Per il terzo mondo non servono solo soldi ma idee nuove

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Per il terzo mondo non servono solo soldi ma idee nuove

07 Luglio 2009

Il quotidiano La Stampa ha dedicato all’Africa un inserto organizzato da Bob Geldof, la cui tesi principale è che per realizzare lo sviluppo dei paesi arretrati  occorrono più aiuti, come percentuale del Pil e che l’Italia di Berlusconi dà troppo poco, cioé solo lo 0,3 percento del Pil  e dovrebbe, invece, dare una percentuale maggiore.

La tesi per cui basta aumentare le erogazioni, per risolvere i problemi dei paesi sotto sviluppati è errata. Il signor Geldof sbaglia se pensa che la fuoriuscita dalla povertà e dal sotto sviluppo si attui con l’assistenzialismo. Gli interventi a pioggia e l’inviare derrate alimentari non risolvono i problemi (sono oramai decenni che si fanno queste erogazioni senza  apprezzabili risultati). Inoltre i soccorsi alimentari ai paesi poveri, provati dai problemi della sotto alimentazione, su cui ha ancora insistito Geldof  hanno avuto effetti perversi, al punto di aggravare i problemi della fame nel mondo. Infatti tali aiuti hanno ridotto la convenienza dei paesi arretrati a investire nella produzione agricola, mentre la dispersione degli aiuti dei paesi ricchi nell’assistenzialismo ha generato una insufficienza di impegno nello sviluppo dell’agricoltura. Ciò ha portato ai drammatici rialzi di prezzo delle derrate agricole a cui si è assistito negli anni immediatamente precedenti alla crisi. Ciò ha generato denutrizione nei paesi a basso reddito. Inoltre questo anomalo rialzo dei prezzi, il raddoppio nel giro di un anno, per il grano e le altre principali produzioni agro alimentari, associandosi con l’aumento del prezzo del petrolio, ha generato una elevata inflazione che ha costretto le banche centrali ad una stretta del credito. Stretta che è intervenuta in un mercato finanziario già in difficoltà, dando luogo a un aggravio della crisi che ci sarebbe comunque stata.

E nel G8 pertanto  sta emergendo la convinzione che occorre battere una via diversa, non più l’assistenzialismo al primo posto, ma le politiche di sviluppo basate sul mercato, sulla tecnologia, sul capitale umano.  E così ora  nel G8 verrà presentato un programma di sicurezza alimentare, intitolato Aquila Security Program, a cui Berlusconi aveva cominciato a lavorare già a giugno, che punterà sullo sviluppo dell’agricoltura dei paesi del mondo sotto sviluppato. Per tale programma è previsto solo un impegno di 12 miliardi di dollari: quattro ciascuno tra Stati Uniti e Giappone, l’Europa altri 4.

Con il criterio del signor Geldof questo programma non è interessante in quanto il PIl totale di questi tre gruppi di donatori è di 28 mila miliardi di dollari. I 12 miliardi  sono meno di mezzo millesimo del loro PIL globale. Ma gli effetti di questa iniziativa, che si basa soprattutto sulla assistenza tecnica, la provvista di sementi e attrezzature  e la apertura dei mercati di sbocco non si misurano in termini di frazioni di Pil.

In generale  è sbagliato pensare che i paesi emergenti debbano essere aiutati in un rapporto postcoloniale in cui noi saremmo i benefattori e loro i beneficiati e in cui i protagonisti principali sono i governi e le pubbliche burocrazie, nazionali e internazionali. Invece i principali protagonisti debbono essere il mercato, il volontariato, gli accordi commerciali e un quadro politico che consenta  la pace, lo sviluppo, il rispetto del diritto sulla base di appropriate istituzioni.

Accanto a questo programma generale, ve ne è un altro specifico che riguarda l’Unione europea e i paesi mediterranei, che merita di essere posto all’attenzione del G8. Si tratta  dell’Accordo di Partenariato Euro-Mediterraneo  lanciato  nella Conferenza di Lisbona del 1995 fra Unione Europea e i12 paesi della sponda sud del Mediterraneo detti paesi MED (Algeria, Cipro, Egitto, Giordania, Israele, Libano, Malta, Marocco, Siria, Tunisia, Turchia ed Autorità Palestinese), con l’obbiettivo di creare nel 2010 un’area di libero scambio fra quei 12 paesi a cui dovrebbero aderire gli stati dell’Unione europea che vi sono interessati. Il 2010 è vicino e questo obbiettivo è di grande rilievo non solo economico ma anche politico, sociale e culturale. Dal 1995 molte cose sono cambiate, perché di questi 12 paesi, due (Cipro e Malta) sono venuti a fare parte dell’Unione Europea. La Libia, che non era inclusa nel MED ora può diventarne un partner fondamentale sia per la sua posizione geografica intermedia, fra area occidentale ed orientale del versante Sud del mediterraneo, sia per i mezzi economici di cui dispone.

