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Per parlare alla Francia Sarkò segue l’esempio di De Gaulle

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Quando si è presentato davanti ad oltre 450 giornalisti accreditati per la sua prima conferenza stampa da Presidente della Repubblica Sarkozy aveva certamente ben chiaro che il calo dei consensi, anche se amplificato a dismisura dalla stampa e cavalcato dall’opposizione socialista, è comunque reale. Sceso sotto la soglia del 50% di gradimento secondo «Le Journal de Dimanche» del 6 gennaio e appena sopra il 50% secondo «Libération» del 7 gennaio. Come affrontare a questo punto una situazione paradossale:  essere eletto e acclamato per scuotere dal torpore la Francia della bassa crescita, dell’alta disoccupazione e dei mille corporativismi, aver aperto in sei mesi un numero impressionante di cantieri di riforme e trovarsi ugualmente penalizzato nel gradimento dei propri cittadini?

La scelta della conferenza stampa al posto dei tradizionali auguri di inizio anno è la testimonianza di un duplice obiettivo da parte del Presidente. Da un lato collegarsi idealmente con gli esordi della V Repubblica, quando il Generale de Gaulle ha reso la conferenza stampa un vero e proprio strumento di continuo confronto con il Paese, in una fase particolarmente delicata di fondazione delle nuove istituzioni e di modernizzazione della Francia (gli altri Presidenti della Repubblica ne hanno fatto un uso meno abbondante, solo in situazioni di particolare emergenza, basti pensare che Chirac ha partecipato solo a quattro conferenze stampa in dodici anni di mandato). Riallacciarsi alle radici della Quinta Repubblica significa quindi sottolineare che il Paese, come cinquanta anni fa, si trova ad un vero e proprio turning point, sospeso tra crisi e nuove opportunità. Il secondo imperativo, probabilmente maturato proprio riflettendo sulla situazione paradossale di un Presidente votato per riformare ma penalizzato nel momento stesso in cui dispiega il suo sforzo di riforma, riguarda la necessità di dispiegare una vera e propria «pedagogia della riforma».  

Innanzitutto la premessa di carattere metodologico relativa  alla tanto discussa «politica di civilizzazione» di cui aveva parlato nel corso del breve discorso alla Nazione per gli auguri di fine anno. Nell’ottica del Presidente si deve intendere con questa espressione la politica «che riporta l’uomo al centro dell’interesse di coloro che hanno responsabilità di governo». Solo l’umanizzazione della politica permetterà di raggiungere il nuovo «rinascimento francese ed europeo» del quale egli parla. Il tono è enfatico e volutamente strumentale a sostenere l’imponente sforzo di riforme oramai non più procrastinabili. Di fronte all’impazienza generalizzata, il Presidente ha voluto rassicurare la cittadinanza di aver compreso quanto sia grande lo sforzo ad essa richiesto e quanto sia necessario essere consapevoli che molte delle riforme avviate daranno risultati concreti solo nel medio-lungo periodo. «Umanizzare» d’altra parte implica porre un freno ad una situazione «disumanizzata»: lo sforzo è titanico e la cittadinanza deve comprenderlo.

Comprensione ed istinto pedagogico ma, e questo ancora una volta nello stile del Presidente, nuovo rilancio.  Fermezza su tre dei capisaldi della sua proposta nel corso della campagna elettorale: fine delle 35 ore, concretizzazione della politica di regolamentazione dei flussi migratori attraverso le quote e lancio di altri dieci progetti di riforma del sistema universitario, individuato come il vero trampolino per la ripartenza del sistema economico-politico transalpino.

Continuità rispetto alle sue convinzioni di politica economica: patriottismo economico nel difendere le imprese francesi dalla società finanziarie di speculazione provenienti dall’estero e mandato ad una commissione (presieduta da i premi Nobel Stiglitz e Sen) per cambiare il metodo di valutazione degli indicatori di crescita in Francia.

Infine tre novità, anche in questo caso nello stile quasi sfrontato di Sarkozy: abolizione totale della pubblicità dai canali pubblici, riforma delle Costituzione nel suo preambolo per garantire l’uguaglianza dell’uomo e della donna e per rispondere alla sfida della bioetica (con un testo che dovrà essere preparato da Simone Veil), infine una vera propria bomba di politica estera: il sostegno di Parigi alla creazione di cinque nuovi seggi permanenti in Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite per Germania, Giappone, Brasile India e un grande Paese africano.

Eletto sull’onda della rupture, Sarkozy si sta scontrando con le immense difficoltà dell’uomo di governo che si trova a dover affrontare la drammatica crisi del modello di welfare delle nostre società a capitalismo avanzato. In aggiunta egli deve confrontarsi con una cittadinanza francese stretta tra l’orgoglio nei confronti del proprio mitico modello sociale e un senso di sfiducia e declino maturati nei dodici anni di Presidenza Chirac. Ben lungi dal voler abbandonare il suo volontarismo, Sarkozy sembra aver aggiunto al suo incedere un surplus di attenzione all’aspetto pedagogico e a quello della retorica politica. La necessità di fare in fretta e le previsioni di bassa crescita economica per il 2008 non sono destinate ad aiutarlo. Qualunque sia l’esito del suo sforzo egli ha voluto comunque ribadire che il timone della politica francese resta saldamente nelle sue mani.


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