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Italia ferma a metà del guado

Per non rimanere indietro bisogna riaprire il dossier sulle liberalizzazioni

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Era il tempo delle lenzuolate di Bersani quando l’Istituto Bruno Leoni presentò la prima edizione del suo indice delle liberalizzazioni. A due anni di distanza, la terza edizione dello studio sul grado di apertura dell’economia italiana del think tank liberista nasce in uno scenario politico italiano completamente diverso da quello di due anni or sono e in un contesto internazionale travolto dalla crisi internazionale e da un’ondata di interventismo a dir poco inquietante.

Il fallimento della stagione bersaniana (un po’ troppo orientata al consumerismo, più che ad una sana promozione delle dinamiche di mercato attraverso l’abbattimento degli ostacoli regolatori alla concorrenza) e la necessità di reagire alla recessione con un’iniezione di vitalità economica rendono improcrastinabile la riapertura del "fronte liberalizzazioni".

La situazione italiana non è delle migliori, ferma a metà del guado (il 51 per cento, secondo i dati del rapporto) rispetto alle migliori esperienze europee di liberalizzazione in ognuno dei quindici settori censiti dal’IBL.

Non manca qualche nota positiva, ovviamente. Il mercato elettrico (il cui grado di liberalizzazione era già del 70 per cento nel 2008 ed è salito al 77 per cento quest’anno) rappresenta un buon esempio di riforma, frutto di un percorso virtuoso iniziato con la privatizzazione dell’Enel. Evitando di trasferire ad un privato la rendita monopolistica pubblica e provvedendo alla separazione proprietaria tra la rete e le società di servizio, si sono scongiurati i guasti della vicenda Telecom.

Da servizi idrici, servizi finanziari, mercato del lavoro e fisco alcuni miglioramenti, rispetto all’anno passato. Per la liberalizzazione in materia di fisco (definita come riduzione della distorsività dell’intervento fiscale), si passa dal 47 per cento del 2008 al 52 del 2009. Un miglioramento determinato da alcune “luci” italiane, ma anche da certe “ombre” del Regno Unito, il paese preso a confronto. Da un lato, infatti, vanno segnalati i miglioramenti in materia di tassazione d’impresa e del tempo necessario per pagare le imposte (da 360 a 334 ore all’anno di compliance fiscale, anche se il Regno Unito resta ben lontano, a 105). Dall’altro il maggiore interventismo britannico in matiera di sussidi pubblici: peggiorando Albione, l’Italia pare andare meglio. Ma è un effetto statistico di cui non andare troppo fieri, considerato il peggioramento relativo rispetto alla tassazione delle persone fisiche e la maggiore pressione fiscale complessiva italiana rispetto a quella britannica.

Per il resto, il lavoro dell’IBL registra un sostanziale immobilismo degli altri indicatori, dalla televisione al gas naturale, dalla PA ai servizi postali, passando per il trasporto ferroviario, le telecomunicazioni, il trasporto aereo (solo il prossimo anno si valuteranno gli effetti della fusione Alitalia-Airone e la “copertura” legislativa del quasi monopolio sulla tratta Roma-Milano).

Specchio del Paese sono gli ordini professionali, il cui grado di liberalizzazione viene stimato dal rapporto al 54 per cento. Ciò che è grave è la scomparsa del tema della liberalizzazione del settore dall’agenda della politica, in primis della maggioranza di governo, forse condizionata dalle lobby interne dei liberi professionisti.

Passata la crisi, è concreto il rischio che l’Italia torni ad essere la tartaruga d’Europa in termini di crescita e di competitività. Dopo tanto filosofeggiare sul supposto fallimento del Mercato (con la m maiuscola), la realtà presenterebbe i suoi conti amari. E invece, sfruttando la copertura della crisi (come in passato si è usato il “vincolo esterno” europeo), sarebbe il caso di affrontare pragmaticamente ed eliminare – settore per settore – le storture, i freni alla libera concorrenza e le penalizzazioni a carico dei consumatori consentite da un apparato normativo e da una politica che ancora tendono a tutelare le rendite di posizione di questo o quel gruppo d’interesse.

Se un merito hanno avuto le lenzuolate di Bersani, è stato quello di aver reso popolare un “interesse diffuso” che non aveva mai scaldato i cuori della gente. Per la prima volta, il termine liberalizzazione ha assunto un’accezione positiva per l’opinione pubblica. E per quanto il merito dei provvedimenti dell’allora ministro dello Sviluppo Economico lasciasse molto a desiderare, il progresso “semantico” va sicuramente riconosciuto.

Da una maggioranza di governo che ha nel proprio DNA la cultura dell’impresa e del mercato (con la m minuscola), ci si dovrebbe aspettare che sappia promuovere e rilanciare il dossier delle liberalizzazioni, in una chiave non consumeristica ma autenticamente competitiva. O si dovrà ancora dar ragione all’avvocato Agnelli, che amava sostenere come solo un governo di sinistra sia davvero in grado di fare le cose di destra?
 

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1 COMMENT

  1. 304 imprenditori che fanno i sindaci: una storia diversa
    Mentre si discute della vita privata del Presidente del Consiglio e si disquisisce del confine tra questa e il suo ruolo pubblico, il governo del Popolo della Libertà non aumenta le libertà dei cittadini. E’ una costante, triste, che il governo nazionale non riesca ad affrontare i nodi strutturali del Paese.
    A volte si riesce a farlo sorprendentemente in provincia: quando si parla di imprenditori in politica si pensa a Silvio Berlusconi e a pochi parlamentari; ci sono invece 304 imprenditori che guidano i loro comuni. E riescono ad essere veramente pragmatici perché gli effetti della loro azione sono sotto gli occhi dei concittadini. Più di tre milioni di italiani possono sperimentare un governo pragmatico e orientato ai risultati che ad altri livelli viene promesso e raramente realizzato.

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