La caduta nel  2010 delle barriere doganali  degli 11 stati non appartenenti all’Unione europea, che fanno parte dell’accordo di Lisbona  comporterà la caduta delle barriere doganali e la liberalizzazione del commercio per un territorio che si affaccia sulla sponda sud del mediterraneo di 6 milioni di chilometri quadrati, con 250 milioni di abitanti e un Pil globale di soli 500 miliardi di euro, disegualmente distribuito, con grandi risorse potenziali che attendono di essere valorizzate. Questo programma è in ritardo e ha bisogno di essere rilanciato  se si vuole riuscire a rispettare l’impegno a realizzare nel 2010 l’area di libero scambio che esso si propone. Esso in linea di principio può costituire il modello per le altre politiche di sviluppo in quanto l’Unione si impegna a favorire il processo di modernizzazione e di ristrutturazione produttiva offrendo un supporto finanziario , di assistenza tecnica e di promozione delle iniziative  comuni.

I contenuti del programma  sono stabiliti dal cosiddetto ‘Progetto MEDA’ a cui si accompagnano i progetti di partenariato nei vari settori produttivi agricoli, della pesca industriali, turistico-culturali. Per il finanziamento dello sviluppo, il progetto MEDA fa soprattutto riferimento al Fondo euro-mediterraneo d’investimento e partenariato (FEMIP) , che è una emanazio0ne della Banca europea degli investimenti e che si è affermato come il principale investitore del Mediterraneo. Esso si è focalizzato su tre progetti, senza dubbio  affascinanti, consistenti nel disinquinamento del Mediterraneo, nelle "autostrade del mare" e nel "piano solare mediterraneo". Essi, per altro, da soli non bastano a innescare un robusto processo di sviluppo. Il progetto dell’energia solare andrebbe inserito in un più vasto programma nel settore dell’energia e del suo ciclo di utilizzo a scopi agricoli, turistici, industriali.

Il progetto delle vie del mare, concepito quando la Libia era considerata non associabile al MED per ragioni di politica internazionale non basta per creare il sistema di vie di comunicazione necessario per rendere effettiva l’area di libero scambio. Ad esso occorre aggiungere una infrastruttura ulteriore costituta da una autostrada della pace che attraversi tutti i paesi del MED – muovendo dal Marocco e dalla Tunisia e che passando per Libia, raggiunga poi l’Egitto, la Turchia, la Palestina ed Israele -,  una rete ferroviaria , una rete di comunicazioni telefoniche e telematiche.

Al  FEMIP, in questa prospettiva, si possono  aggiungere le risorse di investimento delle grandi imprese e dei fondi sovrani dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia, interessati a nuove occasioni di impiego produttivo dei loro capitali e nuove occasioni di scambio.

Lo sviluppo delle PMI, che rappresentano il 99 % delle imprese del Mediterraneo e sono all’origine dei due terzi dell’occupazione nella zona, da solo non è in grado di alimentare un ciclo virtuoso di crescita. Tale ciclo va attivato mediante un “clima favorevole” , di natura istituzionale e culturale: non va infatti dimenticato che fra le cause del ritardo nello sviluppo dell’Africa e del Medio Oriente vi sono i conflitti militari, ulturali, religiosi  che hanno sin qui ostacolato la formazione di un’area comune di libero scambio e, spesso, hanno resi rischiose le iniziative di collaborazione che il programma di Barcellona ha delineato.

Le potenzialità di sviluppo di questa area sono enormi e interessano molto non solo a quei paesi ma anche all’Italia del Sud e all’Unione Europea nel suo complesso. Ciò che occorre, egregio signor Geldof, non è una maggior quantità di denaro, ma la capacità di far crescere  il partenariato  e gli scambi fra i popoli del Nord e del Sud tramite le istituzioni  di collaborazione che abbiamo creato.