Bollettino internazionale/VIII

Per vincere la guerra all’islam radicale gli Usa ritrovino lo spirito da ‘Cold war’

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Mentre le truppe NATO si apprestano a lasciare alle forze armate afghane il compito di controllare il paese e di affrontare da sole (quasi) i talebani, continua il dibattito sullo stato della lotta ad Al Qaida, al terrorismo islamista, a quella che è stata definita un “insorgenza globale”. Ritorno su questo argomento perché mi sembra che da noi la discussione sia ancora viziata da aspetti ideologici, e scarseggi invece la conoscenza dei termini del problema.

L’anniversario della tragedia dell’11 Settembre è stata l’occasione anche simbolica per fare il punto sullo stato dell’arte. Sebastian Gorka, esperto di sicurezza, docente alla ‘National Defense Academy’, nonché autore di una quantità infinita di saggi anche in collaborazione con David Kilcullen, davanti alla Commissione Forze Armate del Parlamento americano ha esposto una tesi interessante e, forse per gli orecchi del pubblico italiano, provocatoria specialmente in ambienti filo americani e neocons.

A dieci anni da quell’attacco, gli Stati Uniti sono impegnati ancora in una guerra che sta durando più del Secondo conflitto, della Corea e del Vietnam, ma a tutt’oggi non se ne vede la fine e il nemico non è stato sconfitto. Non solo; a questa scomoda verità se ne devono aggiungere altre due. “Il paradosso di Al Qaida è che, mentre negli ultimi dieci anni abbiamo ottenuto incredibili successi nel ridurre la sua capacità di attacco militare contro le nostre forze, Al Qaida è diventata sempre più potente sul terreno della lotta ideologica e nelle altre forme di attacco.

Mentre Bin Laden è morto, la narrativa della rivoluzione globale motivata religiosamente da lui incarnata è sempre più viva e gode di popolarità crescente”. Nonostante “successi tattici incredibili”, la “vittoria strategica” sembra ancora lontana e questo perché ancora l’America non ha capito la “natura del nemico”. Insomma “quella che è mancata in questi dieci anni di guerra è una chiara direzione strategica” e come detto molte volte anche su queste colonne, riprendendo le parole di Sun Tzu, “la tattica senza la strategia è semplicemente il rumore prima della sconfitta”.

Gorka individua due motivi di questa debolezza. In primo luogo, gli USA hanno creduto a partire dal 2004, da quando cioè organizzarono la risposta alla vampata di attentati di matrice alqaedista in Iraq, che la dottrina COIN, la celebre Surge del generale Petraeus, fosse l’approccio perfetto, la strategia giusta, ma “la contro insorgenza è sempre stata, e sempre sarà, un approccio dottrinale alla guerra irregolare, mai una soluzione strategica a nessun tipo di minaccia”. 

Per vincere la guerra, bisogna capire che tipo di guerra si stia combattendo, che tipo di nemico si stia affrontando, ed è anche a questo proposito che si dimostrano le lacune della riflessione americana: questa è una guerra asimmetrica condotta contro un attore non statale per di più che agisce su scala globale e che ha preso le armi contro gli infedeli per motivi religiosi.

In questo conflitto le categorie “stato”, “sovranità”, “minacce interne - minacce esterne”, “azioni militari e non militari”sono concetti superati: il sistema occidentale delle relazioni internazionali prodotto dalla pace di Westfalia, adesso, è completamente saltato. Ma noi stentiamo a capirlo. Riportando le parole di un ufficiale dei marines veterano di queste guerre, “abbiamo fallito a capire il nemico in tutti gli aspetti escluso che sul piano operativo e di conseguenza ci siamo indirizzati a lui solo sul campo di battaglia”.

Quello che è necessario, è chiamare le cose con il loro nome, comprendere che l’aspetto militare occupa solo una piccola parte nel nostro sforzo, che per affrontare Al Qaida abbiamo bisogno di una contro ideologia da contrapporre all’islam radicale. La soluzione allora va trovata sullo stesso piano: “l’America deve mettere all’ordine del giorno del mondo gli ideali di giustizia e libertà come fece durante la Seconda Guerra mondiale e la Guerra fredda”.

Questo, in sintesi, il ragionamento di Gorka. La sua analisi è, specialmente nella prima parte, assolutamente condivisibile: gli strumenti militari non sono il fine, ma solo il mezzo per raggiungere obiettivi politici e nelle guerre di questo tipo se manca la chiarezza politica a niente servono le vittorie sul campo. Per ogni terrorista, insorgente, ribelle, combattente nemico, o come lo si voglia chiamare, eliminato, se non si prosciuga l’acqua, in questo caso anche le motivazioni religiose, tutto sarà inutile: ci sarà sempre un altro militante che riprenderà i fucile.

Forse sarebbe necessario capire che l’idea della “guerra globale”, se intesa sul piano militare, è per noi una metafora; che nessuna potenza sta minacciando la sopravvivenza dei nostri paesi. Anche in questo caso, siamo davanti ad una asimmetria, mentre per ‘loro’ l’occidente è il nemico assoluto da distruggere fisicamente e per cui ogni mezzo è valido – compreso il terrorismo – perché siamo il male assoluto che minaccia realmente la loro esistenza, le loro forme di vita, per ‘noi’ ovviamente non è vero il contrario.

Semplicistica, però,  mi sembra la soluzione a causa dei diversi livelli su cui si colloca il fenomeno religioso, qui ne voglio sottolineare per lo meno due. Il fondamentalismo islamico ha un aspetto geopolitico preciso e si innesta nell’arco di crisi del Grande Medio Oriente, nell’impatto della globalizzazione e della modernità con società rette da regimi e da visioni del mondo non in grado di fare i conti appieno con i processi della modernizzazione e i contraccolpi odierni.

