Per i cattolici una laicità “benintesa” non si separa mai dalla sfera morale

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Per i cattolici una laicità “benintesa” non si separa mai dalla sfera morale

Per i cattolici una laicità “benintesa” non si separa mai dalla sfera morale

28 Marzo 2010

Benedetto XVI non smette mai di stupire. Anche nel discorso annuale alla Curia Romana, in occasione della presentazione degli auguri natalizi, non ha deluso le attese e, prendendo spunto dai suoi tre viaggi in Africa Terra Santa e nella repubblica Ceca ha parlato del “Cortile dei Gentili”. Tale Cortile era lo spazio del tempio ove avevano accesso tutti i popoli, e non solo gli Israeliti, per pregare il Dio a loro ancora sconosciuto, anche se non potevano accedere all’interno del Tempio e celebrare pienamente il Mistero.

Il Santo Padre manifesta l’esigenza che anche oggi si creino dei “Cortili dei Gentili”, per permettere a costoro di avvicinare Dio “almeno come sconosciuto”. Il papa si rivolge operativamente ai cattolici che desiderano collaborare alla missione di far conoscere il Vangelo affinché “l’uomo non abbandoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza”. La Chiesa esiste per questo.

La proposta delinea orizzonti molto vasti di azioni e di dialogo con in non credenti; dalla questione di Dio, infatti, deriva quella morale:«vedete, io vi ho insegnato leggi e norme come il Signore mio Dio mi ha ordinato, perché le mettiate in pratica nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso. Le osserverete dunque e le metterete in pratica perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli» (Deuteronomio 4,5). Potremmo dire cioè “quella sarà la vostra identità dinanzi agli altri”.

Questa dichiarazione di Mosè al popolo d’Israele dovrebbe essere meditata dai politici cattolici che ritenessero di prescindere dalla loro identità in nome del superamento dello steccato con i laici per stare uniti in un medesimo partito. Se partito viene da parte, come potrebbero in esso stare insieme due parti differenti e contrapposte e continuare a ritenere di essere una sola? Solitamente si risponde: in nome della laicità. Bene, quale laicità? Per la dottrina morale cattolica la laicità è autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica, ma non da quella morale (cfr. nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, n. 6).

Questa è la “laicità benintesa”, come ha spesso richiamato Benedetto XVI, altrimenti è malintesa e fraintesa come “pluralismo in chiave di relativismo morale”, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono “negoziabili” (ibidem, 3). Non a casa si sono moltiplicati in più ambiti sociali le richieste di “codici etici”: non sono che il rientro dalla finestra, purtroppo in modo caricaturale, del Decalogo del Sinai messo fuori dalla porta. Ritorna in forma decentrata l’etica dello Stato di hegeliana memoria che sostituì quella di Dio e si divinizzò nelle forme statuali naziste e comuniste.

Su tutto questo vorremmo meditassero quei cattolici così pronti in modo irenico e ideologico a promuovere sul valore della pace e su quello della pena di morte meeting e moratorie con chiunque, ma riottosi ad unirsi con gli stessi fratelli di fede per “osservare e mettere in pratica nel paese” almeno l’etica del Sinai se non quella della Montagna. Non dovrebbero dare testimonianza a questa come la radice di una nazione quale l’Italia e di un continente quale l’Europa? Una concordia per un valore, per la pace costruita dall’uomo è opera dell’Anticristo, come prevedeva Solov’ev all’inizio del secolo scorso.

Il significato profondo dell’essere cristiani, oggi come sempre, è un binomio imprescindibile: la ricerca dell’unità tra i credenti in Cristo – “perché tutti siano uno” – e la missione, l’evangelizzazione come elemento irrinunciabile del vivere cristiano, come adempimento del mandato di Cristo. Evangelizzazione oggi, più che mai vitale in Europa, scossa da una crisi di fede senza eguali nella storia. Qui continua il discorso di Mosè: “i quali (i popoli) udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente. Infatti qual grande Nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore Nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? (Dt 4,8). Altro che lasciare fuori o mettere dentro la competizione politica i valori etici, o costruire ponti tra cattolici e laici! Ad una presenza in una visibile unità, soltanto a questa sono chiamati i cattolici.

