Per salvare l’università servono idee di destra non consulenti di sinistra
28 Ottobre 2008
Vorrei sviluppare qualche riflessione sull’intervento assai pertinente di Gaetano Quagliariello (“Sull’Università ora spetta al governo indicare una via d’uscita”).
Sono perfettamente d’accordo sul fatto che non siamo di fronte al ripetersi di un rito autunnale, tanto meno a una riproposizione del ’68. È anche vero che sono i professori a guidare la contestazione. Ma non vedo neanche un asse tanto saldo tra professori e studenti.
In primo luogo, il fronte studentesco, malgrado le apparenze, non è per niente compatto, anzi mostra crepe e incertezze, dissensi. Ciò è stato rilevato da Quagliariello. Il carattere ideologico del movimento è tutto dovuto al chiasso di certe minoranze; ma questa ideologia non è condivisa nemmeno nello strato immediatamente adiacente a quello che guida.
I professori sono alla testa della contestazione ma sono una pallida (e talora patetica) copia dei cattivi maestri sessantottini. In realtà – e vorrei sottolineare con forza questo aspetto – appaiono come una categoria impaurita, sbandata, incapace di formulare un qualsiasi progetto coerente che non sia attaccarsi alla ripetizione di slogan sulla scuola pubblica, i finanziamenti da non tagliare, la ricerca, ecc. Traspare un autentico terrore di perdere privilegi decennali che si manifesta negli esami di coscienza svolti nel chiuso dei senati accademici, cui si sostituiscono in pubblico urla di facciata per le strade e le piazze.
Il governo Berlusconi non ha conquistato le élites, dice Quagliariello. Ma queste non sono più élites, è una categoria in disfacimento e allo sbando, che rappresenta soltanto i resti del potere consolidato in un trentennio di egemonia della sinistra sull’istruzione, ma un potere ormai vuoto di prospettive e incapace di proporne e soprattutto incapace di fare cultura. Resta il fatto grave – diciamo pure drammatico – che si tratta di una maggioranza numerica più che consistente.
In condizioni simili, l’unico processo che può modificare le cose, e anche rapidamente, è l’emergere di un’élite culturale alternativa capace di accelerare l’inevitabile processo di sgretolamento della vecchia egemonia senza che esso si trascini troppo a lungo, offrendo nuove prospettive, chiare, definitive; in buona sostanza, capace di offrire un nuovo punto di riferimento e ricostituire la fiducia. Ed è anche l’unico modo per affermare una nuova egemonia culturale.
In fondo è quel che dice Quagliariello: indicare una via d’uscita. Questo è compito del governo, certo, ma anche di un ceto di intellettuali.
C’è bisogno di molte forze per questo? Non credo proprio. C’è bisogno soprattutto di idee. E le idee ci sono. Per esempio, quelle che ha saputo esprimere Magna Carta sul tema della scuola e che si sono fatte sentire proprio perché erano chiare, semplici e ben pensate.
Occorre però che queste idee siano fatte avanzare e che il governo abbia fiducia in se stesso e nella propria cultura, e smettere di soffrire un inesauribile complesso di inferiorità nei confronti della cultura di sinistra, ovvero di una cultura che sta dimostrando il proprio disfacimento. Non è soltanto una questione di bandiera: affidare il compito di elaborare le proprie idee di governo a chi sta agitandosi dall’altra parte per sopravvivere e mostra di non avere più idee, è il più grande degli errori, ancor prima che per se stessi per il paese, perché prolunga un’agonia infinita.
Qui vanno dette alcune cose chiare. In primo luogo, che il ministro Gelmini sta dando prova di coraggio e di tenuta davvero notevoli e deve essere sostenuta e incoraggiata in tutti i modi perché è dal suo successo che dipende molto di quel che può accadere di positivo nei prossimi mesi. Ma qui occorre farsi e fare alcune domande. A che serve richiamarsi all’ideologia di Obama? Servirà a diventare più simpatici? Certamente no. Ad avere idee migliori per governare neppure. A che serve dichiarare a ogni pie’ sospinto che il governo “è di sinistra”? Perché corteggiare a tutti i costi intellettuali di sinistra e assumerli come consulenti? È un andazzo cominciato con il corteggiamento di Umberto Eco, con la commissione Attali de’ noantri, e continua. Serviranno a fare qualcosa di buono certi consulenti assunti per gestire i processi di valutazione del sistema dell’istruzione? A che serve civettare con il ministro Berlinguer che astutamente cerca di riproporsi come lord protettore soltanto per rimettere in circuito le idee sciagurate con cui ha demolito scuola e università italiane? E si potrebbe continuare.
È un errore globale di tutto il governo e di tutta la maggioranza e che rischia di mettere il ministro dell’istruzione in una posizione difficile e scomoda. Occorre più fiducia in se stessi, nelle proprie idee, nella propria cultura, che ha certamente dimensioni numeriche modeste ma che è molto più vitale e promettente dei relitti in preda ai flutti. Occorre avere questa fiducia subito, senza attendere e senza sbagliare più un solo colpo.
