Home News Per rilanciare il Pdl Alfano deve guidare una nuova ‘rivolta dei Puffi’

Il futuro del centrodestra

Per rilanciare il Pdl Alfano deve guidare una nuova ‘rivolta dei Puffi’

6
12

Il 1° luglio è stato il giorno della elezione di Angelino Alfano a segretario nazionale del Pdl, il primo passaggio di consegne nella storia politica di Silvio Berlusconi. Il 1° luglio e stata anche è la giornata mondiale dei Puffi, i piccoli personaggi, azzurri per natura, dei fumetti e dei cartoni animati.

Nel suo discorso di investitura Angelino Alfano ha ricordato di aver scelto la politica sentendo alla televisione, nel 1994, quell’imprenditore con il sole in tasca che annunciava la sua discesa in campo in nome della libertà.

Chissà se nel 1984 l'allora tredicenne Angelino Alfano era tra quanti parteciparono alla “rivolta dei Puffi”, la prima battaglia mediatica di massa lanciata da un brillante imprenditore di 47 anni, creatore della tv privata nazionale, Silvio Berlusconi?

A quasi trent’anni da quella vicenda, vale la pena rievocarla per chi non l’abbia vissuta o non la ricordi.

Silvio Berlusconi, fondatore di Canale 5, aveva da poco vinto la battaglia dell’etere con l'acquisto di Rete 4 dalla Mondadori e di Italia 1 dalla Rusconi. Grazie a Berlusconi la televisione privata italiana aveva compiuto un salto di qualità. Ma, come spesso accade, la legge era lontana dalla realtà. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale che nel 1976 aveva dichiarato illegittimo il monopolio televisivo, il Parlamento aveva autorizzato la diffusione di programmi televisivi a livello regionale, vietando la trasmissione in contemporanea su tutto il territorio nazionale. Libertà d’antenna marginale, che non consente la raccolta pubblicitaria dei grandi investitori, i quali chiedono che davanti allo schermo ci siano milioni di telespettatori.

Per rompere questa gabbia, senza violare la legge, Silvio Berlusconi aveva inventato un ingegnoso metodo per trasmettere quasi in contemporanea i programmi televisivi.

A tutte le sedi regionali delle tre emittenti venivano inviate le videocassette contenenti la programmazione completa (programmi e spot pubblicitari) della giornata. Ogni sede locale, poi, aveva indicazione di mettere in onda i programmi ad un orario diverso di pochi minuti l’una dalle altre.

Già allora esistevano, però, magistrati che pretendevano di dettare legge, anziché applicarla. E tre pretori di Torino, Roma e Pescara la mattina del 16 ottobre 1984 disattivarono gli impianti Fininvest di quelle città.

Silvio Berlusconi decise di non limitarsi ai ricorsi in tribunale e diede battaglia aperta al monopolio tv: quel pomeriggio i telespettatori del Piemonte, del Lazio, dell’Abruzzo e di una parte delle Marche, sintonizzandosi sulle reti del Biscione videro solo disturbi; fino alle 20:20, quando apparve un cartello: “Per ordine del pretore è vietata la trasmissione in questa città dei programmi di Canale 5 (o di Italia 1 o di Retequattro) regolarmente in onda nel resto d'Italia”.

Il popolo della tv (tra cui moltissime mamme sollecitate dai loro bimbi che non potevano più vedere i loro amatissimi Puffi) scatenò una immediata rivolta: furono tempestati di telefonate i giornali di Roma e Torino e lo stesso centralino Fininvest. Nelle ore successive le tre reti misero in onda un diverso cartello, con il quale si invitavano gli spettatori a telefonare alla presidenza del Consiglio e ai tre pretori. Anche la Rai, sospettata di aver favorito l’oscuramento delle reti del Biscione per ragioni di concorrenza, finì nel mirino dei manifestanti, tanto che in serata il presidente Sergio Zavoli rilasciò una dichiarazione di solidarietà a Fininvest.

