Per Mosca una nuova dottrina, ma la strategia militare di sempre

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Per Mosca una nuova dottrina, ma la strategia militare di sempre

22 Maggio 2010

Dopo la firma del trattato Start2 per la riduzione degli armamenti strategici nucleari, si sono moltiplicati i gesti di distensione della Russia nei confronti della NATO. Un evento straordinario, in particolare, la morte del presidente polacco Lech Kaczynski il 10 aprile scorso, ha contribuito a questa nuova fase di distensione. Avvenuto proprio in occasione delle celebrazioni del 70mo anniversario dell’eccidio di Katyn (quando, nel 1940, la polizia staliniana fucilò 20mila ufficiali polacchi prigionieri di guerra), l’incidente all’aeroporto di Smolensk che ha decapitato in un colpo solo i vertici politici e militari della Polonia ha suscitato un’immensa emozione, non solo in Europa, ma anche in Russia. I media russi hanno dato molto peso all’evento. Lo stesso premier Vladimir Putin ha assunto la guida della commissione di inchiesta sul disastro. E’ stata un’occasione, non sprecata, per riesumare la memoria di Katyn, che per la prima volta è stata commemorata anche dai grandi media di Stato russi. Il presidente russo Dmytri Medvedev era presente in prima linea alle esequie di Kaczynski, contrariamente a quasi tutti i capi di Stato e di governo europei e al presidente degli Stati Uniti, assenti per il blocco dei voli imposto a causa della nube vulcanica islandese.

Una vera e propria svolta simbolica è stata vista da tutto il mondo il 9 maggio successivo, in occasione della parata per la vittoria sul nazismo. Usata fino a quest’anno come una dimostrazione di forza sovietica, poi russa, contro i vecchi e nuovi nemici della NATO, questa edizione della parata militare sulla Piazza Rossa ha ospitato per la prima volta reparti dalla Polonia, dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. E’ stato un vero miracolo vedere la bandiera a stelle e strisce sventolare là dove, in un passato non troppo lontano, venivano esibiti i nuovi armamenti di fronte agli occhi di Stalin, Chrushev, Brezhnev, Andropov, Chernenko e Gorbachev. Nella seconda metà del XX secolo, essi sedevano nelle stesse tribune d’onore che ora hanno ospitato Angela Merkel, cancelliere del vecchio arci-nemico tedesco.

Proprio in occasione della parata del 9 maggio, il presidente Medvedev ha ricordato la Francia, la Gran Bretagna e gli Usa come alleati nella guerra contro il nazismo e ora partner contro i nuovi pericoli del mondo, quali il terrorismo e la proliferazione di armi nucleari. Un discorso simile, normale qui in Italia, è un passo da gigante a Mosca: fino all’altro ieri, la NATO era dipinta come un “pericolo”, la Polonia come una nazione traditrice. Durante tutta la guerra fredda, la NATO, che includeva la Germania occidentale, era considerata come un prolungamento nel tempo della minaccia nazista. E l’URSS si riteneva perennemente minacciata da una sua nuova “Operazione Barbarossa” nucleare, come si evince dalla propaganda dell’epoca. Questa visione del mondo era sopravvissuta solo in alcuni ambienti “eurasisti” (neo-imperialisti) e post-comunisti dopo la caduta dell’URSS, ma ha vissuto una stagione di revival sotto la presidenza Putin: la sua politica storica ha ancora una volta enfatizzato il ruolo di “antagonista” della NATO e degli USA in particolare.

Insomma, nell’arco di un mese, dal 10 aprile al 9 maggio scorsi, abbiamo assistito a un notevole cambio di retorica ufficiale del Cremlino. Ma questo cambiamento corrisponde anche a una reale evoluzione della strategia russa e della sua dottrina militare? Il “reset” e il “reboot” lanciati da Obama per ricominciare da zero le relazioni con la Federazione Russa, hanno sortito gli effetti desiderati?

