Per un partito logorato come il Pd è troppo difficile riprendersi al Nord

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Per un partito logorato come il Pd è troppo difficile riprendersi al Nord

25 Maggio 2009

 

Mancano meno di due settimane al voto del 6 e 7 giugno che tra l’altro, oltre a eleggere il Parlamento europeo, deciderà delle sorti di diverse amministrazioni di tutto il Paese e in particolare, per quel che riguarda questa rubrica, del Settentrione d’Italia.

Le sensazioni (sostanzialmente confermate dai sondaggi che circolano) registrano un’avanzata del centrodestra anche nel voto per quelle amministrazioni guidate dal Partito democratico che non hanno del tutto demeritato. Sopra la linea del Po si danno ottime possibilità di sopravvivenza a Flavio Zanonato sindaco di Padova, si ritiene che forse il sistema Chiamparino riuscirà a salvare la Provincia di Torino, molto traballante. Il Comune di Cremona potrebbe restare al centrosinistra. Forse quello di Pavia dove è stata licenziata una sindaca impopolare e richiamato in servizio il sindaco precedente, stimato dalla popolazione. Ma tanti comuni paiono destinati a finire sotto amministrazioni di centrodestra, a iniziare dal Comune di Bergamo. Persino molti della barriera rossa milanese sono in pericolo. L’intrepida Tiziana Majolo, dopo l’antipatico licenziamento subito da Letizia Moratti, si sta battendo – sembra con qualche chance – per conquistare la proletaria Rozzano. E anche la Provincia di Milano, guidato da un amministratore di una qualche (talvolta meritata) fama come Filippo Penati, sembra avviata a cambiare colore politico.

Nonostante autogol berlusconiani, forzature leghiste, incursioni finaniane il flusso elettorale verso il centrodestra è ancora forte. Né sembra essere interrotto dall’astensione o dall’exploit di una forza che pure ha nette caratteristiche da vecchia destra come l’Italia dei Valori.

Tre sono i fattori che rendono difficile una tenuta e tanto più una ripresa del centrosinistra al Nord: i guasti combinati dal governo Prodi che hanno colpito nelle regioni più produttive del Paese sia i ceti medi sia il lavoro dipendente. La furia per il mix di insulti e vessazioni per i ceti medi. Le cocenti delusioni di operai e impiegati sono troppo recenti (è passato poco più di un anno) per essere dimenticati. I danni vanno oltre quelli determinati da fluttuanti tendenze di opinione, si sono colpiti elementi di un blocco sociale ed economico che consolidava una fetta dell’elettorato settentrionale di sinistra.

Pesa, poi, la questione immigrazione di cui il gruppo dirigente del Pd non riesce a calcolare l’impatto popolare e gli effetti che su questo “impatto” determinano tante delle prese di posizione astratte di esponenti del centrosinistra. A sinistra dovrebbero riflettere sul senso di certe dichiarazioni di un sindaco settentrionale così legato alla sua gente come Sergio Chiamparino, ma preferiscono criticarlo che analizzarne le posizioni. E’ evidente che sono in ballo anche posizioni di principio. Da tenere presenti con fermezza nelle scelte. Magari a sinistra si ingannano anche per certe prese di posizione della Chiesa, da prendere in esame naturalmente con tutta la serietà necessaria ma che costituiscono una testimonianza, non una soluzione concreta ai problemi in atto. La tendenza a fare della propaganda e della testimonianza invece che politica su questo terreno, appare al Nord (giù giù fino all’Emilia) devastante per la sinistra.

E veniamo all’ultimo fattore che sta logorando il Partito democratico: il moltiplicarsi delle fazioni ben oltre il necessario confronto politico culturale. Qui non si tratta, come propone quel sepolcro imbiancato di Oscar Luigi Scalfaro, di abolire le correnti. Mettendo insieme ex Dc ed ex Pci, chiedere di abolire differenziate sedi di elaborazione culturale, è solo una sciocchezza. Il punto, però, è che lo scontro nel Pd non sembra tanto animato da diverse ipotesi politico-culturali quanto da gruppi di potere, spesso intrecciati a lobby esterne. Sia ben chiaro che non considero le lobby un male assoluto, anzi. Ma queste hanno una funzione positiva quando interloquiscono con il sistema politico non quando lo condizionano integralmente. Il problema nasce dall’avere costruito il Pd dalla testa, da un Walter Veltroni scelto dalla Repubblica e dal Corriere della Sera, invece che dalla base: e in questo secondo caso l’unico metodo possibile probabilmente era quello federativo proposto da Chiamparino. Invece la via seguita non solo ha dato un tocco eccessivo di centralismo romano al partito, ha anche aperto la via alle mille fazioni a livello locale. Persino un ottimo amministratore come Penati, che conta su una squadra di giunta con persone di valore (in particolare gli assessori Daniela Benelli, Bruna Brembilla, Daniela Gasparini) ha finito per “litigare” troppo: con Giulio Sapelli e Giordano Vimercati per la holding delle autostrade (Asam) poi affidata a un mediocre Marco Di Marco. Con il riformista Antonio Panzeri nel partito. Con il suo successore al comune di Sesto San Giovanni, Giorgio Oldrini, definito un “cubano” perché ha voluto (sbagliando, ma questo è un altro discorso) sostituire Francesco Caltagirone con Luigi Zunino nella gestione delle aree ex Falck.

Penati nella programmazione delle autostrade, uno dei compiti strategici della Provincia conta su un tecnico intellettuale di valore, Fabio Terragni, ma mi pare che quel certo clima di fazioni che regna nel Pd, abbia indebolito le decisioni strategiche della Provincia. E abbia finito per rafforzare orientamenti elettorali verso il centrodestra che sembrano oggi consolidati.