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Perché alcuni bimbi hanno diritto alla vita e altri no?

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Il documento dei ginecologi di Roma non fa altro che riaffermare un semplice principio, condiviso da tutti: se un bambino nasce, va curato. Punto. Non è una cosa rivoluzionaria, dato che lo diceva Ippocrate 3000 anni fa. Non è nemmeno una forzatura, dato che i medici continuano a farlo tutti i giorni. Eppure scandalizza: perché? Perché in qualche caso si tratta di gravidanze volontariamente interrotte? Ma il documento non parla di queste che marginalmente e la possibilità che un bambino nasca vivo e rianimabile da aborto non è permessa dalla legge 194 (tranne ristretti casi di aborto per pericolo di vita), dunque non è questo il punto. In realtà il documento afferma il principio che con il progresso medico aumenta il numero di bambini che si può tentare di curare. E che non si possono mettere paletti dettati da nostri criteri soggettivi per decidere chi può ricevere assistenza.

I ginecologi romani non hanno fatto altro che applicare l’antica e attuale deontologia medica, consci che in alcuni Paesi si tende a limitare  la possibilità di assistere i neonati sotto una certa soglia di tempo dal concepimento, senza che questa coincida con le possibilità offerte dalla medicina di sopravvivere (oggi fissata a 22 settimane di gestazione).

Qualcuno potrebbe dire: accudendo certi bambini in alcuni casi si va contro l’autodeterminazione della coppia. Ma fin dove arriva l’autodeterminazione, se il bambino dal primo respiro diventa un cittadino italiano con pari diritti di ciascun altro cittadino?

Qualcun altro dirà: il bambino avrà serie possibilità di non sopravvivere essendo estremamente prematuro, o di riportare disabilità. Su questo dobbiamo essere molto chiari, perché la scienza sta facendo passi da gigante in questo settore e cose che sembravano impossibili vent’anni fa oggi non lo sono. A 22 settimane di gestazione sopravvive circa 1 bambino su 10, e a 23 ne sopravvive 1 su 4. Non ci sembrano percentuali basse per non dare una chance, per non provarci. Al massimo si tratta di uno sforzo inutile. Ma, dato che –si badi bene- alla nascita non abbiamo assolutamente strumenti né clinici né tecnici per capire se quel singolo bambino che abbiamo davanti è quello che si salverà o quello che non ce la farà, dalle 22 settimane di gestazione dobbiamo dare una chance a tutti. La stessa indeterminazione vale per l’handicap, che potrà colpire o non colpire, che sarà –quando presente- di varie entità, e  soprattutto che alla nascita non abbiamo mezzi per prevedere. E togliamoci dalla testa che la vita dei disabili sia una vita “ingiusta”, che non merita di essere vissuta, perché seri studi mostrano che la qualità di vita riferita dai disabili (per esempio dagli ex prematuri o dai portatori di spina bifida) è pari a quella degli altri: sembra paradossale, ma è proprio così: la felicità personale non dipende dalla malattia o dal successo civile, ma dall’ambiente, da come siamo amati. Certo, la malattia è fatica e dolore; ma a fatica e dolore la società non può rispondere lasciando le donne sole di fronte alla scelta tra vita e morte… e arrivederci. Ed è singolare che in questi giorni sui giornali si sia tanto discusso su chi deve vivere e poco su cosa fare per accogliere, per le famiglie, per i disabili, per le barriere architettoniche, pregiudizi, bullismo.

Ha da poco compiuto 18 anni James Gill un ragazzo nato dopo 22 settimane di gestazione; in Giappone la legge, visti i progressi scientifici, si è adeguata spostando già negli anni ‘90 il limite per l’aborto da 24 a 22 settimane. Non ci sembra di chiedere molto: adeguarsi alla medicina, dare una chance a tutti, non dare ai genitori la croce di una decisione che non spetta a considerazioni soggettive prendere.

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