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Per gli scienziati Onu il futuro è nelle rinnovabili

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I mutamenti climatici sono il tema della Conferenza intergovernativa che si è aperta a Bangkok (Thailandia), lunedì 30 aprile. Proposito del summit è mettere a punto gli ultimi dettagli di una indagine internazionale sul cambiamento climatico condotta dagli scienziati del Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici dell’Onu e presentare la terza parte del rapporto sul Clima 2007, dopo gli incontri di febbraio a Parigi e di aprile a Bruxelles. 

Secondo gli scienziati dell’Onu, per dimezzare entro il 2050 le emissioni di gas serra e ridurre la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera, bisogna puntare sulle energie rinnovabili e sulle case ecologiche. Dall’indagine dell’Ipcc, emerge che gli oltre 2.800 miliardi di euro che servirebbero entro quella data per ridurre il surriscaldamento del globo terrestre sono poca cosa rispetto ai danni che gli esseri umani e l’ambiente subirebbero se non si facesse nulla. Tanto infatti peserebbero sull’economia globale i cambiamenti climatici, attraverso provvedimenti legislativi e politiche di intervento consigliate dagli stessi esperti: dalle tasse sui carburanti e veicoli inquinanti alle restrizioni in materia ambientale. Saranno i governi a decidere come e quanto spendere. Oltretutto gli obiettivi annunciati in passato dai governi, dai capi di Stato, vengono continuamente ridefiniti e rimodellati sulla base delle circostanze nazionali, e al tempo stesso l’incomprensione tra i vari paesi fa si che il protocollo di Kioto sui gas serra fatica ad essere applicato: gli Stati Uniti (il più grande produttore al mondo di gas serra) e l’Australia hanno deciso di non aderire.

Riscaldamento globale, inquinamento, sovrappopolazione, distruzione di risorse non rinnovabili, perdita sempre più veloce della biodiversità: il quadro fornito dagli esperti delle Nazioni Unite ci descrive un depauperamento del territorio che non concede molte speranze. La capacità della terra di mantenere la nostra specie sta raggiungendo il limite; le conseguenze sarebbero molto pesanti, ricordano gli scienziati dell’Onu, se non ci fermassimo a un passo dal baratro. Oggi, a livello globale, produciamo 26 miliardi di tonnellate annue di gas serra, una quantità in continuo aumento. Dimezzare le emissione entro il 2050, non vuol dire evitare ogni problema, ma ciò non comporterebbe un aumento della temperatura valutabile in 3 gradi. Diversamente, le conseguenze sarebbero molto pesanti: nel mondo tra uno e quattro miliardi di persone sarebbero costretti a convivere con la penuria di acqua; cambierebbe il ritmo dei monsoni; potrebbe rallentare o fermarsi la corrente del Golfo mutando drasticamente il clima dell’Europa atlantica; aumenterebbe la desertificazione. Negli ultimi 50 anni le risorse idriche del pianeta si sono ridotte di tue terzi, e parallelamente è aumentata la superficie di terra improduttiva. La desertificazione interessa due terzi del continente africano, il 30% degli Stati Uniti, un quarto dell’America latina, un quinto della Spagna. Tra le acque interne, il mare d’Aral (situato alla frontiera tra l’Uzbekistan e il Kazakistan) e il lago Ciad (Africa centrale) sono già prosciugati per metà. Si calcola che il 30% delle terre emerse sia irreversibilmente inaridito. I 250 milioni di persone che oggi fanno i conti con la desertificazione diventeranno 1 miliardo entro il 2025.

Nell’analisi, gli esperti propongono un quadro di rimedi “efficaci”, consumi diversi, e soprattutto chiedono un consenso convinto, cautela e un passo indietro nell’utilizzo delle risorse disponibili, incentivando tutte quelle soluzioni tecnologiche, organizzative e urbanistiche che offre il mercato dell’innovazione. Perché in linea generale, secondo le stime dell’Onu, l’inquinamento è si un problema mondiale affrontato negli accordi di Kyoto, tuttavia si alimenta anche con i comportamenti della gente, con “stili di vita” e “modelli di produzione e consumo”, improntati al rispetto dell’ambiente e al progresso sostenibile. “Pensare globalmente e agire localmente”, dicono i tecnici, e il contributo che localmente si può dare sono i comportamenti quotidiani dei singoli cittadini che potrebbero ridurre alla metà o a un terzo le emissioni inquinanti. Il locale al quale qui si fa riferimento sono in aggiunta agli impianti industriali e a quelli produttori di energia: le città. La popolazione umana ha rallentato la sua crescita, ma siamo 6,5 miliardi di abitanti, è la metà che abitano la Terra è inurbata, le città costituiscono le maggiori “fabbriche” di inquinamento.

Siamo troppi e invece di risparmiare, secondo le stime Onu, consumiamo il doppio dell’energia del 1970 e il consumo crescerà di un altro 60% entro il 2020. Bisogna chiedersi cosa accadrà in assenza di interventi che modifichino le abitudini e le tendenze, se verosimilmente la popolazione terrestre aumenterà entro la fine di questo secolo, se la corsa verso le città procederà senza soluzioni di continuità. In sintesi, si deve far fronte ai grossi problemi dello smaltimento dei rifiuti; della climatizzazione artificiale degli ambienti; della riutilizzazione dei rifiuti come materie prime; della circolazione urbana (tra i maggiori responsabili di inquinamento atmosferico), con maggiore utilizzo del trasporto pubblico e su ferro; sostituzione di olio combustibile e metano con impianti alimentati dall’energia solare o all’eolica, l’energia più efficace perché sfrutta il vento (l’aria è ovunque, di giorno e di notte), e così via.

Il rapporto delle Nazioni Unite suggerisce di sfatare pregiudizi e adottare un comportamento più ecologico. Non si tratta di semplici priorità ambientalistiche, esse sono di cruciale importanza per il futuro dell’umanità. Dagli studi risulta che la terra è malata e la malattia è l’uomo, colui che dovrebbe esserne il medico e la cura. Una vera e propria emergenza che non ha trovato adeguata risposta a livello politico.

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