Su la Repubblica del 17 ottobre apparve un durissimo commento non firmato che iniziava così: “Tre regioni italiane subiscono da ieri il black out totale delle televisioni private, imposto dall’iniziativa del pretore. È presumibile che entro poche ore il provvedimento di sequestro delle videocassette e il divieto di utilizzare i ponti radio che collegano gli studi di registrazione con le stazioni emittenti si estenda a tutto il territorio nazionale, ripristinando in tal modo, per mano del magistrato, quel monopolio della Rai che era stato abolito da una sentenza della Corte costituzionale di molti anni fa, dai progressi della tecnologia e dall’unanime domanda degli utenti”. E che si concludeva con una durissima requisitoria: “I pretori avranno certo qualche argomento giuridico formale cui appigliarsi; ma la classe politica non ha nessuna attenuante per l’inerzia e il disprezzo con il quale ha considerato una delle attività primarie d’una società tecnologica avanzata”. Quella sera la battaglia proseguì con una puntata speciale del Maurizio Costanzo Show.

Pochi giorni dopo il suo inizio “la rivolta dei Puffi” si concluse vittoriosamente: sabato 20 ottobre il governo guidato da Bettino Craxi emanò un decreto-legge che consentiva alla Fininvest di continuare le trasmissioni sul territorio nazionale.

Fu quella la prima battaglia politica di Silvio Berlusconi, condotta dieci anni prima della discesa in campo del 1994. Una battaglia di libertà e di modernità in un’Italia che presentava preoccupanti tratti di socialismo reale.

Da quel lontano 1984 in Italia sono accaduti fatti allora inimmaginabili, ma ancora oggi la libertà non è né piena, né compiuta, nonostante i molti anni di governo berlusconiano.

Angelino Alfano, eletto nella giornata mondiale dei Puffi, non è soltanto il figlioccio a cui il padre politico affida una sua intrapresa. Alfano è il più bravo della prima generazione dei “berlusconiani puri”, di quei giovani che hanno deciso di fare politica attratti dal carisma di Silvio Berlusconi, sedotti dalla gioia che emana dagli inni che hanno accompagnato la vita dei movimenti berlusconiani, convinti dalla linearità e dalla adamantina semplicità dei discorsi politici dell'imprenditore “prestato” alla politica, forgiati nelle alterne sorti dell’avventura politica e umana di Silvio Berlusconi.

È per queste ragioni che tutti sostengono Angelino Alfano. Egli, infatti, rappresenta lo stato nascente delle origini insieme al processo di istituzionalizzazione della “traversata nel deserto”; la difficile stagione del “più fattivo e duraturo governo della storia della Repubblica” e del suo tentativo abortito di scrivere la nuova Costituzione; la rivoluzione del predellino e la controversa esistenza del Popolo della Libertà, che nel giro di un anno è passato dall’illusione della invincibilità allo spettro della repentina scomparsa.

Alfano è l’incarnazione più autentica del berlusconismo, non solo perché ne ha vissuto tutte le stagioni (questo è accaduto a molti altri, me compreso), ma perché si è formato nell’epoca berlusconiana, in quella lunga stagione in cui la televisione è stato insieme il mezzo di diffusione e formazione tecnologicamente più avanzato e in cui le reti Fininvest (Fininvest, non Mediaset) hanno espresso una formidabile rivoluzione dei costumi, dei linguaggi, delle abitudini quotidiane, della rottura del senso comune in cui la società italiana era ingabbiata.

Oggi Alfano ‑ che ha ben chiara in testa la dimensione della libertà quale valore fondante di una forza politica in grado di raccogliere il consenso della maggioranza degli italiani ‑ ha dinanzi a sé un compito straordinario e straordinariamente difficile: restituire al Popolo della Libertà l’entusiasmo e la passione necessarie per riprendere il filo di quella “rivoluzione liberale” per realizzare la quale Silvio Berlusconi ha fondato il centrodestra in Italia.

