Per risolvere il problema dei clandestini serve ben altro che la solita sanatoria
08 Luglio 2009
Il Ministro Giovanardi ha lanciato il sasso nello stagno. La proposta di regolarizzazione delle badanti e le collaboratrici familiari che lavorano in Italia, pur essendo prive di permesso di soggiorno, ha se non altro il merito di segnalare una questione irrisolta e che rischia di diventare più grave con la recente approvazione definitiva della legge sulla sicurezza pubblica.
Ma se questo è il merito della proposta non è possibile sottacerne i limiti. Vi è in primo luogo da osservare che un’iniziativa del genere si configurerebbe come una sorta di condono in materia di immigrazione. L’Italia ha certo (ahinoi) una lunga tradizione in materia di condoni. Ne abbiamo sperimentati di tutti i tipi: fiscali, previdenziali, edilizi, valutari ed anche relativi all’immigrazione clandestina. Ma certo non è un bel segnale vararne un altro proprio all’indomani dell’approvazione di una legge che ha esattamente lo scopo di introdurre maggiore rigore nella politica di governo dei fenomeni immigratori. Senza poi dimenticare gli impegni presi in sede europea a non procedere in futuro a nuove sanatorie in favore degli immigrati irregolari.
Ma il limite principale della proposta consiste nel suo carattere contingente. Approvata la sanatoria, il rischio concreto (tanto concreto da essere una certezza) è che nel giro di pochi anni il Paese si troverebbe nuovamente a fronteggiare un esercito di clandestini di dimensioni pari se non superiore a quello attuale. Del resto è chiaro che il succedersi di sanatorie a scadenza ravvicinata costituisce un formidabile incentivo all’immigrazione clandestina.
Tutto ciò premesso, rimane il fatto che il problema segnalato esiste. La soluzione però deve essere cercata in altre direzioni. Probabilmente, modificata la legislazione in materia di immigrazione ed, in particolare, introdotto il (sacrosanto) reato di immigrazione clandestina (presente in molti civilissimi e garantistici ordinamenti), è giunto il momento di cambiare radicalmente la logica sottostante alla disciplina in materia di rilascio dei permessi di soggiorno per motivi di lavoro agli stranieri. Occorre cioè rovesciare la logica di tipo pianificatorio introdotta con la legge Turco Napolitano del 1999. In particolare, si è rivelata fallimentare l’idea che si possa quantificare ex ante il fabbisogno di forza lavoro extracomunitaria. Si tratta di un vizio ricorrente nelle politiche pubbliche: anziché affidarsi alle (opportunamente regolate) dinamiche degli operatori di mercato si immagina di poter demandare alle strutture burocratiche l’individuazione a priori dei bisogni del mercato e la pianificazione delle conseguenti operazioni. I decreti flussi, architrave del sistema, si sono evidentemente rivelati incapaci di regolare efficacemente il fenomeno.
Occorre allora ribaltare la logica: non prima un atto di pianificazione che fissa il quantitativo di permessi di soggiorno per motivi di lavoro che saranno rilasciati e dopo la concreta definizione dei contratti di lavoro con gli immigrati. Forse è il caso di pensare ad un sistema che preveda prima il contratto di lavoro (o quanto meno una offerta formale e qualificata di lavoro) e dopo il rilascio del permesso di soggiorno. Una soluzione del genere renderebbe chiara anche la filosofia che dovrebbe ispirare la politica in materia di immigrazione: i cittadini stranieri possono stabilirsi nel nostro paese se, e solo se, hanno un regolare rapporto di lavoro che consenta loro di disporre di un reddito sufficiente al proprio sostentamento e tale possibilità cessa quando viene a mancare tale condizione.
In questo modo sarebbe possibile anche migliorare la qualità del lavoro apportato dagli stranieri. Sia ex ante, valorizzando il ruolo delle ambasciate e dei consolati nell’attività di selezione di coloro che sperano di trovare un lavoro in Italia. Sia ex post, fidelizzando i lavoratori stranieri la cui permanenza in Italia dipenderebbe dalla continuità del rapporto di lavoro.
Ma un approccio del genere avrebbe anche l’importante vantaggio di ridurre quella sorta di concorrenza sleale che oggi praticano i lavoratori stranieri in danno di quelli italiani: pagati a nero, senza oneri fiscali e contributivi, i lavoratori clandestini costano molto meno di quelli regolari.
Inoltre, in tal modo una politica rigorosa ed inflessibile nei confronti degli immigrati clandestini sarebbe realisticamente praticabile. Se chi possiede un lavoro può ottenere il permesso di soggiorno, diventa molto più facile reprimere l’immigrazione clandestina. E non solo per una questione di numeri, ma soprattutto perché in tal caso scatta la ragionevole presunzione che il clandestino privo di un reddito legale si mantenga attraverso attività illegali. Anche sanzioni a carico dei datori di lavoro (imprese o famiglie) che si avvalgono di manodopera clandestina sarebbero a tal punto del tutto ragionevoli.
Il tema dell’immigrazione clandestina rappresenta un test fondamentale per misurare la capacità del Governo. Accogliere le legittime istanze di rigore provenienti dall’alleato leghista è non solo opportuno (perché fortemente sentite dall’elettorato) ma anche doveroso (perché rispondenti dopo anni di lassismo ad un’oggettiva necessità). Occorre però aver chiaro che tutto ciò non basta. Si rende più che necessario uno sforzo di fantasia per realizzare un nuovo modello che coniughi le esigenze della sicurezza pubblica (quelle reali e quelle percepite dalla gente) con quelle altrettanto importanti del sistema economico e sociale italiano che oggi non potrebbe più fare a meno dell’apporto di forza lavoro proveniente dall’estero.
