Per la sinistra il Cav. resta un intruso, per questo perde

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Per la sinistra il Cav. resta un intruso, per questo perde

24 Febbraio 2009

C’è un’immagine che più di ogni altra rappresenta la fine della stagione di Walter Veltroni. Un governo che approva all’unanimità un decreto che riguarda la concezione della vita e della libertà personale; e un segretario di partito che convoca contro questa iniziativa una manifestazione in difesa della Costituzione, scegliendo come oratore unico Oscar Luigi  Scalfaro: colui che, favorendo “il ribaltone”, consentì nel ’94 la fine della prima esperienza di governo di Silvio Berlusconi.

In questa immagine è racchiuso il significato che l’azione politica di Berlusconi ha avuto nella storia dell’Italia del secondo dopoguerra. Perché fu la sua epifania a scombinare i piani dei comunisti che, proprio mentre il Muro della storia cadeva sulla loro testa, stavano per conquistare il potere in Italia.  E, per la prima volta, vedevano come sempre più concreta  la possibilità di raggiungere, sotto la loro egemonia, quella mitica unità antifascista a lungo perseguita dopo la liquidazione del centrismo di De Gasperi e dopo la trasformazione in mito intangibile della Carta Costituzionale, nata come alto ma perfettibile compromesso dalle macerie di un Paese devastato.

Fu Berlusconi a impedire che alla fine della guerra fredda, con l’eliminazione per via giudiziaria di tutti i partiti che avevano svolto una funzione anticomunista, il fiume carsico del sano conservatorismo non reazionario e dell’anticomunismo esistenziale fosse seppellito per sempre. Fu Berlusconi a consentire al liberalismo popolare di manifestarsi e trovare finalmente una rappresentazione compiuta nella sfera pubblica, non più come fenomeno sotterraneo, non più come semplice massa di interdizione. Si spiega anche così il successo, assolutamente unico, di un partito che in pochi mesi ha vinto le elezioni e conquistato la maggioranza relativa. Dietro la nascita e l’affermazione di Forza Italia, oltre al carisma del fondatore corroborato da un coraggio politico che il tempo è giunto a definire in tutta la sua portata, vi è la storia di una esclusione durata 40 anni. Altro che le tre televisioni e i soldi di un tycoon!

Tutto ciò aiuta a capire per quale ragione Berlusconi sia stato a lungo considerato un intruso. Non comprendendo i cambiamenti profondi che erano avvenuti dal 1994, in tanti hanno ritenuto che fosse sufficiente rimuovere questo intruso per ripristinare le condizioni pregresse e far rivivere il sogno della grande unità antifascista. Il primo a crederci, e a provarci, fu proprio Scalfaro, che si produsse in una spericolata operazione istituzionale. Ma, al di là di queste manovre più evidenti, vi sono stati svariati tentativi, talvolta persino inconsapevoli, di rimarginare la “rottura” berlusconiana. Anche all’interno della sua stessa coalizione. Si trattava di evitare che il popolo potesse scegliere il capo del governo e la sua maggioranza (nonché l’opposizione intesa come "governo in attesa"), per riportare al centro del sistema la logica dell’accordo tra i partiti. Da qui una duplice tentazione: da parte degli oppositori di Berlusconi, quella di costituire una union sacrée da contrapporre ai rischi di un nuovo autoritarismo; da parte dei suoi alleati, di portare la logica di coalizione fino alle sue estreme conseguenze, riproducendo risse, litigi e pratiche del tempo che fu.

In grande sintesi, è questa la storia di una lunga transizione durata dal ’94 fino al 2008. In questi anni è stato difficile tornare indietro rispetto alla frattura dei primi anni Novanta; ma non si riusciva neppure ad andare avanti. Abbiamo vissuto una storia di faticose esperienze di governo, di alleanze precarie, di coalizioni rissose, sfociate nel disastro prodiano. Finché, nel 2008, Walter Veltroni sembrava intenzionato a conquistare la sua legittimità storica proprio ponendosi al di là di questa deriva.