La nuova strategia di Mosca, delineata in una serie di documenti pubblicati fra la primavera del 2009 e lo scorso inverno, riflette ancora la visione putiniana del mondo e del ruolo internazionale della Federazione. Il documento che contiene le linee guida per la Sicurezza Strategica Nazionale (Nss) di medio periodo (vale fino al 2020) mira a un obiettivo in particolare: controbilanciare la NATO con altre alleanze. In particolare con la CSTO (che raggruppa le repubbliche ex sovietiche), la CSI (comunità dell’ex URSS), l’EurAsEc (comunità economica euroasiatica), la CSO, l’Organizzazione per la Sicurezza di Shanghai, che include la Cina, oltre all’Iran nella veste di osservatore. L’NSS, pubblicato nel maggio 2009, non esclude neppure una possibile partnership con l’Alleanza Atlantica, ma, vista l’eterna fase di stallo in cui grava l’unico strumento di raccordo (Consiglio NATO-Russia), suggerisce altri interlocutori occidentali, come l’Unione Europea. Nel documento NSS si ritrova la vecchia impostazione strategica sull’Europa, tipica dell’ultima URSS di Gorbachev, volta a creare un’unica grande area di sicurezza “paneuropea” (e, implicitamente, ad escludere gli USA dal Continente). L’allargamento della NATO a Est è considerato contrario agli interessi nazionali russi e non una libera scelta di nazioni indipendenti, quali l’Ucraina e la Georgia. Non viene nominata una grande potenza che pone sfide alla Russia, sviluppando nuovi armamenti di precisione, nuovi sistemi anti-missile da schierare alle porte della Federazione e nuovi metodi di guerra cibernetica. Ma è chiaro che è degli Stati Uniti che si parla.

La Dottrina Militare Russa, pubblicata lo scorso febbraio, è ancora più esplicita. In questo documento, la NATO viene considerata come il principale “pericolo”. La definizione è da considerarsi già come una forma di distensione rispetto a quello che avrebbe potuto essere: “minaccia”. La NATO non viene definita “minaccia” perché la Dottrina è stata pubblicata alla vigilia del trattato Start2, ma le forze armate vengono comunque dimensionate, addestrate ed equipaggiate per combattere, nella peggiore delle ipotesi, una guerra su larga scala contro l’Alleanza Atlantica. Era questo il palese obiettivo delle ultime manovre militari congiunte di Russia e Bielorussia, avvenute lo scorso settembre. La causa del “pericolo” è alquanto arbitraria, stando al nuovo pensiero militare russo. Secondo gli strateghi del Cremlino, la NATO sarebbe incline a violare il diritto internazionale e la sovranità degli altri Stati. E’ certo che la Russia ha sempre considerato come un crimine la campagna della NATO contro la Serbia nel 1999, che pure era un’azione preceduta da un lungo negoziato internazionale (di cui la Russia era partecipe) e seguita da un intervento multinazionale di peacekeeping (truppe russe comprese). Non in modo dichiarato, ma anche la guerra in Georgia, scoppiata dopo l’invasione dell’Ossezia meridionale da parte delle truppe di Tbilisi, è vista come una violazione occidentale di confini. Tant’è che la nuova Dottrina Militare sottolinea l’importanza di proteggere i cittadini russi all’estero (leggasi: cittadini georgiani osseti a cui i russi hanno dato un loro passaporto). La stessa Dottrina, pronta a riconoscere violazioni di diritto internazionale nei pressi dei confini russi, in compenso, fissa disinvoltamente una sfera di influenza all’infuori di essi, nell’area che apparteneva all’URSS fino al 1991 e nei Paesi europei (anche membri della NATO) confinanti. Il principio di autodeterminazione di quei popoli (ucraino, georgiano, polacco) passa in secondo piano.

Ecco dunque che, nonostante la distensione manifestata apertamente da Medvedev, abbiamo una Russia che, sul piano operativo, pensa ancora con il linguaggio degli antagonisti della NATO. Un linguaggio che è ampiamente condiviso dall’opinione pubblica: secondo alcuni sondaggi effettuati nell’aprile del 2009 dall’ufficio statistico nazionale VTsIOM, la NATO è percepita come una minaccia dal 41% dei russi, contro un misero 5% che la considera un partner potenziale. Il 39% vorrebbe che la Russia costituisse nuove alleanze in Asia per contrapporsi alla NATO in Europa, contro il 33% che preferisce la cooperazione e un misero 3% che vorrebbe vedere la Russia nell’Alleanza Atlantica.

Certo, tutto evolve. E quel 3% che vuole una Russia atlantica ed europea, in futuro, può anche diventar maggioranza. Ma la brutta notizia è che: in questi sondaggi, tutti i trend sono negativi per la causa della NATO. Più passa il tempo, più l’enorme nazione euroasiatica si allontana dall’Europa e dalla comunità euro-atlantica. Per diventare un pezzo di Asia.