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Per favore, qualcuno ci liberi del moralismo dei Rodotà

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In un articolo pubblicato qualche tempo fa sul ‘Corriere della Sera’, Riflettori accesi sul malcostume, Corrado Stajano tesse l’elogio dell’Elogio del moralismo, l’«aureo libretto» scritto da Stefano Rodotà (ed. Laterza) al fine «di rendere la politica degna delle sue responsabilità e i cittadini più consapevoli».
Rodotà, scrive il recensore, «è una delle mosche bianche, eterna minoranza nella nostra gelatinosa società nazionale che pensa soltanto ai propri affari puliti e sporchi». Poiché né il recensore, né il «giurista, professore emerito di Diritto civile alla Sapienza di Roma e più volte parlamentare» sono degli sprovveduti è difficile supporre che intendessero iscriversi a quel «partito delle persone oneste» ovvero a quell’Areopago di saggi che, nell’ironia sferzante di Benedetto Croce, è l’ideale che canta nei cuori di tutti gli imbecilli. Ma non si può neppure essere così ingenui da ridurre il ‘moralismo’ di Rodotà a una mera «attitudine critica da non abbandonare, una tensione continua verso la realtà».

Tale attitudine, infatti, a prenderla sul serio come merita, non nasce da precise ‘scelte di campo’, non essendo quella del giocatore ma quella dello spettatore, richiamato in una bellissima riflessione di Pitagora - ripresa da Cicerone - sul filosofo che va al mercato non per vendere o per comprare ma per osservare l’agire umano. L’«attitudine critica», per fare qualche esempio significativo, definiva lo stile di pensiero sia di un intellettuale di destra come Giuseppe Prezzolini, sia di un fustigatore di sinistra del malcostume nazionale, come Ernesto Rossi : entrambi, indipendentemente dalle loro mutevoli posizioni politiche, più che alla razza dei lottatori, appartenevano a quella degli osservatori partecipi e appassionati del teatro della politica -  sicché non meraviglia che il Presidente Sandro Pertini, nel 1982, avesse sentito il dovere di onorare il fondatore della ‘Voce’, attribuendogli il premio Penna d’oro, e di ringraziarlo per il suo impegno civile e anticonformista (onestamente, Rodotà e Stajano lo avrebbero fatto?).

«Forse per ragioni storiche, forse per il carattere degli italiani, scrive Stajano, il moralismo è considerato una bestemmia, un nemico, un intralcio da rimuovere. Meglio gli occhi bendati». Personalmente, non amo il termine ‘moralismo’: come tutti gli ismi denota, nel migliore dei casi, un «eccesso», un’amplificazione retorica, una overdose di cibi salutari ma, nel peggiore, l’astuzia delle barbe finte o dei falsi profeti che indossano candide vesti per legittimare le azioni più nefande. E capisco come il moralismo andasse assai poco a genio a un grande e generoso censore dei vizi politici nazionali come Gaetano Salvemini, che negli pseudo-moralisti vedeva la vera piaga del bel paese. A un titolo come Elogio del moralismo, pertanto,ne avrei preferito uno più serio e più sobrio come Elogio dell’etica politica ma mi rendo conto che sarebbe stato meno incisivo e avrebbe fatto vendere meno copie all’editore. D’altra parte, il titolo da me preferito non avrebbe soddisfatto l’amor proprio dell’autore che, rivendicando il suo ‘moralismo’ ha inteso sdoganare (ma solo pro domo sua) un termine usato, et pour cause, in un’accezione negativa ma, soprattutto, dare una scudisciata non tanto alla ‘destra berlusconiana’ (sentina di tutti i vizi e nuova autobiografia della nazione) quanto alla sinistra prudente e realistica, tentata dal riformismo e dal dialogo con chi pur rappresenta la metà degli elettori italiani. Anche se un po’ avanti con gli anni, Rodotà intende restare l’enfant terribile dello schieramento progressista, un personaggio scomodo con cui bisogna fare i conti, un grillo parlante sempre al lavoro: a ognuno le sue gratificazioni!

