e capaci di vivere “all’altezza del tempo”. “Codesto –direbbe Ortega- è il compito radicale dell’università. Questo è ciò che deve essere l’università prima e più di ogni altra cosa”.