Il “cortile dei Gentili” di Gerusalemme vide Cristo cacciare i mercanti, questi impedivano appunto di pregare l’unico Dio. Oggi, i mercanti son quelli che fanno il discorso sui valori, sostituendo quello su Dio: “valori” scelti a giorni alterni, quale rimedio della deriva etica della società da parte dei moralisti laici,a cui non mancano alcuni reggicoda cattolici.

Remì Brague, professore di filosofia araba alla Sorbona, ebbe a rilasciare una intervista ("Brague: ai valori preferisco i beni", Avvenire, 13 dicembre 2007) in cui tra l’altro afferma: «mi disturba il fatto di parlare di valori che si stia facendo da alcuni anni in ambito cattolico. Ovviamente i contenuti di questi valori non li metto in discussione, ma noto una certa ingenuità nell’impiego di questo termine che è di moda, ma è stato usato anche, ad esempio, da Nietzsche, che non era propriamente un buon cattolico. Propongo allora un piccolo esercizio: sostituire al termine “valori” il termine “beni”, al plurale. Il valore esiste nella misura in cui lo attribuiamo ad una determinata cosa, dunque è soggettivo. Nietzsche, in Così parlò Zaratustra, analizza questo problema e dice che l’atto con cui diamo importanza della cosa che acquista valore grazie all’atto. A questo i cattolici devono stare attenti. I beni invece sono oggettivi, concreti, rispondono a dei bisogni e sono condivisibili. Nel cristianesimo non c’è nulla che sia buono solo per i cristiani».

A tale oggettività, l’enciclica Spe salvi richiama i cristiani, tentati come sono dal soggettivismo e dal relativismo, per dimostrare la necessità dell’annuncio evangelico. Gesù è venuto semplicemente a rivelare all’uomo la verità del suo essere uomo: l’essere Figlio di Dio che è Padre, il sommo bene. Non vi sembra che ciò sia proponibile a chiunque? Certamente il Signore non si è preoccupato di analizzare le sfide – come oggi si ama dire – del mondo pagano, ma che l’uomo fosse liberato dalla soggezione del maligno. Altrettanto la Chiesa in Europa – come in altri continenti – non sarà preoccupata della secolarizzazione ma che l’uomo si perda dietro i nuovi idoli. Per contrastare ciò non serve l’analisi sociologica ma la potenza del Vangelo, capace di fugare satana e di salvare ogni uomo (cfr Rm, 1,16).

I cristiani devono come San Paolo essere consapevoli che la Parola si è fatta carne e contiene la pienezza della divinità, in grado di salvare e guarire ogni uomo che si converte. Allora un po’ più di energie e risorse economiche impiegate da parte di organizzazioni cattoliche per i valori, nei simposi su pace e violenza, non meriterebbero d’essere investite sulla diffusione del vangelo? Esiste già un Decalogo trasmesso su di un monte più di tremila anni fa, che Gesù Cristo non ha mutato di una virgola se non per portarlo a compimento.

Dinanzi ai timori di strumentalizzazioni dei temi etici da parte dei politica, sovviene un pensiero di John Henry Newman, noto per la libertà interiore: “una delle caratteristiche di certo pensiero mondano è che la religiosità, la spiritualità e la cultura sono cose sempre pure e buone. Mentre la politica è una cosa cattiva. Invece i cattolici, con molto più realismo, riconoscono che, poiché l’uomo è ferito dal peccato originale, ogni attività umana rischia sempre di corrompersi e di non produrre effetti negativi…la Chiesa è stata strutturata al fine specifico di occuparsi o (come direbbero i non credenti) di immischiarsi nel mondo. I membri di essa non fanno altro che il proprio dovere quando si associano tra di loro, e quando tale coesione interna viene usata per combattere all’esterno lo spirito del male, alle corti dei re o fra le varie moltitudini” (Gli Ariani nel IV secolo).