Quello che, invece, va rilevato con forza è che il «moralismo»  - di Rodotà e di altri che non osano, a differenza di lui, farne l’elogio - è la cartina di tornasole del vero peccato d’origine della political culture italiana: la mancata ‘secolarizzazione’ ovvero la rinuncia a considerare ‘valori’ i nostri interessi (di parte, di ceto, di classe, di partito etc.) e ‘interessi’, egoistici il va sans dire, le richieste che provengono dai nostri avversari. In altre parole, la secolarizzazione è la presa di consapevolezza che, per dirla con Bernard Crick, «stiamo tutti sul mercato»,e che, per citare questa volta quanto scrive il segretario fiorentino,nel primo capitolo dei Discorsi sulla deca di Tito Livio,« sanno rarissime volte gli uomini essere al tutto cattivi o al tutto buoni» : tra le esigue minoranze poste ai margini delle due polarità, si distende l’immensa zona grigia di uomini né del tutto retti né del tutto disonesti e che sono tenuti a freno dalle istituzioni e dalle tradizioni. La versione liberale della secolarizzazione, in particolare, è la volontà di tener separate l’etica e la politica, l’economia e il diritto, la scienza e la religione in quanto sfere distinte e imprescindibili, caratterizzate da codici e da logiche che non sempre si lasciano raccordare.

Il più grande pensatore politico del 900, Max Weber, in una delle sue pagine più ispirate scriveva: «Chi voglia occuparsi di politica in generale, ma specialmente il politico di professione, deve essere consapevole di quei paradossi etici e della propria responsabilità di fronte a ciò che egli può diventare per effetto di quelli. Egli entra in relazione, ripeto, con le potenze diaboliche che stanno in agguato dietro ogni violenza. I grandi modelli di carità e di bontà, siano essi nati a Nazareth o ad Assisi o nei palazzi reali indiani, non si sono serviti del mezzo politico della violenza, il loro regno ‘non era di questo mondo’ eppure essi hanno operato e operano in questo mondo, e le figure di Platon Karataev e dei santi dostoevskiani sono pur sempre le immagini che meglio si adeguano a quei modelli./ Chi anela alla salute della propria anima e alla salvezza di quelle altrui, non le cerca attraverso la politica, la quale si propone compiti del tutto diversi e tali che possono esser risolti soltanto con la violenza. Il genio o il demone della politica e il dio dell’amore - anche il Dio cristiano nella sua forma ecclesiastica - vivono in un intimo reciproco contrasto che può a ogni momento erompere in un conflitto insanabile».

Chi fa politica, insomma, «si sporca le mani», come se le sporcò persino il cittadino Thomas Paine - al quale Maurizio Griffo ha dedicato di recente una corposa monografia edita da Rubbettino,,Thomas Paine. La vita e il pensiero politico - che nella Francia giacobina, venne, anche lui, a patto con le ‘potenze diaboliche’, nella speranza di portare la rivoluzione in Inghilterra e non disdegnò, per questo fine, ad accostarsi a Georges Danton, ministro di Giustizia al tempo dei ‘massacri di settembre’. Chi «serve una causa», e lo fa in modo serio e professionale, mettendo da parte le marmellate buoniste, illumina ,con la luce della sua intelligenza, gli aspetti della realtà che possono essergli più utili o, come si suol dire volgarmente, ‘fargli più comodo’: i fatti che porta a conoscenza dei suoi lettori - quando non si tratta di pure invenzioni -  non sono scelti a caso ma per la loro capacità a trasmutarsi in strumenti di offesa. Nell’arena politica, ognuno fa il suo mestiere: ‘La Repubblica’ e ‘Il fatto quotidiano’ tolgono il velo alle malefatte (vere o presunte) del Cavalier Silvio Berlusconi e ‘Il Giornale’ e ‘Libero’ ci dicono cosa si ripromettono (di lecito o di o di men lecito) gli amici di Rupert Murdoch e dell’Ing. Carlo De Benedetti. Ce n’è per tutti, giacché da anni, in Italia, il vento della corruzione spira in ogni luogo ed è ben per questo che accaparrarsi il monopolio delle scope - prima che dei leghisti dissidenti, il nobile strumento delle massaie fu l’emblema del presidente del Brasile Jânio Quadros - significa avere in corpo le metastasi della ‘mens totalitaria’.

