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Dopo il danno...

Per gli imprenditori arriva la beffa: in caso di contagio pagano loro

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Quando domenica scorsa il premier Conte, con voce suadente – e con tanto di “r” arrotate – ha sciorinato i punti della famigerata Fase 2, l’Italia intera era incollata alla tv o allo smartphone per cercare di capirci qualcosa. Al termine della conferenza, tra una chat e una telefonata, la cosa che quasi tutti avevano capito è che non si era capito nulla! A poche ore dal fatidico 4 maggio, mentre il governo litiga con comuni e regioni per come gestire le riaperture, chi crede che quella parte di Italia che può ripartire sia stata messa nelle condizioni di farlo, si sbaglia di grosso. E a dirlo non siamo noi, ma chi deve rimettere in moto le macchine, ovvero imprenditori e  commercianti.

Il “problema dei problemi” – manco a dirlo – è la liquidità. Le casse delle aziende piangono. Chi riapre deve sostenere non solo i costi di gestione (bollette, affitti, personale…) ma anche quelli strettamente legati alla riapertura, come la pulizia e la sanificazione dei locali, l’adeguamento delle strutture alle misure anticontagio (plexiglass e robe del genere), giusto per fare qualche esempio. Tutte misure obbligatorie perché previste dal protocollo sottoscritto il 24 aprile 2020 fra il Governo e le parti sociali. Conte e Gualtieri hanno annunciato sin da subito a suon di fanfare che le aziende sarebbero state aiutate in termini di liquidità. Con il passare dei giorni però, si è capito che i soldi promessi non sarebbero arrivati subito (e non si sa se arriveranno!). Tanto che imprenditori e commercianti hanno iniziato a far sentire la loro voce. 

Se questo è il danno (e scusate se è poco), puntuale è arrivata anche la beffa. Al “problema dei problemi” dobbiamo aggiungere, purtroppo anche la “chicca delle chicche”. Tra le pieghe del decreto CuraItalia, l’articolo 42 prevede infatti che i contagi da COVID-19 vengano gestiti dall’INAIL alla pari degli infortuni sul lavoro e non vengano invece parificati ad una malattia, che verrebbe invece presa in carico dall’INPS. Questo significa che in capo al datore di lavoro grava anche una responsabilità penale per i reati di lesioni (art. 590 c.p.) e omicidio colposo (art. 589 c.p.), aggravati dalla violazione delle norme antinfortunistiche, laddove non abbia adottato le misure necessarie a prevenire il rischio di contagio, cagionando così la malattia o morte del lavoratore. L’Inail, dal canto suo, con la circolare n.13/2020 ha fatto sapere che la copertura assicurativa è riconosciuta al lavoratore a condizione che la malattia sia stata contratta durante l’attività lavorativa e che l’onere della prova è a carico dell’assicurato. Tradotto: se viene provato che il dipendete abbia contratto il virus “in occasione di lavoro”, come specificato dall’art.42 del CuraItalia, il datore ne risponde penalmente. In pratica, sarà costretto, con ogni probabilità, a chiudere bottega.

E qui viene il bello: come si fa a stabilire il momento esatto in cui il dipendente abbia contratto il virus? Sappiamo tutti che la comunità scientifica sulle modalità di propagazione del virus ritiene per ora impossibile l’identificazione del momento in cui viene contratta la malattia. Ragion per cui è altrettanto impossibile stabilire con esattezza il luogo e la persona responsabile del contagio. In più, come leggiamo sul sito del ministero della salute, se ci considera anche che “il periodo di tempo che intercorre fra il contagio e lo sviluppo dei sintomi clinici varia fra 2 e 11 giorni, fino ad un massimo di 14 giorni”, senza contare gli asintomatici (www.salute.gov.it – FAQ Covid-19), le cose si complicano ancora di più. Potrebbe averlo contratto ovunque!

Ma non è tutto. Se la norma poteva avere una ragione, sia pur contorta, per i lavori che si svolgono al chiuso, per le attività all’aperto la logica lascia spazio al ridicolo. Prendiamo ad esempio le attività ricettive e balneari. Da una prima lettura di vademecum e disciplinari che iniziano a girare tra le associazioni di categoria, sembra proprio che se un turista nel corso della sua permanenza dovesse risultare positivo al Covid19, il gestore dell’attività sarebbe responsabile della sicurezza non solo del contagiato ma anche degli altri ospiti. Ciò significa che il gestore sarebbe esposto non solo penalmente ma anche e soprattutto sul piano economico: la procedura, in caso di positività al Covid, prevede la messa in quarantena della struttura. Tradotto: chiudere baracca e burattini. Definitivamente, però. 

 Ora, in tutta onestà, chi riuscirebbe a dormire sonni tranquilli con una responsabilità sul groppone così pesante e dalle variabili altrettanto aleatorie come quella prevista dal CuraItalia? Capite bene che non è un problema (solo) di mera disquisizione giuridica! Questa norma rischia seriamente di ingessare le riaperture e, di conseguenza, l’intero Paese. Tanto che sul caso il senatore Gaetano Quagliariello ha presentato una interrogazione al Ministro del lavoro e politiche sociali, Patuanelli, per chiedere, in sostanza, di intervenire urgentemente al fine di “sgravare il datore di lavoro da responsabilità non attribuibili su base scientifica”, previa, ovviamente, “certificazione da parte del medico del lavoro dell’avvenuta applicazione delle procedure di sicurezza e prevenzione sui luoghi di lavoro”. 

A scanso di equivoci, non stiamo certo sostenendo che i datori di lavoro non debbano mettere in sicurezza i loro locali. Tutt’altro. Ed è chiaro che i sindacati si siano battuti per salvaguardare in primis la salute del lavoratore. Sacrosanta, per carità! Bisogna però considerare che la pandemia non conosce classi sociali. Ha colpito tutti. Anche i datori di lavoro. E, ora come ora, dopo aver bloccato il Paese per frenare l’avanzata del Coronavirus, non possiamo fermarlo di nuovo impedendo ai settori produttivi di rimettere in moto le macchine. Anche perché, se si ferma la produzione, la Grecia è dietro l’angolo. E, in quel caso, siamo a rischio tutti: privati e pubblici. Chi ha orecchi, intenda. 

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