Bruciata l’opzione socialdemocratica per non aver mai fatto i conti fino in fondo con Craxi e con la sua persecuzione, al Pd rimaneva l’opzione neo-democratica: costruire una leadership carismatica in grado di concorrere alla conquista dell’elettorato centrista e moderato e, per questo, disposta a riconoscere al nemico Berlusconi il rango di avversario. Questa scelta avrebbe significato il recupero delle esperienze riformiste e la chiusura netta nei confronti di quel virus giustizialista incarnato da Di Pietro, che si è  invece inoculato all’interno di questo percorso come una contraddizione fatale che ha respinto Veltroni indietro fino al 1994. Dove infatti l’ormai ex segretario del Pd è tornato, riesumando il vecchio refrain sulla costituzione antifascista e sul pericolo autoritario, e addirittura recuperando la figura di Scalfaro e con essa l’antica tentazione di eliminare l’intruso.

Lungo questa deriva, il discorso veltroniano si è fatto incomprensibile, ed è stato sconfitto. E Dario Franceschini, subito dopo aver raccolto il testimone, s’è affrettato a dar prova di non aver capito assolutamente niente degli errori del suo predecessore. E ha scelto di iniziare esattamente da dove Veltroni ha fallito: usando la Costituzione come scudo di parte nel tentativo di coprire le proprie debolezze e di offendere la sovranità popolare, e cercando ancora una volta di imbalsamare come fosse un moloch intoccabile un testo che per noi è materia viva.

Se in questo modo il neo segretario del Pd si illude di recuperare, sulle orme di Dossetti, il dialogo irrimediabilmente compromesso tra la cultura ex comunista liberatasi dai miti della rivoluzione d’ottobre e il cattolicesimo democratico, si sbaglia. E dimostra di non aver compreso che dopo aver fallito sul piano sociale, la sfida che in questo secolo i nuovi deterministi stanno muovendo nei confronti della nostra civiltà si è trasferita sul piano antropologico, con l’obbiettivo di spogliare la vita umana di ogni incertezza per rimetterla in ogni suo momento alla disponibilità dell’individuo.

E’ proprio su questo terreno che il Pd ha mancato il suo obiettivo: l’incontro storico fra le due culture che prima del crollo del Muro avevano monopolizzato il dibattito pubblico. E, per contro, è su questo terreno che il Popolo della Libertà ha saputo trovare una sua identità, dimostrando nei fatti che culture differenti – quella cristiana, quella liberale, quella socialista umanitaria –, unite nel ’94 dalla fase emergenziale e da scopi di mera interdizione nei confronti di un pericolo imminente, possono trovare una sintesi e un collegamento con una e una sola delle grandi famiglie europee: quella popolare.
E’ significativo che questo amalgama, nel centrodestra, si stia consolidando attorno ai problemi effettivi che segnano l’agenda del nuovo secolo. Attorno alla questione antropologica, nel PdL si è sviluppato di fatto un incontro tra credenti e non credenti, tra laici e cattolici, intorno alla centralità della persona, alla sua dignità e alla impossibilità di cedere in questa sfera a ogni tipo di determinismo.

Nel momento nel quale l’incontro tra cattolici e sinistra che si era sviluppato per decenni sul piano sociale ha segnato tutti i suoi limiti, noi oggi siamo protagonisti, di fronte ad una delle sfide più importanti del nostro tempo, del tentativo di coniugare in maniera naturale i principi del cristianesimo con quelli del liberalismo, nella comune convinzione che per presunzione fatale un dio è già fallito, e nessuno può più ipotecare il futuro in nome di una felicità tanto illusoria quanto presunta. Per chi come noi sa apprezzare le nostre radici e quanto di buono ci ha dato il passato, il futuro è e deve restare aperto.