A scanso di equivoci, la corruzione - fisiologica in tutte le democrazie ma, in fondo, annidata in tutte le forme di governo - nel nostro paese ha realmente assunto dimensioni smisurate. C’è chi l’attribuisce alla mancata riforma protestante; c’è chi la collega ai perversi rapporti tra politica ed economia in uno stato in cui la mano pubblica, direttamente o indirettamente, controlla l’80% dell’apparato produttivo e ne decide il destino più del mercato; c’è chi se la prende col Risorgimento interrotto e chi con la Resistenza tradita:il fatto è che i suoi costi sono un lusso che la crisi ha reso non da oggi insostenibili. Ben venga, quindi, chi combatte il malaffare, le collusioni dello Stato con la camorra, le rendite di posizione, i privilegi della classe politica e della società civile. Rodotà, com’è noto, si distingue in queste battaglie e per questo dovremmo essergliene grati ma l’impegno civile suo e dei suoi compagni di cordata sarebbe tanto più credibile se i ‘moralisti’:

- nel denunciare collusi e corrotti appartenenti alla propria area ideologico-culturale, mostrassero la stessa implacabile determinazione con la quale denunciano colpe e reati degli avversari: nessuno, ovviamente, pretende l’autolesionismo ma chi è disposto a chiudere un occhio sui «suoi» (e lo si può capire: rimanendo a Roma, ad es., quer pasticciaccio brutto dell’Ara pacis avrebbe dovuto indurre le procure ad aprire un’inchiesta e gli intellettuali militanti a redigere uno dei loro tanti‘manifesti’ di protesta ma questo avrebbe diviso e indebolito il fronte neo-antifascista e antiberlusconiano) non può fare due parti in commedia, il giocatore e l’arbitro;

- nei loro j’accuse non avessero quell’aria di ‘superiorità’, che dovrebbe distinguerli dalla ‘massa damnationis’ costituita dagli italiani medi, ignoranti e irresponsabili, qualunquisti e populisti, e autorizzarli a indossare abiti cincinnateschi francamente fuori luogo (Cincinnato era un modesto agricoltore, non un facoltoso contribuente legato all’establishment politico-accademico e alloggiato in abitazioni principesche nei quartieri lussuosi della capitale: la ricchezza non è un peccato ma il ricco che si fa carico dei problemi dei poveri non ha il diritto di criminalizzare, forse per rendersi più credibile, quanti hanno idee diverse dalle sue sui modi di far fronte alla ‘questione sociale’);

- fossero in grado di spiegare come mai le denunce della ‘casta’, che hanno reso ricchi e famosi giornalisti come Stella e Rizzo, passarono inosservate quando furono avanzate anni fa (quasi negli stessi termini) da Raffaele Costa in un pamphlet che finì molto presto tra i remainder. Non dipenderà, per caso, da un filtro ideologico, che si potrebbe anche comprendere e giustificare nei gladiatori che combattono nell’arena, ma che rende poco credibile la pretesa degli «indignati a tempo»di far parte di una superiore razza dello spirito?

‘Collaborino’, pure i chierici e prestino la loro opera alla pars politica a essi più congeniale ma sarebbe sommamente auspicabile, per non far degenerare la competizione per il potere in guerra civile, che rinunciassero a far benedire le loro bandiere dal Dio degli eserciti e dalla dea della Giustizia e acquisissero una minima capacità di distacco autocritico assieme, perché no?, a un discreto senso della ‘leggerezza dell’essere’.

Che Rodotà voglia costituzionalizzare i ‘diritti sociali’, che metta in guardia dalla ‘tirannia della maggioranza’citando Mill e Tocqueville (ma a sproposito, come ho mostrato in un recente saggio, Tocqueville e gli usi politici della tirannia della maggioranza, ‘Nuova Rivista Storica’ a. XCIV - Maggio/Agosto 2010), che si richiami a una concezione esigente della democrazia, che insorga in difesa della Corte Costituzionale e della Presidenza della Repubblica quando vengono attaccate, che difenda una concezione laica della bioetica, è del tutto legittimo e, almeno in qualche caso, anche i suoi avversari ideologici dovrebbero essergli grati per aver richiamato l’attenzione su certe battaglie moderne e civili Ma questo non implica certo sottoscrivere la sua tesi che quanti vogliono modificare la Costituzione, in un senso o nell’altro, siano ispirati da «non nobili interessi privati». Tra gli attenti lettori ed estimatori di Giuseppe Maranini, ce ne sono molti - ad es. un prestigioso politologo liberale come Angelo Panebianco -  che ritengono necessaria una profonda revisione della divisione dei poteri contenuta nella nostra Magna Carta, in direzione di un rafforzamento dell’esecutivo: sono individui biechi, cattivi cittadini e pessimi democratici, per i quali si dovrebbe,quasi quasi, pensare all’interdizione dai pubblici uffici e alla revoca del diritto di voto?

