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Dopo la rotta di Mubarak

Per il loro colpo di stato, i generali hanno scelto il modello turco

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I generali egiziani hanno concluso ieri un colpo di stato alla turca. Hanno costretto Hosni Mubaraka cedere, gli hanno tolto il ruolo di baricentro della transizione, hanno consegnato a Piazza Tahrir una straordinaria vittoria politica e hanno preso in prima persona il controllo pieno dello stato. E’ un golpe che ricorda da vicino quello compiuto ad Ankara dal generale Evren il 12 settembre 1980, perché anche questa iniziativa “democratica” del Consiglio supremo della Difesa si sviluppa sull’incapacità delle forze politiche di gestire la crisi.

A fronte della straordinaria pressione della rivolta popolare al Cairo e in tutto il paese, nessun partito, nessun coordinamento delle opposizioni, nessun leader ha dimostrato di avere il consenso e la strategia che servono per guidare la protesta contro il regime e la fase politica della transizione. Soltanto i generali dello stato maggiore – tutti, peraltro, ampiamente compromessi con il regime di Mubarak – hanno mostrato dfi avere la forza e anche la capacità politica di indirizzare in positivo la forza d’urto del movimento popolare.

I prossimi giorni diranno se questa manovra è stata pilotata dall’uomo di fiducia di Mubarak, il suo vice Omar Suleiman, che ha guidato per anni i servizi segreti ed è considerato un buon vicino anche dal governo di Israele, o se i generali sono riusciti a isolare anche lui.

Le migliaia di persone che ancora occupano piazza Tahrir dovranno dunque tenere in considerazione questo dato di fatto: le prossime elezioni presidenziali saranno organizzate attraverso profonde riforme costituzionali, che saranno pilotate e decise da un governo saldamente controllato dai generali. I principali partiti politici (al Ghad, Kifaya, al Wafd e i Fratelli musulmani), così come il marginale El Baradei, dovranno fare i conti con i piani, le strategie e anche le soluzioni che i militari metteranno su un tavolo di cui controllano il banco.

Non è un caso che questo golpe attuato per favorire gli sviluppi democratici – com’è indubbiamente avvenuto in Turchi nel 1980 – sia nato fra generali che hanno legami strettissimi con gli Stati Uniti, che finanziano l’esercito egiziano con 1,3 miliardi di dollari l’anno.

L’Egitto non fa parte della Nato, come la Turchia, ma dal 1979 sfrutta l’approvvigionamento bellico e buona parte dell’addestramento fornito dalle Forze armate americane. E’ qui il segreto della formazione ideologica di generali che – pur partecipando attivamente alle malefatte e alle ruberie del regime – nel momento della crisi e della possibile tragedia politica trovano un punto di riferimento, un senso della loro missione nazionale che li distacca completamente dalla tradizione dei generali macellai che hanno costellato la vita dei paesi arabi in decine di putsch precedenti.

(Tratto da Il Foglio)

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