Per fare le riforme ci servirebbe un De Gaulle italiano
25 Maggio 2009
Hanno fatto scalpore le parole di Berlusconi davanti alla platea di Confindustria. Il Presidente del Consiglio ha detto che il Parlamento così com’è è pletorico, e che gli organismi istituzionali pletorici finiscono col diventare inutili. Va da sé, infine, che se il Parlamento, depositario del potere legislativo, smarrisce la sua efficienza al punto da divenire inutile perché surrogato nelle sue funzioni da altri organismi, si produce un danno per il Paese.
Queste affermazioni, al limite criticabili perché ovvie e scontate, hanno invece suscitato scandalo presso le vestali del politicamente corretto, che dopo aver levato alti lai si sono comunque affrettate a contendersi la primogenitura del significato sostanziale delle parole del premier. Il copione non è nuovo. E il tema di fondo lo è ancor meno. Del tutto inedito – e meno male! – è il modo in cui Berlusconi ha scelto di affrontarlo, per evitare che il progetto di modernizzazione delle nostre istituzioni possa restare ancora una volta impastoiato fra i riti bizantini che finora hanno prodotto un nulla di fatto.
A un giornalista che nei giorni scorsi mi domandava se il discorso del Cavaliere non avesse rappresentato un’accelerazione eccessiva al punto da rischiare di bruciare il progetto di riforma, ho fatto notare che la modifica della seconda parte della Costituzione l’aspettiamo da trent’anni. Altro che accelerazione! Il problema vero è che decenni di parole, di progetti e di intraprese abortite hanno ricoperto il tema delle riforme istituzionali di una coltre stantia, al punto da trasformarlo nell’icona dell’impotenza della “casta” e della sua autoreferenzialità. E, lungo questa deriva, intere generazioni politiche si sono consumate le suole delle scarpe girando a vuoto fra convegni e conventicole, tra formule espresse in politichese e proclami tanto altisonanti quanto incomprensibili agli occhi di un’opinione pubblica ormai stancamente assuefatta all’eterno ritorno dell’identico.
Non c’è dubbio: il percorso di modernizzazione del Paese, se vuol essere portato a compimento, deve affrontare anche il passaggio ineludibile dell’ammodernamento delle istituzioni, che non significa solo riduzione del numero dei parlamentari ma anche ridefinizione dei poteri dell’esecutivo e razionalizzazione del processo legislativo. Non si tratta di fare un po’ di demagogia a buon mercato quanto di adeguare l’architettura istituzionale e la capacità di prendere decisioni ai ritmi di un mondo che gira sempre più velocemente.
Da qui deriva una scelta di fondo: o si affronta il capitolo delle riforme con piglio “gollista” sin dal linguaggio e dagli strumenti utilizzati, che devono essere in grado di coinvolgere i cittadini come parte attiva di questo progetto senza che ciò produca l’irragionevole levata di scudi di una classe politica fin qui ossessionata dalla deriva plebiscitaria, o è meglio che di questo argomento si sgombri definitivamente il campo.
Se si intende andare avanti, sui metodi si può discutere: esistono le petizioni, le leggi di iniziativa popolare e persino i referendum sui quali, però, c’e’ da mettersi veramente e definitivamente in gioco. Ma che il ponte levatoio debba essere abbassato, è bene chiarirlo fin da subito. In caso contrario, si abbia il coraggio di ammettere che il fossato è troppo alto, ci si arrocchi a viso aperto nell’esistente e si provi ad andare avanti. Fino a quando sarà possibile.