Purtroppo le straordinarie resistenze esterne al cambiamento da un lato e un insieme di spinte interne (il cedimento allo status quo, alcune pulsioni stataliste mai sopite, alcuni rovesciamenti di convinzioni antiche in campo economico e sociale) hanno oscurato il faro della libertà e tradito aspettative e speranze di milioni di elettori (e di molti di noi) che oggi hanno messo in mora il PdL.

Il partito che Angelino Alfano ha detto di desiderare è quello che ciascuno di noi vuole, ma è chiaro che quelle poste da Alfano sono condizioni necessarie, indispensabili, ma non sufficienti. Se le nostre realizzazioni sono lontane dai nostri programmi o addirittura sono il loro contrario, non saremmo sconfitti soltanto noi, ma anche le nostre migliori idee; e questo sarebbe il peggior lascito.

Dobbiamo ritrovare la forza di cambiare. Per conservare lo status-quo sono molto più adeguati i nostri avversari. Provate a chiedere se non è vero a quei quattro milioni di partite Iva che hanno sempre rappresentato il cuore del blocco sociale del centrodestra e a cui proprio il centrodestra ha fatto pagare in questi tra anni il prezzo più alto della crisi. E che sono pronte oggi a una nuova “rivolta dei Puffi”.

 

  •  
  •  

6 COMMENTS

  1. ma stavolta chi è Gargamella?
    Il fatto è che non si può parlare di rilanciare la “rivoluzione liberale” quando si sta varando una manovra alla Visco che aumenta persino la tassazione sul risparmio, cavallo di battaglia della sinistra. La rivolta dei puffi stavolta rischia di esser contro un PdL che è indistinguibile dal PD.
    E’ una questione di credibilità. Con una manovra che contraddice quanto si era garantito agli elettori non ci può essere nessuna ripartenza ma solo un declino ulteriore.
    Fra l’altro oggi ho visto sul sito di libertiamo che il FLI comincia a contestarvi sul fianco destro e sul piano fiscale. Della Vedova si scaglia contro l’aumento delle tasse sul risparmio.
    Per quanto mi riguarda Fini e Bocchino non hanno alcuna credibilità, però se il FLI si fa portabandiera di chi contesta questa fiscalità, sono tentato a votare per quest’alternativa. Si tratterebbe di votare almeno per chi da voce alle tue proteste.
    E se per caso alla fine un soggetto di centro destra credibile emergesse per dar voce al popolo dei puffi, per il Pdl sarebbero guai seri. Se per esempio alla guida di un partito di centro destra alternativo ci fossero Della Vedova o Antonio Martino saprei almeno per chi votare alle prossime elezioni.
    Di sicuro con una manovra siffatta, non mi va di rinnovare la mia fiducia al PdL, per quanto si vagheggi di rivoluzioni liberali. Verba volant, facta manent.

  2. @Anonimo 04/07/11 14:34
    Boh … Della Vedova è della stessa stoffa di Fini e Bocchino: un opportunista al cubo (che oltretutto ha dimostrato totale miopia politica, dando fiducia a quelle due maschere comiche e gettandosi, lui, dichiaratamente ultraliberale, tra le braccia del peggior statalista color topo). Martino è persona infinitamente più seria e coerente e potrebbe fungere da riferimento per le sacrosante battaglie antistataliste di cui il Paese ha bisogno. Fuori o dentro il PdL? Dentro, direi. A patto che AA dia da subito alla propria gestione una energica connotazione di movimento libertario, magari cercando la sponda con i numerosi gruppi che, nel Paese, stanno coagulandosi attorno a quegli ideali. Gli italiani devono capire che “Stato è pessimo”. Altrimenti, ciao ripresa e ciao Italia. E dunque, nessun valzer del tira e molla con l’UdC: sarebbe una perdita di tempo ed un ancorarsi ai peggiori incubi democristiani. Vogliamo ossigeno.

