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Perché è arrivato il momento di riaprire il dossier sul mercato del lavoro

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Pur rischiando il “controcorrentismo”, chi scrive sostiene che il famoso applauso dei lavoratori di Alitalia alla notizia della rottura della trattativa tra la Cai e i sindacati, confederali ed autonomi, fu atto assolutamente comprensibile e razionale. Sbagliato gridare alla irresponsabilità, come hanno fatto diversi esponenti politici, soprattutto dalle parti della maggioranza. Pura razionalità.

Si può mai immaginare – ad esempio - che una squadra di calcio, laddove si trovi a giocare in undici contro dieci, si lasci convincere dall’allenatore avversario a rinunciare “responsabilmente” ad un giocatore? Siamo onesti: chi di noi non si sarebbe comportato esattamente come i dipendenti di Alitalia, se si fosse trovato in quella situazione?

I lavoratori avevano la garanzia di un sussidio pubblico di poco inferiore al proprio salario attuale: l’eventuale fallimento della compagnia e il licenziamento di massa non avrebbero rappresentato un problema sostanziale. I dipendenti avrebbero goduto di un assegno mensile in grado di farli vivere più che discretamente, in attesa di un lavoro più remunerativo che in tempi ragionevoli sarebbe comunque arrivato (soprattutto in un settore come quello dei vettori aerei). Del resto, mesi e mesi di proclami sull’italianità e di dichiarazioni d’amore per la compagnia di bandiera (da parte della classe politica, dei media, dall’opinione pubblica) hanno convinto quasi matematicamente i lavoratori che al fallimento non si sarebbe mai giunti e che le richieste sindacali sarebbero state più o meno accolte, tutte o quasi.

Con la razionalità c’è poco da fare. I lavoratori di Alitalia non applaudivano perché volevano la definitiva chiusura dei battenti, ma perché si erano resi conto della “botte di ferro” in cui si trovavano. Questa è la vera anomalia, nel caso Alitalia e in migliaia di vicende analoghe in giro per la penisola. Come ha scritto Pietro Ichino, in nessun paese occidentale i lavoratori che rifiutano (in prima persona o attraverso i loro rappresentanti sindacali) un lavoro, consono alle proprie professionalità, possono godere dell’assegno mensile pagato dallo Stato, ossia dai contribuenti.

Insomma, l’applauso era razionale e non irresponsabile. L’irresponsabilità è piuttosto consentire la sopravvivenza di abusi e privilegi camuffati da garanzie e diritti sociali. Detto in altri termini, il consolidamento della funzione meramente assistenzialista degli ammortizzatori sociali – a scapito dell’approccio welfare-to-work - li ha trasformati in un’arma di ricatto, di cui i sindacati posso fare ampiamente uso nel corso delle trattative. Gli ammortizzatori sociali del sistema italiano hanno permesso nella vicenda Alitalia (e, in generale, permettono spesso) ai sindacati ciò che gli economisti chiamano moral hazard: uno rischia molto, perché gli eventuali costi di una sconfitta sono a carico di qualcun altro (in questo caso, ahinoi, il contribuente).

Può essere interessante veder la cosa in quest'altra ottica: sono questi abusi sindacali a condannare i quattro quinti dei senzalavoro italiani a non godere di alcun sussidio di disoccupazione. Di fatto, o gli ammortizzatori sociali sono una leva per aumentare il peso negoziale (e, direi, politico) dei sindacati o fungono da strumento in grado di fornire formazione, riqualificazione professionale, reinserimento al lavoro. Tertium non datur. Un sindacato che non si impegna in una seria riforma degli ammortizzatori è un sindacato che ne guadagna in termini negoziali e politici. Si può forse contestare la consequenzialità di questa affermazione, ma la sostanza è in fondo questa.

La riforma degli ammortizzatori sociali è un tema che s’intreccia in modo evidente con quello delle relazioni industriali, che si dimostrano ogni giorno meno adeguate alle esigenze di una società avanzata. Passata l'emergenza finanziaria che per ora ne occupa le preoccupazioni, è auspicabile che il Governo apra - e il centrodestra, come parte politica, riapra - il dossier del mercato del lavoro.
 

 

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5 COMMENTS

  1. precisiamo
    Sento la necessità di precisare da chi viene finanziata la cassa integrazione.La cassa integrazione è pagata da ogni impresa con un contributo del 4,5% (3% se occupano meno di 50 persone) e da ogni lavoratore con un contributo del 0,6% e 0,3% se assoggettato a CIGS.Pertanto, quale carico va sul contribuente? Inoltre se Lei non lo sa, le dico, che anche le pensioni sociali vengono erogate dai contributi dei lavoratori. Le sembra giusto che siano i lavoratori a pagare le pensioni sociali? che dovrebbero cadere sulla fiscalità sociale? Alla fine della messa risultano le pensioni dei lavoratori in debito rispetto i contributi versati. La legge Biagi prevedeva ammortizzatori sociali in applicazione della flessibilità , cosa mai attuata da nessun governo, in quanto la cassa integrazione non era concessa a tutti i lavoratori.L’informazione e la conoscenza sono necessarie quando si trattano certi argomenti. Buona giornata.

  2. Replica al commento
    Gentile lettore,
    mi complimento con Lei per aver avuto l’accortezza di corroborare le sue posizioni personali con una ricerca su Wikipedia, fonte da cui – nel suo commento – ha attinto letteralmente. Wikipedia è il miglior strumento di diffusione delle informazioni che il mercato, ossia la libera interazione tra gli individui, abbia mai generato. Ma Wikipedia – pur nell’innovazione che ha prodotto – non risolve un problema atavico: le informazioni, oltre che reperite, vanno ben comprese.

    Non capisco, purtroppo, la sua obiezione. Le imprese e i lavoratori pagano con un contributo a carico del datore di lavoro e del dipendente il fondo con il quale l’Inps finanzia la cassa integrazione. Tutte le imprese e tutti i lavoratori (ossia, i contribuenti) finanziano i trattamenti di cassa integrazione in essere. Forse che imprese e lavoratori non sono contribuenti? La fiscalità generale, caro lettore, è formata da tutti noi, non è un’entità astratta.
    Nel mio pezzo chiedo che il sindacato si dedichi ad una riforma seria degli ammortizzatori sociali in chiave di flessibilità e non sfrutti il lassismo delle attuali regole per alzare la posta in palio nelle trattative.
    Di pensioni parleremo quando, spero presto, si riaprirà quella partita.

  3. riprecisiamo
    Nella mio intervento relativo al suo art. volevo precisare che la cassa integrazione è pagata dagli stessi lavoratori e non ricade sulla fiscalità generale come facilmente si interpreta nel suo ” ahinoi”. Buona serata .

  4. i sindacati sono il vero
    i sindacati sono il vero freno allo sviluppo di questo paese…
    speriamo che il governo berlusconi sia più coraggioso che in passato!

  5. risposta
    un mare di cavolate ho sentito sul conto di alitalia ma queste sono ancora piu* grosse molte volte il non sapere le cose fa parlare di + chi dovrebbe stare zitto.il signore deve sapere che chi ha applaudito alla rottura con cai è chi stava fuori da cai i probabili licenziati i contratti a termine ecc.. e se il tutto falliva si andava in mobilità ad 815 euro al mese,prima di parlare informati.

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