Per Pechino i giochi non sono finiti. Che direzione prenderà la Cina?

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Per Pechino i giochi non sono finiti. Che direzione prenderà la Cina?

03 Settembre 2008

C’erano, fino a una decina di giorni fa, le Olimpiadi di Pechino. E c’erano giornali e tv di tutto il mondo sintonizzati, 24 ore su 24, sulla Cina, sulla parte scintillante dei Giochi o, più raramente, su qualche lato oscuro del gigante asiatico. Oggi il punto fermo delle cronache sportive, in Italia, è tornato ad essere il calcio. Mentre chi vuole sapere come gira il mondo butta l’occhio ad Ovest, verso gli Stati Uniti e verso la più incerta corsa alla Casa Bianca da molto tempo a questa parte. 

La Cina, dopo essere stata per tanti mesi nel centro del mirino, è così piombata improvvisamente in un cono d’ombra (mediatico). C’è chi ne ha addirittura sofferto. Due giorni dopo la fine dei Giochi, i giornali cinesi descrivevano lo smarrimento, nei casi più acuti la depressione, di molti studenti e colletti bianchi pechinesi, le categorie più colpite dalla “sindrome post-olimpica”. 

Il contraccolpo, però, durerà molto poco. L’impressione a lunga scadenza, infatti, è un’altra. Le Olimpiadi non sono state (solo) il momento culminante di un lunghissimo progetto – avviato nel 1993, anno della prima candidatura, bocciata, ad ospitare i Giochi del 2000 – che la Cina ha studiato, con grandiosità mista a crudo realismo, per affermarsi come potenza mondiale. Le due settimane olimpiche sono state soprattutto un grande trampolino di lancio verso nuovi, ambiziosissimi, traguardi. 

La Cina, in pratica, ha fatto capire di cosa è capace, in mondovisione e sotto lo sguardo, spesso prevenuto, dei giornalisti occidentali. Ora che tutti sono rimasti a bocca aperta, per i cinesi paradossalmente viene il bello. Ecco alcuni piatti del ricco menù: 

– in pochissimi anni verranno costruiti 138 aeroporti e 500 hotel, di cui 80 di lusso. 

– la crescita economica annua resterà intorno alle due cifre. Tutti gli analisti, infatti, dicono che la cosiddetta “recessione post-olimpica” non colpirà Pechino. La metafora di questo sviluppo vorticoso è l’estensione della metropolitana cittadina: 54 km nel 2001, 200 km oggi, 561 nel 2015! A riprova dell’invidiabile stato di salute dell’economia cinese è circolata, nei giorni scorsi, la notizia che  la banca d’affari statunitense Lehman Brothers avrebbe cercato, senza successo, di vendere il 50% del suo capitale a Korea Development Bank ed alla cinese Citic Securities. I cinesi hanno giudicato troppo alto il prezzo e l’accordo è sfumato.

– un’idea per il futuro potrebbe essere trasformare lo yuan in un sorta di euro asiatico, moneta franca nei Paesi a forte influenza cinese, dalla Thailandia alle Filippine alla Birmania. Intanto, cominciano a circolare le prime monete da 10 yuan senza l’immagine di Mao. Una vera rivoluzione. 

– nel 2010 ci saranno altre due grandi occasioni per celebrare la gloria cinese: l’Expo di Shanghai, 6 mesi di kermesse e affari per 70 milioni di visitatori, e a Guangzhou, la vecchia Canton, i 16esimi Giochi Asiatici. 

Oltre a dare una grossa spinta verso il futuro, le Olimpiadi hanno già cambiato il presente della Cina. Uno dei dibattiti che più ha tenuto banco prima dei Giochi è stato quello sull’opportunità di assegnare i Giochi a un regime autoritario come quello cinese. Quando le gare sono cominciate, e soprattutto dopo che sono finite senza alcun intoppo, la questione è diventata un’altra: quale eredità lascerà ai cinesi Pechino 2008? La risposta che tutti vorremmo pronunciare è: più democrazia e più diritti umani. Ma non sarebbe la risposta corretta. Né si può sul serio pensare che un’Olimpiade, per quanto globale, da sola possa dare simili frutti. 

Possiamo però dire che la Cina non tornerà più indietro. A cominciare da Pechino. La capitale, innanzitutto, non avrà debiti sul groppone, problema che invece ha pesato su Barcellona, Sydney, Atene. Per non parlare di Montreal, che ha estinto i debiti per l’edizione olimpica del 1976 solo nel 2006. Diversamente da Atene, poi, dove a soli 4 anni di distanza molti impianti olimpici risultano non pervenuti (nel senso di abbandonati a se stessi), il comune di Pechino ha già varato un dettagliato programma di riconversione delle strutture a cinque cerchi. Alcune diventeranno meta obbligata delle gite turistiche, come lo Stadio a Nido d’Uccello, altre verranno trasformate in centri commerciali e ristoranti. 

Ma la metamorfosi più eclatante che i Giochi hanno impresso a Pechino è quella ecologica. La città comincia ad essere finalmente una metropoli verde. Ha scoperto le targhe alterne, che resteranno in vigore per tutte le Paralimpiadi (cioè fino a fine settembre); si è abbellita con 2 milioni di alberi ad alto fusto piantati in 10 mesi mentre molti abitanti iniziano a preoccuparsi di risparmio energetico e impatto ambientale. 

Come mi ha detto un imprenditore che vive in Cina da ormai 20 anni, “dall’8 al 24 agosto la Cina ha superato l’esame di maturità, ora deve decidere a quale università iscriversi”. Le strade da percorrere sono sostanzialmente due. Aprirsi ulteriormente al mondo e alle riforme o chiudersi in se stessa, fidandosi della sua (stra)potenza e della sua storia millenaria, spesso votata all’autosufficienza.