  3. @marco
    Bah, neanche a me è piaciuto il salto di Della Vedova con Fini e Bocchino. Rimane comunque il fatto che Della Vedova è sicuramente più credibile di Fini su temi liberali. Quello che volevo dire è che se Della Vedova o Martino (Martino sicuramente molto meglio) si proponessero alla testa di un nuovo partito potrebbe anche essere una cosa interessante, stanti le cose come sono adesso. Il voto al Fli di Fini e Bocchino può invece essere solo un voto di protesta estrema perchè Fini non è assolutamente credibile in tema di tasse e di liberismo.
    Poi per il resto sono d’accordo se vuoi dire che il PdL dovrebbe riagganciarsi ai Tea Party e a movimenti similari.
    Però con una manovra come quella di Tremonti questo riavvicinamento mi sembra impossibile. Non puoi proporti agli elettori in un modo e poi fare l’esatto contrario. Questa è una magia che non può più riuscire. Io se ne avessi i poteri defenestrerei Tremonti e lo sostituirei con Martino e rifarei tutto. La manovra attuale sembra assecondare sindacalisti e confindustria mentre propone nuove tasse sul risparmio dei cittadini e non solo. La filosofia di fondo qui è la stessa di Visco.
    Si ribadisca nei fatti che il PdL propone una soluzione di società vivibile. Se i sindacalisti scenderanno in piazza assieme alla Marcegaglia, tanto meglio. Saranno quelli che manifestano per mettere più tasse sul resto della popolazione.

  4. @Anonimo
    Un neo partito liberale costruito dal niente raccoglierebbe ben poco, se non l’appassionato sostegno di pochi puri. Il Paese è profondamente impregnato di ideologia assistenziale e difficilmente la fondazione dell’ennesimo partitino potrebbe ottenere qualche risultato. Serve invece una diffusa campagna piazza per piazza, teatro per teatro, casa per casa per informare la gente delle fregature sottostanti la demagogia dell’interventismo statale, a partire dai gravi pasticci combinati dalle autorità monetarie, e dei benefici che deriverebbero (soprattutto ai ragazzi) dalla diffusione della cultura della responsabilità. E ci vuole una grossa organizzazione per mettere in piedi un meccanismo del genere. Per tutto ciò, il PdL può rappresentare un importante veicolo. Concordo pienamente che, se la sua dirigenza dovesse continuare sulla strada aperta con quest’ultima socialistissima finanziaria, allora rimarrebbe ben poco da votare. AA è atteso all’appuntamento.

  5. @marco
    Prima di questa “riforma” sarei stato d’accordo con te sul fatto che un partitino liberale avrebbe potuto raccogliere pochi voti.
    Però adesso con la “cosa” di Tremonti la mia impressione è che un’alternativa di centro destra liberista e chiaramente non socialista potrebber raccogliere i molti delusi e non solo i puristi.
    In fondo non mi sembra di avere un’opinione molto differente dalla tua visto che ammetti che se si “dovesse continuare sulla strada aperta con quest’ultima finanziaria, allora rimarrebbe ben poco da votare”.
    Però quello che dico io è che questa finanziaria fa già di per sè un danno irreparabile. Non occorre continuare su questa strada per intonare il de profundis: è già sufficiente il tratto percorso. Sarebbe il caso di ripensare totalmente la manovra e chiedersi se certi favori a confindustria siano opportuni. E’ molto meglio ammettere un errore che perseverare in quello.

  6. Voi che ne sapete certamente
    Voi che ne sapete certamente di più, com’è andato l’esperimento di far sorgere tea party anche da noi?
    Ho letto qualcosa qualche tempo fa, poi non ho saputo più nulla. Occorrono riforme coraggiose, liberali, che possano anche scontentare sia le partite IVA (professionisti), che i lavoratori dipendenti. Ma come si fa con la Lega e i centristi? Forse la risposta è nei movimenti….

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here