Il fondamentalismo islamico, inoltre, ha a che fare con i processi immigratori, anche con la demografia, con i modi in cui comunità provenienti da quei paesi si integrano, più o meno, all’interno delle nostre società. I due processi sono certo collegati, ma bisogna distinguere tra proposte che si dirigono a soggetti statali, da quelle che si dirigono a società altre, fino a quelle che si rivolgono agli individui che si muovono sul nostro territorio.

Gorka cita giustamente, come modello di riferimento per l’azione , la risposta vincente data dagli Stati Uniti alla guerra fredda: ecco in quel caso gli ideali di “libertà e giustizia” non rimasero slogan, al mondo fu offerta un’opportunità conveniente e ragionevole perché quei valori seppero incarnarsi in istituzioni, alleanze, politiche di sicurezza, strategie, articolandosi su più piani, e sapendo rivolgersi agli individui, alle società e agli stati. Le idee insomma trovarono le gambe su cui marciare in modo coerente. E lo stesso oggi?

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6 COMMENTS

  1. islam
    No, non condivino questo articolo e se non usiamo mezzi più duri sia nei loro territori( se li vogliamo aiutare cosa di cui io sono contrario)che in europa. Smettiamola di essere democratici e combattiamoli anche a casa nostra non con leggi demogratiche. chi entra nel campo terroristico non ha nessun diritto e le leggi per loro non valgono. responsabili sono anche le loro famiglie se non li denunciano e come tale espulsioni anche se con cittadinanza. Non permettiamo che la loro religione inquini il nostro modo di vivere. La Spagna qualche secolo addietro cacciò tutti i musulmani. Che aspettiamo ad usare le maniere forti? Ricordatevi ci sarà sempre qualcuno che invece di dire che è un fallito nella vita dirà che la colpa del suo fallimento è della nostra società che li rifiuta. Basta una delusione come non essere preso sotto le armi per far scattare molle strane. E purtroppo le delusioni della vita sono sempre moltissime.

  2. E la politica afghana?
    L’analisi che privilegia la prospettiva politica ed ideologica (nel senso positivo del termine) rispetto alla pur importante azione militare, è ovviamente condivisibile e indicabile come l’unica soluzione per vedere la fine del “tunnel” afghano.

    Tuttavia a mio modesto parere si continua a trascurare un protagonista che dovrebbe invece avere un posto di primo piano nella pacificazione ed evoluzione del Paese, ovvero la sua classe politica. A fronte infatti di politici di scarso valore e di dubbia lealtà, vi è un gran numero di giovani che stanno studiando nelle Università occidentali, al fine di poter poi mettere le conoscenze amministrative e gestionali acquisite, al servizio del proprio Paese.
    Sono questi ultimi la vera speranza dell’Afghanistan, poichè sapranno coniugare -se riusciremo a creare una “cornice” adeguata a tale operazione- i valori democratici che avranno assimilato in Occidente, con le tradizioni ed i valori della millenaria storia delle etnie che compongono il crogiuolo afghano.
    Dico questo perchè se nella guerra al terrorismo internazionale islamista sostituiamo la figura del “consigliere militare” con quella del “consigliere politico” (che è tuttavia sempre presente dietro le quinte), l’operazione verrà sempre e comunque vista come un’imposizione dall’esterno che lede la sovranità (e la dignità) dei milioni di cittadini afghani, da parte di esperti che -malgrado prestigiose lauree, brillanti studi e master- non potranno mai capire fino in fondo lo spirito e l’anima di un popolo così differente.

  3. La “guerra all’islam”
    finirà con la restituzione delle terre sottratte ai palestinesi dagli occupatori sionisti.
    Tanto prima avverrà tanto meglio sarà per tutti.

  4. Speranze…
    e illusioni. Nessuna certezza in questa guerra. Un sacco di prese per il culo (per non dire peggio, poveri i nostri deretani), somministratici da tutti i nostri cari leader che non sanno che pesci pigliare. Rimpiangeremo la “semplicità” della 2° guerra mondiale? Speriamo che Israele almeno non molli, ci mancherebbe l’unica testa di ponte democratica e liberale, senza loro come “capro espiatorio” (e a noi servono così, chiamiamoli “cuscinetto” se volete…), il prossimo obiettivo saremmo noi, facili bersagli.

  5. Il discorso non regge:
    Il discorso non regge: abbiamo perso…o stiamo perdendo, è sempre più evidente. Innanzitutto i taliban godono di due frontiere aperte non controllate, verso il Pakistan e verso l’Iran (che manda armi sofisticate, tipo i mortai nuovi di zecca che hanno ucciso l’ultimo occupante italiano). Senza il coinvolgim. di questi due paesi sarà impossibile farla franca contro i guerrieri talebani. Inoltre c’è la cruda verità delle cifre: fino al 2004 non morivano più di 60-70 soldati della coalizione all’anno. Poi, dal 2005, l’escalation di morti:131,191,232, 295,521, 711, 566… insomma, una strage continua, a costi altissimi, e priva di alcuno sbocco ora come ora. Restare? Va bene, se vogliamo veder tornare gli occidentali orizzontali o con qualche pezzo in meno…si continuerà a morire e a spendere tanto, fino al 2014, anno in cui ce ne andremo e voilà, ecco che la corruzione afghana farà riguadagnare terreno e potere ai taliban… Non c’è verso, possiamo star lì ancora 20 anni, non ne usciremo certo vincitori. La storia insegna che in Afghanistan non è mai passato nessuno, dai tempi dell’Armata inglese a quelli dell’invasione russa, ora è la Nato a lasciare migliaia di ragazzi sul terreno, senza contare i feriti, i Post-Traumatic-stress-disorder, i costi clamorosi… Credo che faremmo bene a levare le tende…

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