Per la sinistra prima c’era il doppio stato oggi c’è la doppia etica

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Per la sinistra prima c’era il doppio stato oggi c’è la doppia etica

20 Luglio 2009

Cosa c’è sotto una fantomatica lite che avrei avuto con il senatore Zanda alla buvette, puntualmente riportata da Repubblica, in merito a una mozione sul G8 che lo stesso Zanda ha vergato insieme al suo collega Gianrico Carofiglio? Non bisogna essere lettori dei legal thriller di quest’ultimo, né segugi al pari dell’avvocato Guerrieri, per comprendere cos’è accaduto.

L’opposizione aveva chiesto che fosse fissata la discussione di una mozione per dibattere sulle conclusioni del G8 e, avendo formulato questa richiesta quando il summit dell’Aquila non era neppure iniziato, aveva chiesto ciò che il regolamento non consente: di presentare il testo della mozione solo in un secondo momento, pur stabilendo preventivamente la data della discussione. In virtù di un gentlemen’s agreement questa forzatura è stata accettata. Ma il Pd, giocando borderline al margine del campo, ha presentato tre testi, due dei quali prendevano spunto dal G8 per parlare in realtà di tutt’altro: dei giudizi della stampa internazionale e, argomento evidentemente più caro all’avvocato Guerrieri, del rapporto tra i comportamenti privati e l’etica pubblica.

Vi sono due buone ragioni perché la discussione su questi temi non si svolga nella giornata in cui sono state calendarizzate le mozioni sul G8, ovvero domani: una ragione di metodo e una di merito. Non discutiamo della buona fede dei colleghi del Pd che hanno presentato le mozioni, ma la forzatura è evidente: non si può approfittare dalla fiducia della controparte per mettere all’ordine del giorno argomenti non concordati, soprattutto se questo avviene senza che vi sia il tempo per predisporre altri documenti che sulla stessa materia possano dar conto di opinioni differenti.

La seconda ragione di merito è però più importante. La desumiamo da un’intervista che Carofiglio ha rilasciato a Repubblica lo scorso lunedì. Vi si sostiene, in pratica, che esisterebbero due distinte etiche pubbliche. Una propria dei progressisti i quali, non sostenendo nella loro linea politica i principi propri della nostra tradizione, non avrebbero un problema di coerenza: a loro, in base a questo ragionamento, sarebbe consentito svolgere una vita dissoluta o anche solo irregolare senza che ciò possa essergli rimproverato. Dall’altra parte vi sarebbero gli uomini politici della destra, in particolare quelli più attenti alla tradizione cristiana: se sono loro a sgarrare, cadrebbero in errore a tal punto che i loro comportamenti privati entrerebbero in un insostenibile conflitto con l’etica pubblica.

Se ne desume che dovrebbe esistere, sempre e comunque, una assoluta continuità tra ciò che si fa e ciò che si sostiene. Che neppure nel privato della propria esistenza possa esservi spazio per l’ “errore” né per la contraddizione. E se qualcuno viene a trovarsi nel comportamento privato in contrasto con le proprie posizioni pubbliche, è inutile che si faccia un esame di coscienza e dica di aver sbagliato: per lui l’unica salvezza possibile, nella dimensione pubblica, è quella di adeguare le sue idee ai comportamenti privati.

Non è difficile comprendere la pericolosità di una simile impostazione che stabilisce che vi siano non solo due etiche diverse, ma necessariamente anche un “tribunale” che decida cosa sia coerente e cosa non lo sia, incoraggiando così le incursioni in quello spazio esistenziale nel quale sarebbe bene che ognuno faccia i conti con se stesso. E, in tal modo, si cancella qualsiasi laica disponibilità per quella dose minima di incoerenza che in realtà appartiene a ogni persona.

Nessuno pensa che per contrastare questo ragionamento qualsiasi comportamento debba essere sempre e comunque consentito. Ma è bene che il privato resti tale, e quando “esce fuori” a esprimere un giudizio sulla coerenza o meno dell’uomo pubblico siano sempre gli elettori. Anche perché, in caso contrario, potrebbe anche darsi che i primi a essere condannati dal tribunale della coerenza siano proprio quei progressisti che vorrebbero imporre un determinato modello di società ritenendolo il migliore dei mondi possibili, salvo poi impiccare al cappio del loro moralismo l’avversario politico al quale dovesse capitare di metterlo privatamente in pratica.

Non abbiamo nessuna remora a discutere di tutto ciò, né tantomeno nutriamo complessi di inferiorità. Ma vi è bisogno di una riflessione ferma e pacata. La complessità dei temi richiede che lo si faccia a freddo, non con un’imboscata. Anche perché, allo stato attuale, l’unico modo per far comprendere che non è accettabile una doppia etica, e nemmeno il paradosso per cui il modello sociale che la sinistra vorrebbe instaurare venga utilizzato come una clava contro gli avversari politici sospettati di “incoerenza”, sarebbe quello di ricordare al Pd il caso Bianchini e qualcosa d’altro. Ma noi le istituzioni le rispettiamo veramente. A questo non vogliamo arrivare.