Ci sono filosofi e scienziati politici poco disposti a considerare l’eguaglianza e la libertà valori non conflittuali: per loro la libertà, che è anche libertà di associazione, potrebbe essere compatibile con l’eguaglianza più di quanto l’eguaglianza, posta al vertice della gerarchia dei valori, potrebbe essere compatibile con la libertà. Non si può escludere che siano in errore - ed è questo dubbio salutare che legittima la democrazia: il confronto e il voto sarebbero incomprensibili se a scontrarsi non fossero ‘opinioni’,la ‘doxa’ dei Greci, differenti ma verità contro errori - ma, per il fatto che non ci si trovi d’accordo con le loro tesi, sono da considerare nemici della Repubblica nata dall’antifascismo e dalla Resistenza? Rispondendo, senza nominarlo, a Gianfranco Pasquino - curatore dell’interessante numero di ‘Paradoxa’ del gennaio-marzo 2012, Liberali davvero - che lo aveva criticato per la sua (presunta) infedeltà ai principi del liberalismo classico, Piero Ostellino, nella sua rubrica del ‘Corriere della Sera’ - ‘Il dubbio’ - ,ha fatto rilevare che, per un liberale, la scelta tra welfarismo socialdemocratico ed economia aperta di mercato è una scelta tutta ‘terrena’ riferita a esperienze reali e documentabili non alla divisione del mondo tra Agramante e Carlo Magno, tra le schiere celesti e le legioni di Satanasso. E’ lecito smarcarsi dal ‘socialismo liberale’ - pur meritevole di profondo rispetto per la sua duplice opposizione altotalitarismo fascista ea quello comunista - e condividere le tesi di Ostellino, seguace di Luigi Einaudi e non di Riccardo Lombardi, senza diventare cittadini sospetti sui quali farebbero bene le Procure a indagare?

In realtà, non si può far finta di non vedere che, specialmente nell’Italia dei nostri giorni, il conflitto sociale e culturale non riguarda il giudizio sul «male» ma il giudizio sul «peggio». Anche molti elettori del centro-destra (che non leggono ‘Il Giornale’ e ‘Libero’ma il ‘Corriere della Sera’ e ‘La Stampa’) non amavano un premier come Berlusconi, così disinvolto nella sua vita privata e nell’elargizione di seggi consiliari e parlamentari a donne e uomini impresentabili, ma ritenevano (ancora una volta, è doveroso aggiungere:«forse sbagliando») ben più inquietanti e pericolosi altri fenomeni della vita nazionale, sui quali Rodotà e Stajano, sarebbero stati probabilmente meno propensi a puntare i riflettori. Cito per tutti l’irresponsabilità totale della magistratura italiana che - per rievocare un lutto che gli autentici liberali non hanno ancora ‘elaborato’ - non ha fatto subire alcun intralcio di carriera al giudice che, oggettivamente, con la sua sentenza, segnò l’esistenza di Enzo Tortora, condannato alla morte civile di una carcerazione assurda e a una somatizzazione del trauma che finì per costargli la vita.

In Italia, soleva dire il mai abbastanza compianto Gaetano Salvemini, la legge si applica ai nemici e si interpreta per gli amici: il timore è che tale costume di casa riguardi non solo il diritto ma anche l’etica e la politica. Forse, a riportare quest’ultima sui suoi binari terreni (‘la feccia di Romolo’) potrebbero servire la rinuncia, da parte di quanti frequentano il mercato del potere, a ritenersi dotati, rispetto agli avversari, di un ‘supplemento d’anima’ - in quanto fautori della ‘moralizzazione della politica’ - e, soprattutto, la rassegnazione a scendere dal piedistallo. Si diceva di Saint-Just che portava la sua testa come un tabernacolo: ci sono intellettuali ‘integerrimi’che amano indossare i panni severi del giacobino ‘arcangelo della morte’ ma ignorano la non piccola differenza che passa tra la tragedia e la farsa.

 

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