Home News Per fare cassa tassare i ricchi non serve a niente

Per fare cassa tassare i ricchi non serve a niente

0
16

È stato appena varato il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria, un faticoso percorso che a tratti ha assunto i connotati ludici di una sorta di gara a “ruba bandiera” per strappare una tanto vaga quanto sempre meno rilevante promessa di una maggiore quota di ricchezza nazionale per coloro i cui interessi si intendono rappresentare e difendere politicamente. Nulla di grave, non ci scandalizziamo, si è sempre fatto così e non, mutando la filosofia politica dei governo e delle maggioranze, è probabile che non si possa fare altrimenti. Ed è proprio qui il punto, nulla di nuovo sotto il sole, e questa volta se n’è accorta persino l’Unione Europea, la quale avrebbe sonoramente bocciato il documento, manifestando la più profonda preoccupazione per i conti pubblici.

Per questa ragione, sosteniamo che in tale dinamica politica, diverse possono essere le strategie di gioco. In definiva, esse dipendono in larga misura dalla prospettiva economica (e più generale culturale) con la quale si osservano i fenomeni sociali e, in particolare, si intende rendere ragione della causa e della natura della ricchezza della nazione. È vasto il numero di coloro i quali considerano la ricchezza un dato da distribuire prima ancora di essere creato. Sono costoro che considerano la tassazione dei “ricchi” la più efficace ed “equa” politica per lo sviluppo.

La ricetta è sempre la stessa: aumentare l’aliquota marginale applicata sugli alti redditi. I sostenitori affermano che, in tal modo, si genererà un significativo ritorno, in termini di gettito, che potrà meglio essere utilizzato a favore di coloro che hanno bassi redditi. Sebbene non manchino studi che sembrerebbero mostrare come all’incremento delle aliquote marginali corrisponda un danno proprio per coloro che si intendono aiutare.

I percettori di alti redditi sono già caricati di un rilevante peso fiscale nella politica di distribuzione del reddito nazionale. Per di più, sostiene Alan D. Viard – “resident scholar” all’AEI di Washington –, non è da escludere che l’eventuale aumento del gettito proveniente dall’innalzamento dell’aliquota marginale possa produrre effetti distorcenti. Invero, attraverso la riduzione complessiva dello stock di capitale si produce un danno anche per i percettori di bassi redditi, rappresentando, di conseguenza, un costo per i lavoratori a tutti i livelli.

Le analisi economiche sulle politiche fiscali, normalmente, assumono due presupposti. In primo luogo, si assume che i cosiddetti policymakers giudichino 1 Euro a disposizione di un percettore di alti redditi di valore inferiore rispetto allo stesso Euro a disposizione di persone che percepiscono redditi bassi; per evidenti ragioni di utilità marginale decrescente. Tale assunto spiega il motivo per cui si è tentati di elevare l’aliquota marginale massima. In secondo luogo, si ritiene che gli individui possano modificare il loro reddito imponibile a seconda degli incentivi. Si tratta di  un presupposto ragionevole; evasione, elusione, ma anche più onestamente e legittimamente ci si può orientare nella direzione di una spesa fiscalmente deducibile, ovvero rinunciando a lavorare, preferendo – a conti fatti – tempo libero, qualora un aumento del reddito si risolva in un diseconomico innalzamento dell’aliquota fiscale.

A tal proposito un rilevante contributo è stato offerto dai teorici della cosiddetta economia dell’offerta. Scrive I. Kristol su “Commentari nel 1981: “Va detto che il termine stesso ‘economia dell’offerta’ può essere fonte di un’iniziale confusione. Nasce in esplicito contrasto con l’approccio keynesiano, il quale pone l’accento sull’esigenza che il governo gestisca e manipoli – attraverso le politiche fiscali e monetarie – la domanda aggregata al fine di mantenere la piena occupazione. L’economia dell’offerta sostiene che il governo realmente non può fare ciò […]; se all’impresa si consente di operare con il minimo di interferenza investirà e innoverà, così come soddisferà la domanda di beni che produce”.

La tesi centrale sostenuta dagli economisti dell’offerta è che la riduzione fiscale causi la crescita economica, poiché il taglio delle tasse consente agli imprenditori di investire il risparmio fiscale e di creare maggiore produttività, opportunità di lavoro e profitti. Il che, paradossalmente, si tradurrebbe in un maggiore gettito fiscale, sebbene l’aliquota sia inferiore.

I. Kristol aggredì il problema sul più ampio versante culturale, evidenziando come “la crescita economica non fosse, dopo tutto, un mistero della natura come lo sono i buchi neri nelle lontane galassie. È una conseguenza di azioni volontarie poste in essere da persone ordinarie”. L’economia dell’offerta per I. Kristol è un modo per esprimere in ambito economico la capacità creativa presente in tutte le persone, soggetti ordinari, la cui unica caratteristica sia quella di voler tradurre la propria visione del mondo in realtà.

Sebbene negli ultimi anni le proposte di aumentare le aliquote fiscali abbiano goduto di una qualche fortuna presso gli ambienti politici più conservatori del nostro Paese, le analisi economiche ed alcune rilevanti esperienze storiche suggerirebbero che tali aumenti potrebbero rivelarsi inefficienti e distorcenti rispetto al panorama economico e produttivo. Suddette analisi mostrerebbero anche i costi che simili politiche fiscali nel lungo periodo avrebbero sul sistema assistenziale, previdenziale e sanitario, una volta ridotto drasticamente il gettito fiscale. Tassare i ricchi, emulare una volgarizzata etica di Robin Hood, non può essere considerata una scorciatoia per risolvere le urgenze dettate dal bisogno di far cassa; ed il Commissario europeo Almunia sembrerebbe essersene accorto.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here