Per quelli del ‘Secolo’ pluralismo è il pensiero unico di Fini
22 Febbraio 2011
di Luca Negri
Il prossimo 15 aprile saranno passati due anni dalla dipartita di Giano Accame: una grande perdita per tutto il centrodestra italiano. Accame, repubblichino per un giorno (si arruolò neanche diciassettenne il 24 aprile del 1945), fu poi una delle voci più attente alle ragioni dello stato di Israele attraverso le corrispondenze scritte dalla Terrasanta per Il Borghese. Negli anni seguenti firmò saggi sul fascismo di sinistra (“immenso e rosso”), sul pensiero economico del poeta Ezra Pound, sulla destra sociale (e sulla necessaria parentela con la dottrina sociale della Chiesa).
Accame ci è tornato in mente in anticipo sull’anniversario della morte, per le vicende che in questi giorni stanno interessando il Secolo d’Italia, storico quotidiano di partito. Partito che fu all’origine il Movimento Sociale Italiano, poi diventato Alleanza Nazionale, e in seguito alla fusione con Forza Italia, Pdl. “Quotidiano nel Pdl” dal 2009, con la nascita di Futuro e Libertà il Secolo è diventato principale organo finiano sotto la direzione di Flavia Perina e Luciano Lanna.
Ebbene, anche Accame diresse quel giornale per un paio di anni. Ed ebbe vita dura. Anche allora fu Fini a scegliere la direzione; era il 1988 e il delfino di Almirante aveva appena ereditato la segreteria missina. La vicenda è ben raccontata nella biografia di Fini, Duce addio scritta da Goffredo Locatelli e Daniele Martini e pubblicata da Longanesi nel 1994. La speranza del futuro presidente della Camera era quella di trovare una solida sponda per la sua corrente continuamente minacciata dalla minoranza “di sinistra” guidata da Pino Rauti. Ma Accame era troppo indipendente per fare da megafono ad una fazione e presto il neosegretario si pentì della scelta. Non fece molte obiezioni al suo allontanamento dal giornale nel 1990. Tra l’altro, l’ultimo Accame non fu molto tenero con gli “strappi” di Fini, definito duramente un “trovatello della Storia”.
Ora si parla di nuova direzione per il Secolo. Per risolvere quella che in effetti è un’anomalia, una delle tante del nostro panorama giornalistico e politico. Dal momento che An non esiste più e che la sua maggioranza è confluita nel Pdl, ha senso che il quotidiano rimanga nelle mani dei finiani? Il Secolo riceve regolari finanziamenti pubblici dallo Stato ed è noto quanto si regga più su quelli che sulle vendite. Ma questi salvifici fondi sono attribuiti ad un partito che non esiste più e sono usati da un altro partito, Futuro e Libertà, non ancora sottoposto al giudizio delle urne. La questione si complica se si considera che la testata ha sostenuto con vigore la linea di rottura politica e culturale con il Popolo della Libertà.
A questo punto, gli ex An ora accasati nel partito unico del centrodestra hanno deciso di affrontare l’anomalia. Il Secolo fa parte del patrimonio di quello che fu il Msi e poi An, assieme ai beni immobili (come l’appartamento dello scandalo, quello di Montecarlo). Questa eredità è gestita da un comitato, ora presieduto dal senatore pidiellino Giuseppe Valentino e composto da altri nove membri, sei dei quali del Pdl. Recente decisione di questo comitato è stata quella di istituire un consiglio d’amministrazione che sostituisca l’amministratore unico, ovvero il finiano Enzo Raisi. Gli altri membri del nuovo cda, che si insedierà domani, saranno l’onorevole Mario Landolfi, i senatori Alessio Butti e Franco Mugnai, il deputato Ugo Lisi e lo stesso Giuseppe Valentino. Anche Raisi è stato invitato nel consiglio di amministrazione, ma ha declinato l’invito. Secondo lui la sua messa in minoranza fra tanti “berluscones” è solo il primo passo per cambiare direttore e linea editoriale. Pare che alla Perina sia stata avanzata la proposta di una codirezione, ma l’interessata smentisce.
Anzi, Perina, Lanna e tutti gli altri giornalisti del Secolo sono saliti sulle barricate contro l’ipotesi di “normalizzazione”. A sentir loro, le forze oscure della reazione pidiellina intendono “levare di mezzo un grillo parlante piccolo ma molto scomodo perché rappresenta una intollerabile incrinatura nel racconto della destra più passivamente berlusconiana”. Addirittura scomodano Orwell scrivendo che il quotidiano “troppo onesto” finirà controllato dal “ministero della verità berlusconiano”. Gli approfondimenti su figure come Mircea Eliade. Simone Weil o Albert Camus saranno sostituiti dal “modello Drive in” con annesse interviste a Lele Mora. Così, per impedire che il Secolo nelle mani di un “soviet supremo” e diventi “un bollettino da fotocopia, sbiadita e sfigata di Libero o il Giornale” è partita una mobilitazione in rete e oggi si è tenuta una piccola manifestazione in via della Scrofa, sede romana del quotidiano. Giacché “a normalizzare si presta sempre qualcuno”, fioccano le ipotesi sul futuro direttore (c’è chi fa il nome di Marcello Veneziani, altri indicano lo stesso Landolfi). Insomma, non mancano le punte di retorica, le cadute nel vittimismo, il disprezzo e la superiorità nei confronti delle altre voci del centrodestra liquidate come servili ed ignoranti.
Onestamente, il Secolo non è stato negli ultimi anni un “giornale plurale” come cercano di far credere. A chi vi ha scritto era concessa ogni libertà nel bersagliare di critiche il Presidente del Consiglio e nel fare un’enorme confusione nei riferimenti culturali. Ma cotanta libertà non poteva spingersi sino al punto di criticare Fini. Ne sa qualcosa il vignettista Alfio Krancic, messo alla porta dopo vent’anni di servizio perché reo di collaborare con il Giornale di Sallusti e di esercitare uno spirito troppo critico nei confronti del Presidente della Camera. La questione di Krancic è ora in mano agli avvocati e basterebbe per smentire la favola bella del giornale assolutamente libero.
Nel nostro piccolo possiamo solo esprimere un paio di speranze. In primo luogo che i colleghi giornalisti non rimangano disoccupati. In fondo all’area finiana non mancano altre tribune (come FareFuturoweb magazine) e potrebbe anche nascere un nuovo quotidiano, espressione del Terzo Polo (sempre che esista ancora). Qualcuno potrebbe trovare ospitalità in altri organi dell’antiberlusconismo (come già è successo a Filippo Rossi, ormai collaboratore del giornale di Travaglio). In ogni caso, si tratta di professionisti che finirebbero sul mercato editoriale come innumerevoli altri giornalisti, pubblicisti o freelance. Nessuno scandalo, ma libera concorrenza. L’altra speranza è che il nuovo Secolo raccolga la lezione di indipendenza e di serio approfondimento culturale lasciata da Giano Accame. Non c’è bisogno di un grigio bollettino di partito ma di seri e coraggiosi contributi alla crescita del centrodestra.
