Per fare cassa tassare i ricchi non serve a niente
01 Luglio 2007
È stato appena
varato il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria, un faticoso
percorso che a tratti ha assunto i connotati ludici di una sorta di gara a
“ruba bandiera” per strappare una tanto vaga quanto sempre meno rilevante
promessa di una maggiore quota di ricchezza nazionale per coloro i cui
interessi si intendono rappresentare e difendere politicamente. Nulla di grave,
non ci scandalizziamo, si è sempre fatto così e non, mutando la filosofia politica
dei governo e delle maggioranze, è probabile che non si possa fare altrimenti.
Ed è proprio qui il punto, nulla di nuovo sotto il sole, e questa volta se n’è
accorta persino l’Unione Europea, la quale avrebbe sonoramente bocciato il
documento, manifestando la più profonda preoccupazione per i conti pubblici.
Per questa
ragione, sosteniamo che in tale dinamica politica, diverse possono essere le
strategie di gioco. In definiva, esse dipendono in larga misura dalla
prospettiva economica (e più generale culturale) con la quale si osservano i
fenomeni sociali e, in particolare, si intende rendere ragione della causa e
della natura della ricchezza della nazione. È vasto il numero di coloro i quali
considerano la ricchezza un dato da distribuire prima ancora di essere creato. Sono
costoro che considerano la tassazione dei “ricchi” la più efficace ed “equa”
politica per lo sviluppo.
La ricetta è
sempre la stessa: aumentare l’aliquota marginale applicata sugli alti redditi.
I sostenitori affermano che, in tal modo, si genererà un significativo ritorno,
in termini di gettito, che potrà meglio essere utilizzato a favore di coloro
che hanno bassi redditi. Sebbene non manchino studi che sembrerebbero mostrare
come all’incremento delle aliquote marginali corrisponda un danno proprio per
coloro che si intendono aiutare.
I percettori di
alti redditi sono già caricati di un rilevante peso fiscale nella politica di
distribuzione del reddito nazionale. Per di più, sostiene Alan D. Viard – “resident
scholar” all’AEI di Washington –, non è da escludere che
l’eventuale aumento del gettito proveniente dall’innalzamento dell’aliquota
marginale possa produrre effetti distorcenti. Invero, attraverso la riduzione
complessiva dello stock di capitale si produce un danno anche per i percettori
di bassi redditi, rappresentando, di conseguenza, un costo per i lavoratori a
tutti i livelli.
Le analisi
economiche sulle politiche fiscali, normalmente, assumono due presupposti. In
primo luogo, si assume che i cosiddetti policymakers
giudichino 1 Euro a disposizione di un percettore di alti redditi di valore
inferiore rispetto allo stesso Euro a disposizione di persone che percepiscono
redditi bassi; per evidenti ragioni di utilità marginale decrescente. Tale
assunto spiega il motivo per cui si è tentati di elevare l’aliquota marginale
massima. In secondo luogo, si ritiene che gli individui possano modificare il
loro reddito imponibile a seconda degli incentivi. Si tratta di un presupposto ragionevole; evasione, elusione,
ma anche più onestamente e legittimamente ci si può orientare nella direzione
di una spesa fiscalmente deducibile, ovvero rinunciando a lavorare, preferendo
– a conti fatti – tempo libero, qualora un aumento del reddito si risolva in un
diseconomico innalzamento dell’aliquota fiscale.
A tal proposito un rilevante contributo
è stato offerto dai teorici della cosiddetta economia dell’offerta. Scrive I.
Kristol su “Commentari nel 1981: “Va detto che il termine stesso ‘economia
dell’offerta’ può essere fonte di un’iniziale confusione. Nasce in esplicito
contrasto con l’approccio keynesiano, il quale pone l’accento sull’esigenza che
il governo gestisca e manipoli – attraverso le politiche fiscali e monetarie –
la domanda aggregata al fine di mantenere la piena occupazione. L’economia
dell’offerta sostiene che il governo realmente non può fare ciò […]; se
all’impresa si consente di operare con il minimo di interferenza investirà e
innoverà, così come soddisferà la domanda di beni che produce”.
La tesi centrale
sostenuta dagli economisti dell’offerta è che la riduzione fiscale causi la
crescita economica, poiché il taglio delle tasse consente agli imprenditori di
investire il risparmio fiscale e di creare maggiore produttività, opportunità
di lavoro e profitti. Il che, paradossalmente, si tradurrebbe in un maggiore
gettito fiscale, sebbene l’aliquota sia inferiore.
I. Kristol aggredì il problema sul più
ampio versante culturale, evidenziando come “la crescita economica non fosse,
dopo tutto, un mistero della natura come lo sono i buchi neri nelle lontane
galassie. È una conseguenza di azioni volontarie poste in essere da persone
ordinarie”. L’economia dell’offerta per I. Kristol è un modo per esprimere in
ambito economico la capacità creativa presente in tutte le persone, soggetti
ordinari, la cui unica caratteristica sia quella di voler tradurre la propria
visione del mondo in realtà.
Sebbene negli
ultimi anni le proposte di aumentare le aliquote fiscali abbiano goduto di una
qualche fortuna presso gli ambienti politici più conservatori del nostro Paese,
le analisi economiche ed alcune rilevanti esperienze storiche suggerirebbero
che tali aumenti potrebbero rivelarsi inefficienti e distorcenti rispetto al
panorama economico e produttivo. Suddette analisi mostrerebbero anche i costi
che simili politiche fiscali nel lungo periodo avrebbero sul sistema
assistenziale, previdenziale e sanitario, una volta ridotto drasticamente il
gettito fiscale. Tassare i ricchi, emulare una volgarizzata
etica di Robin Hood, non può essere considerata una scorciatoia per risolvere
le urgenze dettate dal bisogno di far cassa; ed il Commissario europeo Almunia
sembrerebbe essersene accorto.
